Grandi Opere
La mia prima biblioteca
Andersen, Grimm, Perrault, Wilde: Fiabe europee
| Volume 1 Fiabe Europee |
Hans Christian Andersen: La principessa sul pisello – Mignolina – La sirenetta – I vestiti nuovi dell’Imperatore – Il tenace soldatino di piombo – I cigni selvatici – Il guardiano di porci – Il brutto anatroccolo – La regina della neve. Fiaba in sette storie – Le scarpette rosse Jakob e Wilhelm Grimm: Hänsel e Gretel – Pollicino – Biancaneve – Rosaspina – Biancaneve e Rosarossa – Il fuso, la spola e l’ago – Il tamburino – La serpe bianca – Raperonzolo – Il pescatore e sua moglie – L’uccello d’oro – I musicanti di Brema – I tre capelli d’oro del diavolo – Gli gnomi Oscar Wilde: Il principe felice – il gigante egoista Charles Perrault: La bella addormentata nel bosco – Barbablù –Cappuccetto rosso – Il gatto con gli stivali – Cenerentola Illustrazioni di Alessandra Scandella XXIII tavole a colori Il contenuto Fiabe europee è un volume antologico, diviso in quattro sezioni, che raccoglie al suo interno alcune tra le più belle fiabe appartenenti alla cultura europea, scritte da quattro grandi autori della letteratura per l’infanzia (e non solo). L’opera si apre, nella prima sezione, con dieci fiabe scritte nell’Ottocento da Hans Christian Andersen – tra cui le celebri La principessa sul pisello, La sirenetta, Il tenace soldatino di piombo e Il brutto anatroccolo”– nelle quali lo scrittore danese riprese e rielaborò stilisticamente storie che avevano le origini più svariate, “provenendo” sia dalla tradizione popolare e dalle leggende del suo paese – ad esempio, dal materiale riguardante il mondo dei vichinghi – che da autori classici della letteratura mondiale come Anacreonte e Boccaccio, senza dimenticare poi le ricche fonti costituite dalla novellistica araba ed orientale. Seguono poi, nella seconda sezione, quattordici favole, redatte anch’esse in piena temperie romantica dai due fratelli Grimm – ed anche in questo caso, molti sono i titoli famosi: Hänsel e Gretel, Pollicino, Biancaneve – i quali, fedeli al loro intento che era di quello di cercar di salvare dall’oblio tutto ciò che in qualche modo appartenesse alla tradizione popolare germanica, raccolsero gran parte delle loro storie direttamente ascoltandole dalla viva voce di chi ne serbava ancora una memoria orale, trascrivendole, finché ciò era possibile, senza apportar modifiche di tipo stilistico, senza alterarle con “forzosi” abbellimenti, conservandone intatti i toni e le espressioni di popolare ingenuità. È la volta poi, nella terza sezione, delle due splendide favole, Il principe felice ed Il gigante egoista, composte dal grande scrittore irlandese Oscar Wilde: commoventi e sentimentali apologhi, linguisticamente caratterizzati da un intenso “preziosismo” estetizzante, ispirati dai valori cristiani – ed in particolare, nel caso de Il principe felice, più propriamente francescani –, volti a celebrare, con quella sobrietà di mezzi che è tipica del racconto per bambini, nientemeno che l’assoluto, il divino, laddove esso s’incarna nell’umano, vale a dire nei gesti della carità, della generosità senza secondi fini, dell’altruismo che per sé nulla chiede in cambio. Chiude il volume, infine, la sezione dedicata alle fiabe secentesche di Charles Perrault, le quali, pur rifacendosi anch’esse, direttamente, alla tradizione popolare francese, hanno però un alto tasso di letterarietà, essendo state scritte in una lingua elegante e con uno stile colto e raffinato che mostra spesso tra le righe la sottile ironia del letterato smaliziato. Fiabe a tesi, profondamente permeate da una visione “giansenista” della vita, e perciò alle volte venate da una certa qual spietatezza e crudeltà, esse sono, in ogni caso, tutte e cinque, tra le storie più lette e conosciute dai bambini di tutto il mondo – e basterà citare soltanto i loro titoli per trovare un facile riscontro a quanto andiam dicendo: La bella addormentata nel bosco, Barbablù, Cappuccetto rosso, Il gatto con gli stivali e Cenerentola. Biografie degli autori Hans Christian Andersen, (Odense 1805 – Copenaghen 1875). Di umili origini, nel 1819 si trasferì a Copenaghen dove frequentò, grazie all’aiuto di facoltosi protettori, l’università. E tuttavia, la sua formazione restò quella di un brillante autodidatta nutritosi d’innumerevoli letture (cruciale, a tal proposito, la sua precoce scoperta della narrativa di E.T.A. Hoffmann, che rimase per tutta la vita il suo modello letterario). Il suo esordio ufficiale avvenne con l’opera teatrale Agnese e l’uomo del mare (1833-34), anche se già nel 1829 egli aveva cominciato a pubblicare diari e taccuini di viaggio; ed è un genere di scrittura, questo, che egli riprese anche più tardi, negli anni dominati dalla produzione favolistica (si veda ad esempio il libro intitolato Il bazar d’un poeta del 1842). Nel 1835, col romanzo L’improvvisatore, che racconta la storia di una gioventù povera e tribolata come la sua, pervenne finalmente alla notorietà. Ma naturalmente, a renderlo celebre in tutto il mondo, e tradotto in più di trenta lingue, furono le Fiabe – la prima loro raccolta risale al 1835-37, mentre altre seguirono negli anni 1844-45, 1858-66 e successivi sino al 1872 – il cui corpus complessivo ammonta ad un totale di 156 titoli, in cui sono compresi sia i primi tentativi che egli portò a termine, attingendo ai motivi della tradizione popolare scandinava, che le più tarde composizioni, raffinate e di taglio decisamente letterario, in cui la sua lingua, ormai capace di “svariare” lungo un ampio spettro di toni e stilemi – riesce ad evocare e figurare, utilizzando materiali a volte anche disparati (Gli abiti nuovi dell’imperatore viene, ad esempio, dalla Spagna), sia gli “altrove” della fantasticheria che l’idillio naturale, nonché certa energia “epifanica” celata negli oggetti più prosaici. Molte fiabe, come La sirenetta o Il tenace soldatino di piombo, rivelano, tra l’altro, nel loro costante contrapporre mondo onirico e mondo delusorio della quotidianità, evidenti tracce autobiografiche. La loro autentica matrice è da ricercarsi, in questo senso, nell’ambizione dello scrittore di sostituire all’universo prosaico dell’esperienza comune una sorta di “doppio”, che però non si costituisce mai, sulla pagina, in realtà metafisicamente autonoma, poiché egli ne evidenzia sempre, al tempo stesso, spietatamente, anche il labile carattere di “chimera”. La sua fu dunque, in definitiva, un’ispirazione, per così dire, eminentemente religiosa, sebbene di una religiosità assai più sintonizzata sui segnali del lutto che non su quelli della redenzione (e, a controprova di ciò, si leggano i “finali” delle sue fiabe: il più delle volte strazianti e malinconici; e, quand’anche lieti, di una letizia così tenue da “suonare” ambigua ed eufemistica). Jakob Ludwig Karl Grimm, (Hanau 1785 – Berlino 1963). Professore di lettere antiche e bibliotecario a Gottinga, fu destituito nel 1837 per le sue idee liberali. Nel 1840 Federico Guglielmo IV lo chiamò a Berlino. Con il fratello Wilhelm pubblicò una raccolta di Saghe germaniche (1816-18) ed una di Fiabe (1812-22), che li rese celebri. Si occupò inoltre di diritto, di grammatica – Grammatica delle lingue germaniche (1819-37) –, di letteratura e linguistica – Storia delle lingue germaniche (1848) –, di mitologia – Mitologia germanica (1835) – e, ancora in collaborazione col fratello, diede l’avvio alla pubblicazione di un Dizionario tedesco (32 voll., 1852-1961), che è, ancor oggi, un’opera importante per la conoscenza etimologica e storica delle parole tedesche. Essendo stato il primo ad applicare il metodo storico comparativo allo studio della letteratura e della lingua, egli è considerato, inoltre, il fondatore della germanistica moderna. E sempre a lui va ascritto, d’altro canto, nell’ambito degli studi linguistici, il merito di aver riconosciuto la regolarità di alcuni mutamenti consonantici che distinguono le lingue germaniche dalle altre lingue indoeuropee (prima rotazione consonantica o “legge di Grimm”). Wilhelm Karl Grimm, (Hanau 1786 – Berlino 1859). Frequentò insieme al fratello il collegio di Kassel e poi l’università di Marbourg dove entrambi seguirono i corsi del Savigny, da cui appresero il metodo della ricerca scientifica. Nel 1911 pubblicò Altddnische Heldenlieder, e nel 1829 Die deutsche Heldensage. Dal 1813 al 1816 diede vita insieme al fratello alla rivista “Altdeutsche Wálder” e, sempre con lui, pubblicò una raccolta di Saghe germaniche (1816-18) ed una di Fiabe (1812-22), che furono, per la gran parte, redatte solo da lui, essendo, dei due fratelli, quello che maggiormente possedeva talento di narratore e sensibilità stilistica. Nel 1830 si trasferì, sempre insieme al fratello, a Góttingen dove divenne aiuto bibliotecario. Malgrado la sua salute precaria, questi anni furono alquanto proficui per il suo lavoro, tanto che nel 1835, come riconoscimento del valore del suo operato, gli fu assegnata una cattedra universitaria. Nel 1938 iniziò, sempre in collaborazione con Jacob, la compilazione del grande dizionario tedesco, che verrà poi continuato da più generazioni di germanisti. Nel 1841, ambedue i fratelli furono eletti membri dell’Accademia delle Scienze di Berlino e si trasferirono nella capitale prussiana. Ovviamente, anche le idee teoriche di Wilhelm si ricollegano, come quelle di Jacob, al cosiddetto “romanticismo di Heidelberg”, fautore di un’entusiastica esaltazione dei valori “originari” e “primitivi” dell’antichità germanica. Oscar Wilde, (Dublino 1854 – Parigi 1900). Nato e cresciuto a Dublino in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford dove fu allievo di di J. Ruskin e W. Pater. Il suo acuto ingegno, i suoi rapidi successi letterari e le sue pose da dandy lo imposero ben presto come una delle personalità di spicco nei circoli artistici e nei salotti mondani di Inghilterra e Francia. Visse sia a Parigi che a Londra, e fece numerosi viaggi (in Italia, in Grecia e nel Nordafrica). Nel 1882 si recò negli Stati Uniti dove tenne un ciclo di conferenze sull’estetismo che riscossero un enorme successo. Nel 1884 sposò Constance Lloyd, da cui ebbe due figli, ma rapidamente il matrimonio fallì a causa della sua relazione con il giovane lord Alfred Douglas, che gli costò l’aperta e feroce ostilità di tutta quell’aristocrazia britannica di cui era stato, fino a poco tempo prima, l’idolo indiscusso e vezzeggiato. In un processo che suscitò grande scalpore, egli fu così condannato per omosessualità a due anni di lavori forzati (1895). Scontata la pena, in assoluta miseria e abbandonato da tutti, si rifugiò in Francia dove morì tre anni dopo. Dopo un primo libro di versi intitolato, semplicemente, Poesie (1881), nel 1888 egli pubblicò un libro di favole per adulti, sentimentali e dal tono fortemente religioso, Il principe felice, delle quali uscì nel 1891 una raccolta accresciuta con il titolo La casa dei melograni. Sempre del 1891 sono poi altre cinque opere che ben illustrano i differenti aspetti della sua poliedrica e multiforme personalità letteraria, e cioè a dire: i racconti de Il delitto di lord Arthur Savile, in cui predomina la vena umoristica; i saggi di Intenzioni, che contengono la sua dottrina estetica; L’anima dell’uomo sotto il socialismo, dove sono esposte le sue idee politiche, liberamente ispirate ad una sorta di anarchismo idealizzato; Il ritratto di Dorian Gray, che gli diede fama mondiale e divenne, in breve tempo, per così dire, il “vangelo” del decadentismo e dell’estetismo; ed infine Salomé, la sua opera teatrale più celebre, che, scritta in francese per Sarah Bernhardt appunto nel 1891, fu poi rappresentata per la prima volta nel 1896 e successivamente musicata da Richard Strauss nel 1905. Altrettanto straordinarie, d’altro canto, son da considerarsi le commedie che egli scrisse negli anni immediatamente a seguire, veri e propri capolavori del suo stile, in cui la polemica sociale è condotta con mano leggerissima e crudele in un fuoco d’artificio ininterrotto di battute ironiche e di paradossi cinici; tra di esse, assolutamente memorabili sono: Il ventaglio di lady Windermere (1892), Un marito ideale (1895) e L’importanza di chiamarsi Ernesto (1895). Nelle sue ultime opere, infine, vale a dire nel De profundis (in prosa, scritto in parte in carcere e pubblicato postumo nel 1905) e ne La ballata del carcere di Reading (1898), che è la più nota tra le sue poesie, alla brillante verve che aveva fin a quel momento animato ogni sua pagina, si sostituisce uno straziato tono d’elegia con cui egli canta la fatale auto-distruttività dell’anima, in una sorta di testamento spirituale che, in un “clima” d’assoluta mestizia, loda e innalza a supremo valore umano la compassione reciproca. Teorico lucidissimo e ineguagliabile dell’estetismo, egli volle vivere la sua stessa esistenza come un’opera d’arte. Grande personalità, autenticamente anticonformista, egli riuscì per circa dieci anni nella straordinaria impresa di farsi adorare da quella stessa società vittoriana che, contemporaneamente, nelle pagine delle sue opere “fustigava” impietosamente, ridicolizzandola a forza di crudeli paradossi. Da un punto di vista più strettamente stilistico, infine, egli portò, nella sua opera, alle estreme conseguenze ed al massimo fulgore linguistico quella rivoluzione delle idee e del gusto che aveva già trovato espressione nelle opere di Ch. Swinburne, di W. Pater e di J.-K. Huysmans, nonché nella pittura dei preraffaelliti e di Gustave Moreau. Charles Perrault, (Parigi 1628 – 1703). Ricoprì cariche di grande prestigio all’interno dell’amministrazione pubblica francese. Membro dell’Académie française dal 1671, partecipò in prima persona, e da protagonista, alla Querelle des anciens et des modernes, schierandosi a favore di questi ultimi nei dialoghi satirici del Paralleli degli antichi e dei moderni (1688-97) e in Gli uomini illustri che sono apparsi in Francia durante il XVII secolo (1696-1700). La sua fama letteraria è però affidata, quasi esclusivamente, a I racconti di mia madre l’Oca (1697), con cui egli inaugurò in Francia il genere letterario della fiaba: undici racconti di fate (otto in prosa e tre in poesia) che, oltre a contenere alcuni dei più noti e affascinanti “archetipi” della letteratura per l’infanzia, sono anche unanimemente considerati, dal punto di vista stilistico, come veri e propri capolavori “in miniatura”, di miracolosa sobrietà e naturalezza. |
C. Collodi: Le avventure di Pinocchio
C. Collodi: Le avventure di Pinocchio – Pipì lo scimmiottino color di rosa – Giannettino Illustrazioni di: Paola Formica XXIV tavole a colori Il contenuto Le avventure di Pinocchio, il romanzo per ragazzi pubblicato in volume da Carlo Collodi nel 1883, narra la storia favolosa di un pezzo di legno animato da una forza misteriosa, il quale, intagliato da un falegname, Geppetto, in foggia di burattino e da questi battezzato con il nome appunto di Pinocchio, prende a comportarsi in tutto e per tutto come un vero bambino, rivelandosi però, fin dal principio, come un essere profondamente “dilacerato”. Nella sua anima si agitano, infatti, due opposti e contrastanti impulsi. Il primo dei due è, naturalmente, quello che lo spinge a non dar retta ai consigli che gli giungono, il più delle volte non richiesti, da tutte le parti – si veda, a tal proposito, la triste fine che fa fare al saggio ma petulante Grillo Parlante –; che lo istiga a ribellarsi ad ogni disciplina e regola sociale – emblematico è, in tal senso, il suo rifiuto della scuola, che “marina” a cuor leggero –; che lo porta, più che ad agire, a lasciarsi “agire”, a lasciarsi determinare completamente, trasportare liberamente, nella sua condotta, dai desideri sempre nuovi e sempre intensi della sua smisurata fantasia infantile. Il secondo è, invece, quel bisogno d’affetto e protezione che, altrettanto profondamente, lo strazia, quel desiderio di farsi accettare e benvolere che lo “affina” e lo spinge, talvolta, a tacitare, contrastare, la sua propria natura “deviante”; che lo porta, piano piano, lentamente, ad accettare di modificarsi, di crescere, di ubbidire; facendolo rientrare, per così dire, nei ranghi del “senso di realtà”. Tutta ritmata sull’alternarsi regolare di questi due impulsi, la sua storia è dunque, in certo qual modo, una sorta di faticoso cammino iniziatico, tutto punteggiato di “cadute” e “pentimenti”; una sorta di percorso di lenta metamorfosi che viene, tra l’altro, non soltanto sorvegliato (come può apparire ad un primo sguardo), ma addirittura predisposto (appositamente creato per il “suo Pinocchio”) dal personaggio della Fata dai capelli turchini, che nel libro ha un ruolo decisamente fatale. È lei infatti che, celata dietro le apparenze più modeste – sorellina-madre-educatrice – da vera e propria “Signora delle Metamorfosi”, nelle vesti di scrupolosa e lungimirante “Provvidenza”, predetermina accuratamente il susseguirsi degli eventi, le differenti tappe del viaggio in fondo al quale il burattino riuscirà finalmente a trasformarsi, vale a dire a trovar se stesso – cosa che avviene, puntualmente, e non a caso, in modo altamente simbolico, proprio nel momento in cui lui, per la prima volta, alla fine del libro, rinuncia, per così dire, a se stesso, al proprio egoismo narcisista e solipsista, prendendosi cura del proprio babbo. Capolavoro della letteratura italiana dell’ottocento e libro più diffuso del mondo dopo la Bibbia e il Corano, Le avventure di Pinocchio sono, come ogni altra grande opera letteraria, un libro, per così dire, “plurale”, vale a dire un libro che contiene in sé “potenzialmente” tanti altri libri. In questo senso, esso può esser letto e interpretato in vari modi: come una crudele storia realistica, dalla geometrica e squadrata costruzione; come una romanzo di formazione dal finale edificante; come una versione ironica e fantastica della parabola del figlio prodigo; e, per finire, come una fiaba esoterica in cui a giocare, evocate sulla pagina, “truccate” da personaggi fiabeschi, son le principali immagini archetipiche della psiche umana – il Puer, il Senex, la Madre, il Padre, etc. –: a cominciare, naturalmente, da Pinocchio stesso: spiritello veloce ed aggraziato, nonché homunculus beffardo e irrispettoso, nel quale è abbastanza facile intravedere, nemmen troppo celati, camuffati, i tratti di Mercurio, della forza mercuriale. Pipì lo scimmiottino color di rosa, il racconto per ragazzi pubblicato da Carlo Collodi a puntate fra il 1883 e il 1885 sul “Giornale per i bambini” e nel 1890 inserito all’interno delle raccolta delle Storie allegre, narra le spiritose peripezie di uno scimmiottino esagitato e irriverente, Pipì per l’appunto, il quale, sordo alle raccomandazioni paterne, cerca in ogni modo di imitare gli uomini e, per questo motivo, viene ogni volta punito a causa dei suoi goffi quanto inutili tentativi (la più crudele di queste punizioni consisterà, ad un certo punto del racconto, nella perdita della sua magnifica coda). Lampante è, in questo senso, il nesso che unisce la sua storia con quella di Pinocchio, di cui la fiaba di Pipì è, per così dire, il capovolgimento ironico e l’intenzionale parodia: difatti, laddove Pinocchio è invitato dagli adulti a umanizzarsi, Pipì è messo continuamente in guardia dal farlo. Emblematica è, a tal proposito, la scena della sua vestizione (nel capitolo quarto), la quale appare, e non a caso, come il rovescio giocoso della trasformazione finale del burattino in “ragazzino per bene”: lo scimmiottino, infatti, al contrario di Pinocchio che gioisce davanti allo spettacolo della propria avvenuta metamorfosi, posto di fronte alla propria immagine riflessa nello specchio, vestito da uomo, è preso da un grande scoramento perché si sente “un mostro”, segno evidente del fatto che la pura energia vitale di cui è composto non può accettare limiti e regole di alcun genere, pena lo smarrirsi completo della sua identità di “diverso” e quindi la sua fine. Una robusta rete di allusioni intertestuali lega, d’altro canto, le due trame strettamente l’una all’altra, tanto che quella dello scimmiottino, che ha la stessa struttura di quella di Pinocchio, basata sull’alternarsi di “cadute” e successivi “ravvedimenti” del protagonista, non fa che ripercorrere a ritroso alcune peripezie del “bugiardo” burattino, riprendendone le scene, ma ribaltandone i meccanismi e gli effetti. E del resto, fu lo stesso Collodi a spiegare (ai bambini che gli chiedevano per lettera chiarimenti sulla storia) come il grazioso “giovinetto” Alfredo, pieno di ingegno e di buon cuore, con cui lo scimmiottino fa amicizia, fosse stato in passato burattino e come la sua mamma altri non fosse se non una nuova metamorfosi della Fata dai capelli turchini. Ed è per questo motivo che la scena di sicuro più emozionante del racconto risulta esser proprio quella in cui i due, Pipì e Alfredo, si riconoscono con “una gran risata”: ciascuno dei due ridendo dell’altro in un riso liberatorio che implica sì l’ironia e lo sberleffo, ma che è anche l’accettazione gioiosa di tutto quel che si è stati. Giannettino, il romanzo per ragazzi pubblicato da Carlo Collodi nel 1875, è l’allegra storia un ragazzetto di buona famiglia, Giannettino appunto, che promette di diventare un vero furfantello. Egli è figlio della signora Sofia, una madre dal carattere troppo debole, e nipote del Capitan Ferrante, capitano di lungo corso. Il dottor Boccadoro, infine, è il suo insegnante: personaggio dalla logica burbera e stringata, sempre pronto a trarre dalle premesse di ogni discorso le deduzioni e le conclusioni che ne conseguono. Il libro è diviso in due parti: la narrativo-educativa e l’istruttiva. Il filo del racconto, trattato con il brio e la spigliatezza caratteristici di Collodi, è qui, naturalmente, più che altro un piacevole mezzo per rendere interessanti le varie nozioni educative. In questo senso, accade sempre che ogni massima morale sia illustrata, fino all’evidenza, dal semplice ordine logico dei fatti. In questo senso, Giannettino è, nel suo genere, uno dei libri più godibili, divertenti ed istruttivi, e con esso Collodi ha dimostrato, qualora ce ne fosse mai stato bisogno, di ben conoscere il segreto per riuscire a raffigurare qualsivoglia genere di cognizioni in forma tale da far appassionare ad esse i suoi giovani lettori. Breve biografia dell’autore Carlo Collodi, pseudonimo di Carlo Lorenzini (Firenze 1826 – 1890). Di modesta famiglia, studiò in seminario, dopodiché iniziò a collaborare con alcuni giornali di Firenze. Di idee mazziniane, partecipò come volontario alla campagna del ‘48. Successivamente, fondò e diresse due giornale di umorismo e satira politica, “Il Lampione” e “La Scaramuccia”, che ebbero però, entrambi, vita breve. Nonostante ciò, egli continuò per anni a lavorare nel campo della pubblicistica, dedicandosi soprattutto alla cronaca ed al teatro. Nel 1860 si impiegò presso la censura teatrale e poi alla prefettura di Firenze. Nel 1875 tradusse per un editore fiorentino le fiabe dei Perrault, “volgendole” in un tono più moderno – i Racconti delle fate (1875) – e fu certo quell’evento che lo spinse a dedicarsi alla letteratura per l’infanzia. Scrisse così, nel giro di pochi anni, parecchi fortunatissimi volumi “didattici”, fondati sul modello pedagogico in auge ai suoi tempi, tra cui si posson ricordare: Giannettino (1875), Minuzzolo (1878) ed Occhi e nasi (1881). In mezzo a tanto lavoro nacque, inoltre, anche il “miracolo” de Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino (apparso sul “Giornale dei bambini” nel 1880 e in volume nel 1883), che è il suo capolavoro: fiaba di immenso pathos emotivo, tutta incentrata sulle straordinarie e spassose “disavventure” del ragazzo-burattino, meravigliosa cronaca della sua “difficile” iniziazione ai misteri del mondo e della vita, testimonianza viva del suo spirito ribelle e della sua ansia di giustizia, dei suoi sogni ad occhi aperti e delle sue tristezze. Degli altri libri, infine, che Collodi scrisse successivamente, son altresì da ricordare: Storie allegre (1887), che comprende anche il racconto “Pipì lo scimmiottino color di rosa”, Note gaie (postumo, 1892) e le Divagazioni critico-umoristiche (postumo, 1892). |
La Fontaine: Storie di animali
llustrazioni di:Vittorio Apperti XXXI tavole a colori Il contenuto Le Storie di Animali, che Jean de La Fontaine pubblicò in dodici libri dal 1668 al 1694, sono una raccolta di celebri fiabe che egli scrisse per la massima parte ispirandosi a quell’abbondantissima e svariata tradizione di apologhi e raccontini moralistici in cui gli animali figurano e parlano come uomini, la quale, provenendo dal lontano Oriente (quasi sempre dall’India) si arricchì via via nei secoli, fino a nutrir di sé le famose favolette del leggendario autore greco Esopo e quelle in versi perfetti del latino Fedro. Naturalmente, La Fontaine vi aggiunse altri temi e motivi, tratti dalla tradizione medievale francese sia popolare che letteraria, attingendo finanche in Rabelais; ed oltre al trattare tutti gli argomenti con spiccatissima originalità e garbo, vi immise anche variazioni liriche personali con toccanti effetti di sottile umorismo. Una saggezza proverbiale e antica, popolare e raffinatissima ad un tempo, circola in queste pagine, innerva le battute più vive e audaci, animando un’argutissima parodia dell’umana società e dei costumi degli uomini, capace di metterne a nudo le indoli psicologiche più nascoste, con punte, a volte, di spietata satira sociale dissimulata a perfezione dietro la suprema e leggera eleganza dello stile. Ed è proprio per il rigoroso nitore dello stile, per la capricciosa delicatezza del movimento poetico e la schietta arguzia dello spirito, che queste storie di animali, nella loro apparente semplicità, sono in gran parte dei veri e propri capolavori in miniatura – basterà, a comprovarlo, rammentare qui la parabola della cicala e della formica, o quella del lupo e dell’agnello, o, ancora, quella della volpe e dell’uva –; piccole, concise allegorie che formano nel complesso un unico e suggestivo poema della disillusione in cui però il pessimismo di fondo è sempre riscattato dall’ironia tagliente, e trasfigurato dalla grazia poetica. Biografia dell’autore Jean de La Fontaine, (Château-Thierry 1621 – Parigi 1695). Di agiate origini borghesi, studiò senza entusiasmo teologia e poi diritto, e finì con l’assumere la carica paterna di ispettore delle acque e foreste. Nel 1647, sempre per indolente compiacenza verso il genitore, sposò la quattordicenne Marie Héricart, ma, a poco a poco, riuscì a liberarsi da ogni legame e obbligo sociale, con quella specie di candida noncuranza che fu, forse, il tratto più straordinario del suo carattere. Nel 1658, infatti, si trasferì a Parigi, separandosi di fatto dalla moglie. Presentato al ministro delle finanze Fouquet, ne ottenne una pensione e fu tra i frequentatori abituali del castello di Vaux; quando, nel 1661, il suo protettore cadde in disgrazia, invano fece appello alla generosità di Luigi XIV. Dal disagio economico nel quale si trovava uscì grazie alla protezione di alcuni importanti amici e soprattutto amiche: la duchessa di Orléans, la duchessa di Bouillon, Madame de la Sablière. Visse, da allora, per lo più ospite di qualche gran signore o gran dama di Parigi, che egli allietava con lo spirito della sua brillante conversazione, serbando però sempre una totale indipendenza di carattere e costumi, e confortando non di rado l’ospite con la sua amicizia, di proverbiale fedeltà. Frequentò poeti e letterali, tra i quali Racine, Molière, Boileau, Madame de la Fayette, ma anche ambienti «irregolari», come la Société du Temple. Fu eletto all’Académie française nel 1683. Scrisse poemetti di gusto classicheggiante, fra cui l’elegantissimo Adone (1658), sulla favola mitologica presa una quarantina d’anni prima ad argomento dal nostro Marino per il suo celeberrimo poema (che venne stampato in Francia), ed acquistò grande prestigio con i Racconti e novelle in versi (1664-71), composizioni non di rado licenziose (venne per questo definito un «un Aretino mitigato»), ma sempre spiritose, in cui si appropria di argomenti desunti dalle opere di altri autori, come Ariosto, Boccaccio, Poggio Bracciolini, per farne composizioni tutte sue. Su questa linea, di creazione-rifacimento, sono anche Gli amori di Psiche e Cupido (1669), delizioso romanzetto in prosa che egli scrisse prendendo spunto dal famosissimo episodio dell’Asino d’oro di Apuleio. Deve però, com’è noto, la sua grande celebrità alle Favole, che pubblicò a Parigi nel 1668 (libri I-VI), nel 1679 (libri VII-XI) e nel 1694 (libro XII). È in esse, infatti, che si rivela a pieno la sua insofferenza verso una rigida codificazione del gusto ed il suo amabile anarchismo, ravvisabili sia nell’estrema varietà del suo lessico (che non esclude arcaismi, termini tecnici delle arti, dei mestieri, dell'agricoltura, della caccia e anche espressioni della convenzione preziosa e cortigiana) sia nell’uso di una versificazione libera e irregolare. Fluidità, naturalezza e trasparente eleganza sono i caratteri salienti della sua arte. Egli è stato forse l’ultimo autore in cui la poesia di imitazione è riuscita ad essere, ad un tempo, scorrevolmente semplice e profondamente dotta. Non sono pochi, d’altro canto, gli storici della letteratura che vedono in lui il più grande lirico di Francia. |
Rodari: Le avventure di Cipollino
Gianni Rodari: Le avventure di Cipollino – Gelsomino nel paese dei bugiardi – La freccia azzurra Illustrazioni di: Alessandra Scandella XVIII tavole a colori Il contenuto Le avventure di Cipollino, Gelsomino nel paese dei bugiardi e La freccia azzurra, pubblicate, rispettivamente, le prime nel 1951, il secondo nel 1959 e la terza nel 1964, sono tre magistrali esempi dell’arte fiabesca di Gianni Rodari. Le vicende narrate nel primo romanzo sono ambientate nel colorato Mondo delle verdure, dove vive appunto Cipollino, un ragazzo che, non potendo frequentare la scuola vera, decide di andare alla scuola del Mondo, per cercar di capire cosa siano il male e il bene, e da che parte stiano. Naturalmente, non gli ci vorrà molto tempo per riuscire a comprendere come il male stia tutto dalla parte del potere, vale a dire del Principe Limone e del suo seguito, e di come invece il bene stia tutto dalla parte di chi, vittima indifesa, ne subisce le malefatte, cioè a dire Mastro Uvetta, Pirro Porro, Sora Zucca e tanti altri simpatici ed inermi personaggi. E così, una volta appurato tutto questo, Cipollino deciderà di non rimanere spettatore passivo del mal andazzo delle cose, e, intervenendo, riuscirà infine, con strabilianti astuzie, a trionfare sulla tracotanza del Principe Limone, a riportare la tranquillità nel Mondo delle verdure e a fondare, addirittura, una Repubblica, dove tutti, anche i più piccoli, avranno sempre la possibilità di ricevere giustizia per i torti patiti. Altrettanto audace ed indipendente nel suo giudizio è, d’altro canto, anche il personaggio del secondo racconto, Gelsomino, il quale, pur essendo un ragazzino, ha il coraggio di sovvertire le regole del Mondo totalmente “bugiardo” in cui vive – un mondo che è, val la pena di annotarlo, una personale traduzione poetica rodariana, in chiave comica e surreale, dell’Italia del dopoguerra –, semplicemente cominciando, per un necessario bisogno di onestà, a chiamare le cose con il loro vero nome: così sottraendo, piano piano, autorevolezza alle assurdità e alle menzogne che fino ad allora lo avevano completamente permeato. Ed è un consimile bisogno di onestà che fa muovere, infine, anche i protagonisti dell’ultimo romanzo, cioè a dire gli splendidi giocattoli che abitano la vetrina della Befana – il trenino elettrico “la Freccia azzurra”, le tre Marionette prive di cuore, l’Ingegnere capo del Meccano, i Ferrovieri del treno, il Capitano Mezzabarba, la Bambola nera e il cane Spicciola –, i quali, tutti assieme, la notte del 6 gennaio, si animano e decidono di fuggire dal negozio, per ribellarsi alle disoneste mire di un giocattolaio avido e truffatore. Il loro scopo, preciso, è quello di recapitarsi da soli (visto che la Befana è malata) ai bambini che non han soldi per comprarsi doni costosi: tra loro c’è anche Francesco, un ragazzino di dieci anni che fa il venditore di caramelle e gomme da masticare nel cinema del quartiere e sogna di possedere la bellissima “freccia azzurra”, nonostante non abbia i soldi sufficienti per comprarla. Seguono, a questo punto, infinite peripezie, tutte a lieto fine (visto che ogni giocattolo riesce a consegnarsi ad un bambino povero), fino alla conclusione finale, che vede Francesco giocare felicissimo con il cane Spicciola, diventato un cane vero e proprio, in carne ed ossa, per effetto della magia della notte dell’Epifania. Veri e propri capolavori della moderna letteratura per l’infanzia, queste tre opere – splendidi frutti di quel programma che Rodari aveva in mente per i suoi giovani e men giovani lettori: far ridere e aiutare a capire il Mondo – hanno molte qualità che le rendono indubbiamente memorabili: l’estrosa e felice leggerezza dell’invenzione, sempre giocata sul filo di una sbizzarrita fantasia surreale; il gusto del dettaglio minuziosamente icastico all’interno di un’osservazione della realtà che non scade mai nel piatto moralismo né mai si impània nelle secche di una eccessiva propensione didattica; la straordinaria abilità nel giocare provocatoriamente con i linguaggi, praticando un umorismo dell’assurdo, libero da schemi, capace di mettere a nudo, se non alla berlina, le storture del cosiddetto viver civile, di far opera di ilare e feroce dissacrazione dei luoghi comuni dominanti e del conformismo sociale, e, soprattutto, di tratteggiare, sia pur in trasparenza, il disegno di una sorta di possibile utopia sociale di eguali, in cui ciascun individuo possa vivere senza discriminazioni di alcun genere, realizzando se stesso, vale a dire i propri desideri. Biografia dell’autore Gianni Rodari, (Omegna 1920 – Roma 1980). Figlio di un fornaio, all’età di nove anni perde il padre, per cui con la madre e il fratello si trasferisce a Gavirate, in provincia di Varese. Due anni dopo entra nel seminario di San Pietro Martire di Seveso, in provincia di Milano, da cui esce nel 1934 e prende da privatista il diploma di terza ginnasio. Inizia a frequentare l’Istituto magistrale Manzoni di Varese e nel 1938 conclude gli studi, diplomandosi maestro. Per qualche anno insegna alle elementari, poi, successivamente, passa al giornalismo, scrivendo sulle pagine de “L’Unità”. Per questo giornale cura, in particolare, l’inserto domenicale dedicato alle famiglie, dove compaiono ogni volta storielle umoristiche che vengono molto apprezzate dai piccoli lettori. Nasce così la sua prima raccolta di filastrocche e racconti Il Libro delle Filastrocche (1950), che sarà seguita, nel giro di pochi anni, da innumerevoli altri scritti, tutti dedicati all’infanzia. Tra il 1950 e il 1953 è direttore del “Pioniere”, settimanale di sinistra per ragazzi. In questo periodo scrive Il Romanzo di Cipollino (1951), che verrà poi successivamente ripubblicato, nel 1957, con il nuovo titolo Le avventure di Cipollino. Dal 1968 passa a dirigere il “Giornale dei genitori” (carica che ricoprirà fino al 1971). Nel 1970 gli viene assegnato, infine, il premio Andersen, considerato il Nobel della letteratura infantile. Tra la sterminata produzione dei suoi racconti, tutti molto amati dal pubblico dei lettori, sia in Italia che all’estero, varrà la pena di ricordare almeno Gelsomino nel paese dei bugiardi (1959), le Filastrocche in cielo e in terra (1960), Il pianeta degli alberi di Natale (1962), Gip nel televisore (1964), Il libro degli errori (1964), La Freccia azzurra (1964), La torta in cielo (1966), Le filastrocche del cavallo parlante (1970), le Novelle fatte a macchina (1973), lo splendido romanzo C’era due volte il barone Lamberto (1978) ed Il secondo libro delle filastrocche, uscito, postumo, nel 1985. Del 1973 è invece la Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie, una sorta testamento spirituale in forma di saggio di poetica in cui egli ha esposto la sua concezione narrativa e pedagogica. Scrittore dotato di una straordinaria ed inesauribile fantasia, nonché di un grande senso dell’impegno civile, Rodari è stato, senza alcun dubbio, l’autore italiano del ‘900 che maggiormente ha contribuito al rinnovamento della letteratura per l’infanzia con una vasta produzione poetica e narrativa, attraversata da una vena di intelligente comicità surreale; un’opera che, messo da parte il tradizionale favolismo magico, tratta per la gran parte di temi della vita moderna ed è quasi esclusivamente incentrata su personaggi ritagliati dalla più pedissequa realtà quotidiana (bidelli, vigili urbani ecc.) o della più sbrigliata fantasia (giocattoli, vegetali, pupazzi di neve ecc.): personaggi che gli permettono, ancor oggi, a più di vent’anni dalla morte, di comunicare con la massima intensità, ai vecchi e nuovi lettori, la sua vitale, umoristica e gioiosa visione della vita. |
Fiabe orientali: Le mille e una notte
Illustrazioni di: Felice Ludovisi XXX tavole a colori Il contenuto Le mille e una notte sono una raccolta araba di novelle (il cui titolo originaleAlf Laila Wa Laila), che furon tradotte per la prima volta in occidente, tra il 1704 ed il 1715, dall'orientalista francese A. Galland. Così come accade in altre opere della narrativa orientale, tali novelle a volte veri e propri racconti autonomi ed a volte, invece, incastrati uno nell'altro sono inserite entro una storia principale che funge da cornice. Di questa storia principale, che deriva da una fonte indiana,protagonista il re di Persia Shahriz, il quale, scopertosi tradito dalla moglie, dopo averla punita con la morte ed aver visto replicata la propria disavventura coniugale in quella analoga che capita al fratello Shahzam, concepisce un odio implacabile contro tutte le donne e uno sfogo passando ogni notte con una diversa fanciulla del suo regno che all'alba del giorno successivo fa decapitare. Il funesto incanto, che dura tre lunghi anni,spezzato per da Shahraz, la figlia maggiore del suo visir, la quale, per salvarsi la vita, escogita il brillante stratagemma di narrare al re ogni notte una favola diversa e di interromperla al momento opportuno, lasciando nel sovrano la curiosità di ascoltarne il seguito la notte successiva. In questo modo, la sua esecuzione viene, di giorno in giorno, rinviata, finchè, alla fine, dopo mille e una notte, la fanciulla, che nel frattempo ha dato al re anche tre figli, viene da questi graziata e sposata, trascorrendo felicemente insieme a lui il resto dei suoi anni. All'interno di questa storia principale vi sono poi un insieme di centinaia di racconti, di origine molto diversa (soprattutto, per, di derivazione indiana, egiziana ed irachena), che descrivono, ora con toni decisamente fantasmagorici, ora con toni più comicamente realistici, un multiforme, coloratissimo, vociante mondo in cui si muovono, accanto ad eleganti e regali figure (califfi, visir), magiche silhouettes di spiriti e folletti, ma, soprattutto, guizzanti e vivacissimi profili di lestofanti, onesti lavoratori, innocenti e fannulloni, imbroglioni ed avventurieri pronti a sfidare ogni pericolo pur di acquisire nuove ricchezze o nuove conoscenze; un mondo variegato di regge, di grotte, ma anche di mercati variopinti, di viuzze malfamate, di catapecchie dei sobborghi e di porticcioli; un mondo che, insomma, come ben videro i romantici, meravigliosa, lussureggiante rappresentazione di quel popolo arabo, di quell'Islam popolano di umili e derelitti, di schiavi e di marinai, i cui valori e sentimenti (passioni, atti di fede, gesti d'altruismo ed esempi di grandezza), son celebrati in ogni pagina del libro, senza scadere mai, peraltro, in piatta agiografia. Considerata unanimemente come uno dei grandi libri della letteratura universale, Le mille e una notte un'opera che deve, d'altro canto, la sua particolare diffusione in occidente al fatto d¡ esser divenuta, in breve tempo, un classico della letteratura per ragazzi; ed un titolo, questo, che essa certamente merita, visto che nelle sue pagine son racchiuse alcune tra le più affascinanti e divertenti storie che all'infanzia siano mai state narrate: dalle magiche vicende di Aladino alle avventurose peripezie di Sin¡d il marinaio; dalle ¡sontuose¡ storie riguardanti la stilizzata figura del califfo di Baghd, Har ar-Rash, alle fortunate traversie del furbo Al¨ Bab. Assai meno nota della più famosa Le Mille e una notte¡, la raccolta di racconti I Mille e un giorno, il cui titolo originale, turco, ¨Hezaryek ¨C. Rouz, apparve per la prima volta in occidente nel Settecento, in Francia, durante il regno di Luigi XIV. Anche in essa, come nelle Mille e una notte, c¡ un filo conduttore, vale a dire un racconto-cornice nel quale si delinea la storia di una nutrice che, per cercar di placare la misantropia di una principessa che non vuole sentir parlare d'amore, le narra fiabe in cui si alternano avventure fantasiose, avvenimenti prodigiosi e grandi passioni, riuscendo in questo modo a sciogliere, a poco a poco, il cuore inaridito della giovane maest. E d'altro canto, nonostante la minor fama di cui questa raccolta ha goduto negli anni rispetto alla raccolta ¡consorella, anch'essa contiene alcune splendide novelle che son poi divenute molto note in occidente grazie alle trascrizioni che ne han fatto Carlo Gozzi e Hans Christian Andersen: il primo, infatti, riscrisse la storia di Re Cervo e di Turandot¡ che poi, in seguito,diventata anche una celebre opera lirica di Giacomo Puccini, mentre il secondo riscrisse quella de ¡l Baule volante¡. |
Barrie: Peter Pan nei giardini di Kensington
Illustrazioni di: Nino La Barbera XL tavole a colori Il contenuto Peter Pan nei giardini di Kensington ed il suo seguito Peter Pan e Wendy, pubblicati da James Matthew Barrie rispettivamente nel 1906 e nel 1911, sono due romanzi fiabeschi che hanno, ambedue, per protagonista la delicata e pur volitiva figura di un aereo folletto, Peter Pan appunto, il quale, una settimana dopo esser nato, decide in cuor suo di non voler più crescere e per questo motivo fugge dalla finestra, immaginando di essere ancora (come tutti i bambini prima di nascere, ci assicura l’autore) partecipe della natura di uccello. Nei giardini di Kensington, uno dei grandi parchi di Londra, trasfigurati dall’ora notturna e intessuti di magia, egli viene accolto dalle fate che fanno di lui un essere libero, eternamente sospeso tra realtà e sogno. L’unico legame che ancora gli resta col mondo degli uomini sono le favole che le madri raccontano ai figli per farli addormentare ed è perciò che egli ama curiosare di notte nelle case del quartiere, ascoltando, non visto, da dietro le finestre. Una sera accade però un fatto nuovo: entrato nella casa della famiglia Darling da una finestra rimasta aperta, la cagnetta Nanà lo obbliga a una fuga così precipitosa che Peter è costretto a lasciare la propria ombra tra i vetri della finestra che si chiude. Qualche giorno dopo torna a casa Darling per riprendersela, e fa così amicizia con la piccola Wendy, riuscendo alla fine a convincere sia lei che i suoi due fratellini, Gianni e Michele, a seguirlo in volo nel Paese-che-non-c’è, una terra incantata ove tutti insieme parteciperanno a straordinarie avventure: una per tutte, sconfiggere il malvagio capitano Hook, così chiamato per via dell’uncino che ha al posto della mano mozza. Capolavoro della letteratura per l’infanzia, gremito di personaggi e situazioni di grande incanto (quali, ad esempio, la figura di Campanellino, microscopica fatina capace con un po’ di polvere magica di far volare i bambini) le avventure di Peter Pan sono ovviamente, soprattutto, il ritratto di un personaggio-simbolo che incarna in sé l’archetipo universale di quell’animo bambino che, nonostante tutto, sopravvive e fa capolino, mutevole, mercuriale e leggero, anche nell’irrigidito e compassato mondo mentale degli adulti. Biografia dell’autore James Matthew Barrie, (Kirriemuir 1860 – Londra 1937). Nato da una famiglia di tessitori, fu romanziere, commediografo e giornalista. Collaborò con A. Conan Doyle a un libretto d’opera comica. Scrisse bozzetti sulla Scozia, Una finestra a Thrums (1889), nei quali si servì del dialetto e di divertenti aneddoti per allietare i lettori inglesi con le amenità della vita provinciale. È ricordato soprattutto per la commedia fiabesca Peter Pan, o il ragazzo che non voleva crescere (1904) e per alcuni libri che hanno a protagonista lo stesso personaggio, tra cui Peter Pan nei giardini di Kensington (1906) che gli procurò un successo mondiale. Scrisse, inoltre, altre commedie, tra cui L’incomparabile Crichton (1902), Ciò che ogni donna sa (1908) e Le medaglie della vecchia signora (1917). Il suo teatro, venato di fantasia, ironia e di una buona dose di sentimentalismo, mostra l’influenza di Maeterlinck e del dramma russo e godé, a suo tempo, di grande fortuna presso la tarda borghesia vittoriana ed edoardiana. |
Basile, Straparola, Nerucci, Zanazzo: Fiabe italiane
Giovan Battista Basile: La mortella – Vardiello – La gatta cenerentola – Faccia di capra – La cerva fatata – Le due vecchie – Petrosinella – Verde prato – Viola – Cannetella – La selva d’agli – Corvetto – L’ignorante – La pietra del gallo – I tre re – Le due pizzelle – Il corvo – Pinto smalto – Sole, luna e talia – I cinque fratelli – Nennillo e Nennella – I tre cedri Gherardi Nerucci: La manetta di morto – Il paradiso terrestre – Il pesciolino – Il mago dalle sette teste – Bellindia – Il figlio del pecoraio – La regina marmotta – La novella delle scimmie – Fiordinando – Testa di bufala – Uliva – La bella ostessina – Fiorindo e Chiara Stella Giovan Francesco Straparola: Cassandrino – Re porco – Pietro pazzo – Porcarollo – Biancabella – Ancilotto – Il gobbo – Dionigi – L’orso, il leone e il lupo – Costantino fortunato – Bertuccio da Trino – La moglie curiosa Luigi Zanazzo: Caterinella – La fata Morgana – Bellinda e il mostro – Fosca – La barca – I tre soldati – Bel Miele e Bel Sole – Il re superbo – Il re gobbetto – Cicco Petrillo – Lo specchio Illustrazioni di Attilio Cassinelli XX tavole a colori Il contenuto Fiabe italiane è un volume antologico, diviso in quattro sezioni, che raccoglie al suo interno alcune tra le più belle fiabe appartenenti al corpus della tradizione letteraria nazionale.L’opera si apre, nella prima sezione, con una serie di ventidue fiabe che son tratte da uno dei più grandi capolavori della letteratura italiana, vale a dire dal barocco “Lo cunto de li cunti ovvero lo trattenemiento de li peccerille” di Giovan Battista Basile, libro assai poco letto in Italia ma considerato, secondo il giudizio unanime dei critici stranieri (da Weiland ai fratelli Grimm) come la più ricca raccolta di fiabe popolari della letteratura europea. Fiabe che – da “Pinto Smalto” a “La gatta cenerentola” – incantano per la grazia e la levità dello scrittura che le anima: una scrittura duttile ed esuberante, ricca di “umori” e infiorescenze. Fiabe buffe, ridanciane, stravaganti, a volte crudeli e a volte intrise di acre e sottile furor satirico, che evocano con forza, pagina dopo pagina, un mondo in cui re, maghi e popolani, megere e candide fanciulle, furbi e babbei, sono tutti equanimemente mossi dalle leggi imprevedibili della più intensa invenzione fantastica. Seguono poi, nella seconda sezione, tredici favole, tratte dalle “Sessanta Novelle Montalesi” raccolte da Gherardo Nerucci, che son la più cospicua antologia di favole toscane che sia stata pubblicata nel diciannovesimo secolo. Frutto del profondo interesse per la cultura popolare del loro trascrittore-riscrittore, esse sono una rispettosa rielaborazione letteraria della viva tradizione orale: storie gaie, malinconiche o spietate – che son a volte veri e propri capolavori, come nel caso di “Manetta di morto” o di “Bellindia” – scritte sempre con uno stile articolato, vibrante e complesso, in una lingua che riflette, spesso, la vivacità delle espressioni dialettali. È la volta poi, nella terza sezione, delle dodici fiabe tratte dalla cinquecentesca raccolta di novelle intitolata “Le piacevoli notti” di Francesco Straparola, la quale ebbe ai suoi tempi un grandissimo successo, superiore anche a quello del “Decamerone” di Boccaccio. Scritte in un linguaggio facilmente comprensibile e con un notevole gusto per il gioco di parole, esse divertono per il loro tono di burla – si legga, a tal proposito, la strepitosa “disfida” tra un ladro e un magistrato che è narrata in “Cassandrino” –, per la loro atmosfera di comicità spensierata e per i loro temi, “alonati di magia”, sempre in bilico tra crudo “realismo” e atmosfere “fantastiche” (non a caso, allo Straparola si conferisce il merito di aver introdotto i racconti di fate nella moderna letteratura europea). Chiude il volume, infine, la sezione dedicata alle undici favole romanesche di “Giggi” Zanazzo, la cui particolare abilità e bravura sta tutta nell’aver descritto con grande precisione e vivacità – come ad esempio nelle due esilaranti storie di “Caterinella” e di “Cicco Petrillo” – personaggi estremamente realistici, attinti direttamente dai vicoli di Trastevere e dal rione Campitelli, dove egli viveva, nel cuore della vecchia Roma ottocentesca. Biografie degli autori Giovan Battista Basile, (Napoli 1575 – Giugliano 1632). Dopo un periodo trascorso tra Venezia e Candia, in qualità di soldato mercenario al servizio della Serenissima, nel 1608 fece ritorno a Napoli. Soggiornò poi, in seguito, alla corte dei Gonzaga, a Mantova, e quindi, rientrato in patria, divenne governatore di vari feudi, per conto di alcuni signori meridionali. Scrisse opere in lingua – per lo più poemetti e liriche di stampo marinistico, che non vanno mai al di là del gusto dell’epoca – ed opere in dialetto. Ed è appunto per due opere in dialetto napoletano, firmate con lo pseudonimo di Gian Alesio Abbattutis, che egli è universalmente noto: Le muse napolitane (postume, 1635), 9 egloghe dialogate, e, soprattutto, la raccolta di fiabe Lo canto de li cunti overo lo trattenemiento de’ peccerille (postumo, 1634-36), noto anche come Pentamerone (si tratta infatti di 50 favole, raccontate, nell’arco di cinque giorni, da dieci vecchie). La felicità creativa di Basile, la cui opera fu fonte d’ispirazione per favolisti stranieri come i fratelli Grimm, Ch. Perrault e L. Tieck, consiste essenzialmente nel ricchissimo e sapiente dosaggio di elementi della cultura letteraria e della fantasia popolare. Considerato usualmente dalla critica come il più bel libro italiano barocco, esso è senza alcun dubbio un’opera di straordinaria levità e gaiezza, di poesia sorridente e gentile, non aliena, d’altro canto, in certe sue pagine, da effetti di potente “carica” grottesca. Gherardi Nerucci, (Pistoia 1828 – Montale 1906). Discendente di una nobile famiglia, nel 1844 si iscrisse ai corsi di Diritto Civile, Canonico e Criminale all’Università di Pisa, città dove rimase fino al 1848, dedicandosi più alla letteratura che agli studi di diritto. Nel 1848 partì come milite del battaglione di guerra universitario per la spedizione che si concluse a Curtatone e Montanara. Nel 1849 si laureò a Pisa ed iniziò ad esercitare l’avvocatura prima a Roma e poi a Firenze. Nel 1858 cominciò a collaborare con alcuni giornali, scrivendo articoli teatrali, e l’anno successivo partecipò alla sollevazione popolare contro il Granduca di Toscana Leopoldo Il. Negli anni seguenti, si stabilì a Montale dove, oltre ad insegnare nella scuola rurale da lui stesso promossa, fu anche capitano della Guardia Nazionale. Nel frattempo, accanto all’attività giornalistica, svolse, parallelamente, anche quella di insegnante presso il Ginnasio di Pistoia, riuscendo altresì a portare a termine le sue prime ricerche sul folclore. Nel 1871 sposò l’inglese Fanny Carolina Chambers e, due anni dopo, rinunciò definitivamente all’insegnamento per dedicarsi completamente alla raccolta di curiosità storiche e folcloristiche e dei testi di novellistica che aveva iniziato a trascrivere fin dal 1868. Della sua ampia produzione letteraria, dispersa per la maggior parte su riviste e periodici, si possono qui ricordare due opere, entrambe di carattere folcloristico: le Sessanta Novelle Popolari Montalesi del 1880 e Le Cincelle da bambini del 1881. E d’altro canto, la sua figura va ricordata, soprattutto, per il grande contributo dato, insieme a personaggi di spicco della cultura italiana del suo tempo, come il suo amico Domenico Comparetti, al rinnovamento degli studi linguistici e filologici nel periodo che immediatamente segue la proclamazione dell’unità d’Italia. Giovan Francesco Straparola, (Caravaggio 1480/1500 ca – dopo il 1557). Pochissimo si sa della sua vita, salvo che fu a Venezia dal 1530 al 1540. Ha lasciato un canzoniere di imitazione petrarchesca (Sonetti, strambotti, epistole e capitoli, 1508) di modesto interesse e Le piacevoli notti (I libro, 1550; II libro, 1553), una raccolta di settantacinque novelle che s’immaginano narrate, nell’isola di Murano, per tredici notti, durante il carnevale, da un’allegra brigata di commensali, tra i quali figura anche P. Bembo. Il successo del primo libro fece sì che egli ne approntasse alla svelta un secondo, saccheggiando, tra le varie fonti, soprattutto le novelle in latino del napoletano G. Morlini. L’importanza de Le piacevoli notti sta, ovviamente, tutta nell’introduzione dell’elemento fiabesco. Racconti immaginosi si trovano nella “cornice” che lega le novelle, mentre favole e storie di tono popolare s’alternano a narrazioni di tipo tradizionale negli altri testi. Va altresì segnalato, infine, il suo tentativo di contrapporsi alla maniera toscaneggiante con l’assunzione sporadica, all’interno dei suoi racconti, di registri dialettali (bergamasco e pavano). Luigi Zanazzo, detto “Giggi” Zanazzo (Roma 1860 – 1911). Bibliotecario, studioso del folclore romano, fondò nel 1887 il periodico dialettale “Rugantino”. All’interno della sua copiosa produzione, si possono qui ricordare le raccolte “folcloristiche” Novelle, favole e leggende romanesche (1907), Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma (1908), Canti popolari romani (1910) ed i Proverbi romaneschi (postumi, 1960). Come poeta si riallacciò alla tradizione belliana, mostrando però una sua personale vena narrativa; l’intera sua opera in versi è contenuta in Versi romaneschi editi e inediti (2 voll., postumi, 1921-23). Fu anche commediografo e fra le sue commedie sono da ricordare: Li maganzesi a Roma (1982), E’ re Gobbetto (1885) e L’amore in Trastevere (1888). |
Diego Valeri : Il romanzo di Sigfrido, I cavalieri di Re Artù, Parsifal
Illustrazioni di: Claudio Monteleone XXVI tavole a colori Il contenuto Il presente volume raccoglie, curate dal poeta veneziano Diego Valeri (che non soltanto le ha tradotte, ma le ha anche, in più punti, rielaborate utilizzando spesso per la stesura di uno stesso testo più fonti letterarie), tre delle più affascinanti saghe avventurose della cultura occidentale, cioè a dire l’epopea “nibelunga” di Sigfrido, qui intitolata Il romanzo di Sigfrido, la storia “cortese” de I cavalieri di re Artù ed, infine, la parabola ascetica del giovane cavaliere Parsifal, destinato a “ritrovare” e a “custodire” il santo Gral. Poiché non è possibile, nel breve spazio a nostra disposizione, riassumere la trama di ciascun opera, altro non ci resta che accennare, in un veloce elenco per rapidi frammenti, a quel che ogni lettore può trovare in esse; così, liberamente, indicheremo: il ritratto del fuligginoso nano Mime e la storia di una spada chiamata “Dolore”. L’uccisione del “profetico” drago Fefner da parte di Sigfrido ed l’amore di quest’ultimo per la bella Brunilde. Il tradimento e la vigliaccheria incarnati nelle figura del perfido Hagen, vassallo di re Guntero e la caritatevole dolcezza ed innocenza della sorella di quest’ultimo, Crimilde, innamorata di Sigfrido. La potenza nefasta d’un filtro amoroso e la tragica riunione nella morte di Sigrfrido e Brunilde. E ancora: il comportamento bizzarro e scherzoso del carismatico e onnisciente mago Merlino e la sua felicità nell’esser fatto prigioniero, in una prigione d’aria, dall’amore geloso della sua donna, fata buona che egli ha educato fin da quando era bambina. La storia di una spada magicamente incastrata in una roccia e l’immagine di una tavola rotonda attorno a cui siede un’invincibile compagnia di cavalieri. Il duplice ritratto regale formato dall’altera Ginevra e dal generoso e lungimirante Artù, ed il dolore profondo di quest’ultimo di fronte ai “rovesci” della sorte. Il profilo del leale Lancillotto, cavaliere “senza macchia e senza paura” ed il suo amore represso quanto assoluto per la sua regina. Il sodalizio dolcissimo e fraterno tra Lancillotto e Galeotto ed il suo tragico epilogo. Le perfide macchinazioni della fata Morgana, sorella di Artù, contro il fratello, e l’innocente forza di Gaalad, l’eletto. Le ingiuste accuse lanciate contro Ginevra per una morte che ha causato, ma di cui non ha in realtà alcuna colpa, e lo scontro fratricida tra Lancillotto e Galvano. La commovente morte di Artù. E per finire: la splendida descrizione del castello di Monsalvato, eretto su un picco dei Pirenei, dove vivono i templari che custodiscono il santo Gral, e la nefasta sconfitta del loro re, Amfortas, nel malefico giardino incantato di Klingsor. Il successivo trionfo di Parsifal sulle ingannevoli seduzioni di quello stesso giardino e lo splendido “profilo bifronte”, mansueto e malvagio, della giovane Kundri. La luminosa figura di Lohengrin, il cavaliere del cigno, ed il suo sfortunato amore per la dolce Elsa. Magnifici scrigni, ricolmi del più sublime pathos avventuroso ed amoroso, storie di iniziazione, d’amore e tradimento, Il romanzo di Sigfrido, I cavalieri di re Artù e Parsifal, con tutto il loro corredo di eroiche imprese e sogni profetici, di filtri magici ed amori sciagurati, sono dunque, in fondo, né più e né meno che la glorificazione della potenza del fato nell’esistenza degli uomini e la rappresentazione di una grandezza umana che, per forza di cose, trova, miticamente, la sua giusta collocazione soltanto nei “gloriosi” spazi del bel tempo andato. Biografia del curatore Diego Valeri, (Piove di Sacco, 1887 – Roma 1976). Professore d’italiano e di latino nei licei, insegnò poi letteratura francese nell’università di Padovia. Nel 1913 pubblicò il suo primo libro di versi, intitolato Le gaie tristezze, cui seguirono Umana (1915), Crisalide (1919) e Ariele (1924): tutti questi volumi confluirono, poi, in Poesie vecchie e nuove (1930), mentre i successivi Scherzo e finale (1937) e Tempo che muore (1942) furono riuniti in Terzo tempo (1950). Dopo la guerra diede alle stampe Metamorfosi dell’angelo (1957), Il flauto a due canne (1958), Verità di uno (1970) e Calle del vento (1975). Poeta collocato in una posizione appartata e marginale all’interno della tradizione poetica italiana del novecento, Valeri si distinse subito per la vene leggera, “cantabile” e, nondimeno, preziosa delle sue composizioni, nelle quali forte è l’influsso di Pascoli e del D’Annunzio alcyonico, senza peraltro dimenticare la lezione, che nei suoi versi si avverte, dei crepuscolari e dei post-simbolisti. Scrisse anche numerosi saggi di letteratura francese e italiana (Poeti francesi del nostro tempo, 1924; Da Racine a Picasso, 1956; Tempo e poesia, 1962; Conversazioni italiane, 1968), che sono alquanto interessanti per le raffinate analisi linguistiche che essi contengono. Fu anche autore, inoltre, di testi narrativi che si ricollegano alla tradizione della prosa d’arte (I colli Euganei, 1932; Fantasie veneziane, 1934; Guida sentimentale di Venezia, 1942; Giardinetto, 1974) e traduttore eccellente di Lirici tedeschi (1959) e Lirici francesi (1960). Notevole fortuna ebbe anche una sua raccolta di poesie per bambini, Il campanellino (1928). |
Shakespeare: Sogno di una notte di mezza estate. La tempesta. La dodicesima notte. Racconto d’inverno.
Illustrazioni di: Giuseppe Casciani XX tavole a colori Il contenuto Sogno di una notte di mezza estate, La tempesta, La dodicesima notte e Il racconto d’inverno, sono, senza alcun dubbio, quattro tra le più belle commedie scritte da William Shakespeare, e quindi anche, più in generale, della storia del teatro in assoluto. Sogno di una notte di mezza estate, composta probabilmente tra il 1594 e il 1596, è una commedia romantica, raffinata ed arguta, che fonde in un’unica rappresentazione, a più livelli di lettura, il mondo lunare e fantastico delle fate e dei folletti dei boschi con quello umorale e popolaresco degli artigiani, capeggiati dalla clownesca figura del tessitore Bottom. Essa si fonda sul grande motivo poetico rinascimentale dell’amore volubile e folle – una forza che, nel corso dell’intricatissima vicenda (che è una ridda d’incantesimi, litigi, equivoci e confusioni che ne conseguono), continuamente muta le regole del gioco amoroso fino agli esiti più paradossali, coinvolgendo e sconvolgendo, con incessanti ribaltamenti di situazione e colpi di scena, la sorte dei vari protagonisti, tra cui van certamente ricordati, oltre al già citato Bottom, i memorabili profili di Oberon, il re delle fate – metamorfosi shakesperiana della figura del nano nibelungo Alberich – e del vanesio e capriccioso folletto Puck, il cui nome significa “demonio della terra”.Composta probabilmente tra il 1610 e il 1612, La tempesta è l’ultima delle “commedie romanzesche” di Shakespeare ed è stata per lunghissimo tempo considerata dalla critica come l’opera più originale, più unitaria (si svolge tutta nell’arco d’una giornata) e più complessa del bardo inglese: una sorta di suo testamento spirituale, di congedo magnificamente sobrio. Ed è infatti indubbiamente vero che essa è il frutto di un miracoloso equilibrio stilistico, in cui perfettamente si mescolano, armonizzandosi tra loro, episodi di crudo “realismo” (come son quelli dedicati alla tempesta e al naufragio) e situazioni di sottile fantasticheria (come quelle che riguardano le apparizioni magiche); il clima di cupa congiura e la serena pastorale; la parola popolaresca e le colte citazioni; colorando altresì dei toni più svariati e magàti le scene e caricandole di numerose reminiscenze letterarie – ad esempio, di Rabelais e di Montaigne –; ed arrivando, addirittura, ad “inventare” dei linguaggi “particolari” per i due antagonisti, Ariele e Calibano – rispettivamente le personificazioni, nell’opera, dell’immaterialità e lucentezza dell’aria e della pesantezza selvaggia della terra –, i quali sono, tra l’altro, insieme alla figura di Prospero, duca spodestato e grande mago la cui figura rappresenta invece la maturità spirituale dell’arte, tra i personaggi più indimenticabili di tutta la produzione drammaturgica del poeta inglese. Scritta attorno al 1600, probabilmente per esser rappresentata la sera dell’Epifania – e da qui il suo titolo, dato che la notte dell’Epifania è per l’appunto la dodicesima dopo il Natale – La dodicesima notte o Quel che volete è una delle commedie più sottilmente modulate del corpus shakesperiano; prodotto di un artista ormai al culmine della propria maturità artistica, essa è in pratica una sorta di analisi ed esplorazione artistica di quell’“Illusione”, o “Inganno”, che girare il mondo e fatalmente regna sulla condizione umana; un’“Illusione”, o “Inganno”, che, naturalmente, prendendo le più svariate forme, non risparmia nessuno dei personaggi di quest’opera comico-melanconica: chi esercita l’inganno a sua volta lo subisce, e il tutto è come un gioco di specchi deformanti che creano un labirinto da cui nessuno, alla fine, sembra poter uscire. Un labirinto lirico e musicale, che ha i suoi punti memorabili nelle splendide canzoni di Feste il buffone, con i suoi lazzi ed i suoi giochi di parole, nelle quali l’accento dominante è quello della malinconia. La vicenda, costruita sui due classici temi romanzeschi del travestimento e dei gemelli che una sorte bizzarra prima separa e poi, alla fine, fa riunire, è in sostanza una sorta di ritmato balletto d’equivoci, in cui al sospiroso e struggente motivo degli amori impossibili fa da contrappunto la schermaglia dei dialoghi comici. E straordinariamente comico è, peraltro, il personaggio più riuscito dell’opera, vale a dire quello del sussiegoso e strampalato maggiordomo Malvolio, grande caricatura del rigido tutore della morale, comica vittima delle beffe dei suoi compari che ne rivelano alla fine tutta la fatuità. Il Racconto d’inverno infine, che conclude il quartetto proposto in questo volume, è un “romance”, un dramma romanzesco, composto probabilmente intorno al 1611, che prende il suo titolo da una frase di uno dei personaggi, il giovane Mamillio, il quale, al principio del secondo atto, afferma che “una storia triste è più adatta all'inverno”. E in questo senso, essa è veramente una sorta di fiaba “tutta intreccio” che ben s’adatta alle lunghe serate d’inverno; una fiaba in cui Shakespeare non rispetta affatto le unità di tempo e di luogo aristoteliche – essendo le scene governate da una logica tutta interna alla trama –, e che, pertanto, lievita nel tempo e nello spazio in modo del tutto fantastico e irreale. Le scene si svolgono così in un lungo arco di anni e in vari paesi, senza curarsi minimamente di problemi di verosimiglianza e di realismo (così, ad esempio, la Boemia è, in questa commedia, bagnata dal mare!). La storia, che è, di volta in volta, malinconica, triste, comica e commovente, tiene in sospeso l’ascoltatore fino alla felice conclusione ed ha, tra i suoi protagonisti di maggior spessore, l’inquieta figura del follemente geloso re Leonte e quella, diametralmente opposta, luminosa ed aggraziata, di sua figlia Perdita, che è, senza alcun dubbio, una delle più delicate silhouette di innamorate che siano mai uscite dalla penna di Shakespeare. Biografia dell’autore William Shakespeare, (Stratford-on-Avon, Warwickshire, 1564 – 1616). Figlio di un guantaio, terzo di otto fratelli, lasciò gli studi per ragioni economiche. A 18 anni si sposò ed ebbe tre figli. Fino al 1592 non si hanno notizie certe sulla sua vita. Dopo questa data lo si trova, invece, a Londra, come autore, attore e impresario, nel momento di massimo fulgore teatrale della città. Ebbe pochi amici ed alcuni illustri protettori, tra cui il duca di Southampton, a cui nel periodo della peste (1593-94) aveva dedicato due opere poetiche – Venere e Adone e Lucrezia violata – e grazie al cui appoggio divenne comproprietario del famosissimo Globe Theatre, e poi del Blackfriars. Gran parte delle scarse notizie relative agli anni dal 1601 sino alla morte sono legate a rappresentazioni o edizioni delle sue opere, e a documenti familiari o legali. Nel 1610, pur continuando a scrivere per la compagnia dei King’s Men, si ritirò nella proprietà acquistata a Stratford. Fu sepolto nel coro della chiesa della Old Town. La raccolta dei suoi drammi, che uscì, postuma, nel 1623, a cura di due attori dei King’s Men, mostra un’eccezionale ricchezza e complessità di temi e di accenti – ineguagliabile fusione di echi medievali e di cultura rinascimentale, di sublimi “spaccati” sociali e di memorabili ritratti individuali – e comprende un gran numero di capolavori, equamente divisi tra i vari generi del dramma storico, della commedia, della tragedia e, finanche, del dramma romanzesco e avventuroso. Secondo l’ordine cronologico più accettato, le sue opere sono: Enrico VI (parti II e III, 1590-91; parte I, 1591-92), La commedia degli errori (1592-93), Riccardo III (1592-93), La bisbetica domata (1593-94), Tito Andronico (1593-94), I due gentiluomini di Verona (1594-95), Pene d’amor perdute (1594-95), Romeo e Giulietta (1594-95), Riccardo II (1595-96), Sogno d’una notte di mezza estate (1595-96), Il mercante di Venezia (1696-97), Re Giovanni (1596-97), Enrico IV (parti I e II, 1597-98), Enrico V (1598-99), Molto rumore per nulla (1598-99), Come vi piace (1599-1600), Giulio Cesare (1599-1600), La dodicesima notte (1599-1600), Le allegre comari di Windsor (1600-01), Amleto (1600-01), Troilo e Cressida (1601-02), Tutto è bene quel che finisce bene (1602-03), Misura per misura (1604-05), Otello (1604-05), Macbeth (1605-06), Re Lear (1605-06), Antonio e Cleopatra (1606-07), Coriolano (1607-08), Timone d’Atene (1607-08), Pericle, principe di Tiro (1608-09), Cimbelino (1609-10), Il racconto d’inverno (1610-11), La tempesta (1611-12), I due nobili cugini (1612-1613), Enrico VIII (1612-13). Di grande valore poetico sono anche i suoi 154 Sonetti. Genio universale, maestro assoluto nell’arte del verso e della prosa, superlativo “architetto” del gioco scenico, egli riuscì nella sua immensa opera ad assorbire gli “influssi” culturali più diversi ed a “restituirli” sulla pagina e sulla scena in forme di inarrivabile originalità, anche grazie ad un’estrema libertà di invenzione stilistica che gli permise di rappresentare, con grande varietà di mezzi e ben al di là di qualsivoglia schema mentale a priori prestabilito, tutti gli aspetti della realtà del suo tempo. |
Cervantes: Don Chisciotte della Mancha
Illustrazioni di: Ugo Attardi XX tavole a colori Il contenuto Don Chisciotte, il romanzo in due parti pubblicato da Miguel de Cervantes y Saavedra, rispettivamente la prima nel 1605, e la seconda nel 1615, è un’opera che, come scrive l’autore nel prologo, “non mira ad altro che ad abbattere l’autorità e il favore che hanno nel pubblico di tutto il mondo i libri di cavalleria”. È questo, dunque, l’esplicito proposito dell’opera, anche se, ovviamente, il valore del libro va ben al di là di questo dichiarato obiettivo. Il protagonista della storia è, in ogni caso, un povero cavaliere che vive in un borgo della Mancha, tal Quijada o Quaesada, il quale, a forza di passare tutti i suoi giorni e le sue notti nella lettura dei romanzi cavallereschi, essendone sempre più “assorbito”, un giorno impazzisce ed – ormai completamente “immerso” in quel mondo fantastico – decide di farsi cavaliere errante, per raddrizzare i torti e le ingiustizie, accrescere la sua fama e così rendere onore al suo paese. Parte perciò all’avventura, coinvolgendo tutti quelli che incontra – siano essi infastiditi dai suoi atteggiamenti, oppure in qualche modo decisi a farsi beffe di lui – nell’atmosfera irreale dell’ambiente cavalleresco. A fargli da scudiero, fedelmente sempre al suo fianco in ogni peripezia (che il più delle volte si conclude con una sconfitta e, spesso, con una bastonatura), c’è poi, da un certo punto in avanti, un contadino un po’ sempliciotto, Sancho Panza, attratto dalle promesse di ricchezza, gloria e potenza di Don Chisciotte. Primo romanzo, storicamente e forse non soltanto storicamente, della letteratura mondiale moderna; considerato unanimemente come uno dei grandi capolavori della letteratura di tutti i tempi, Don Chisciotte è indubbiamente una delle opere più rivoluzionarie e, ad un tempo, unitarie e coerenti che siano mai uscite dalla penna di uno scrittore; superlativo per rigore narrativo e strepitoso per verve comica; ad un tempo, libro vertiginosamente complesso, stratificato, labirintico, policentrico e poliprospettico, ed, insieme, veramente alla portata di ogni lettore, in primo luogo dei ragazzi, con i quali ha sempre “comunicato” in passato, immancabilmente e in modo immediato, e sempre continuerà a “comunicare” in futuro. Un libro costruito minuziosamente, in ogni suo dettaglio, da un geniale impeto visionario capace di fondere, in una girandola inesauribile di situazioni e trovate, sfrenata fantasia, dati realistici e tradizioni letterarie in un “unicum” ricchissimo e di godibilissima lettura. Un libro la cui lingua è un impasto sapiente di stile colto, aulico, e di un “parlato” icastico e ricco di “umori” popolari. Un libro che disinvoltamente abbraccia tutti i generi letterari – dal romanzo di cavalleria a quello pastorale; da quello picaresco a quello psicologico; dalla commedia al dramma; dal poema epico a quello burlesco. Un libro che è, insieme, un caleidoscopio di punti di vista – quello di don Chisciotte, di Sancho, dell’autore fittizio Benengeli e di Cervantes stesso –, sorta di spazio magico in cui si raccoglie e vibra la sostanza umana di seicento e più personaggi, duchi e sguattere, osti e banditi, cavalieri e rustici, concretissimi tutti e pur immersi ciascuno in una propria particolare allucinazione. Un libro straordinariamente vivo nel contrasto fra il tono affabile del discorso ed il pathos mestamente melanconico che vibra nel fondo, fra la plasticità realistica della raffigurazione e l’inesauribile carica “chimerica” delle invenzioni che in un attimo aboliscono, anche nella mente del lettore, i confini fra la realtà ed il sogno. Un libro, infine, che nella complessa personalità dell’allampanato cavaliere (il cui fascino maggiore consiste proprio in questo: che non è affatto un ridicolo fantoccio, bensì uno spirito ricco e sensibile, paradossalmente sempre presente a se stesso anche nei suoi deliri – e, soprattutto, profondamente nobile), oltre a “cifrare” alcuni dei grandi temi presenti nella psiche dell’uomo moderno – quali, ad esempio, il senso di vuoto angoscioso causato dal relativismo di ogni valore ed il bisogno, insito in ciascuno, di farsi libero attore della propria esistenza – “racchiude” anche un’allusione a quella “tolleranza” che Cervantes considerava – e le sue opere son lì a dimostrarlo – come la virtù più sublime dell’uomo. Biografia dell’autore Miguel de Cervantes y Saavedra, (Alcalá de Henares 1547 – Madrid 1616). Quarto dei sette figli di un modesto chirurgo, trascorse l’infanzia e l’adolescenza tra Valladolid, Salamanca, Siviglia e Madrid. Nel 1568, ritenuto colpevole del ferimento di un tal Antonio de Segura, per sfuggire alla condanna inflittagli dal tribunale (taglio della mano destra e dieci anni d’esilio), si trasferì in l’Italia, al seguito del cardinale Acquaviva, e qui fu dapprima cortigiano e poi, in seguito, militare. E come militare partecipò nel 1571 alla battaglia di Lepanto, durante la quale fu ferito al petto e alla mano sinistra (di cui perse l’uso). Nei due anni successivi partecipò, inoltre, alla spedizione navale di Navarino ed alla presa di Biserta e di Tunisi. Nel 1575, si imbarcò a Napoli su una nave che avrebbe dovuto riportarlo in Spagna, ma la nave fu assalita dai corsari turchi ed egli fu catturato e condotto ad Algeri, dove fu venduto come schiavo. Nel 1580, ritornato finalmente in patria, ottenne da Filippo II un incarico da svolgere a Orano e, al ritorno dalla sua missione, tentò in tutti i modi, ma senza successo, di partire per l’America. Nel 1584 sposò Catalina de Salazar y Palacios e l’anno seguente pubblicò la sua prima opera letteraria, la novella pastorale Galatea. Fino al 1600 abitò a Siviglia, percorrendo tutta l’Andalusia in veste di commissario per la fornitura di viveri all’Invincibile Armata; finché, nel 1602, il fallimento di un banchiere lo coinvolse e lo fece finire in carcere a Siviglia. Una volta scarcerato, si stabilì a Valladolid, ma anche qui, ingiustamente accusato di omicidio, conobbe di nuovo la prigione, sia pur per un breve periodo. Successivamente, si trasferì a Madrid dove, pur in condizioni di disagio e povertà, scrisse in pochi anni la gran parte, e il meglio, della sua opera letteraria, vale a dire: il romanzo L’ingegnoso cavaliere don Chisciotte della Mancha, che è il suo capolavoro e che fu pubblicato in due tempi (la prima parte nel 1605, la seconda nel 1615); le dodici splendide Novelle esemplari (1613), tra cui lo straordinario “Il dottor Vetrata”, racconto di un individuo che impazzisce e si crede di vetro; la vasta e ambiziosa opera poetica Il viaggio nel Parnaso (1614); le Otto commedie e otto intermezzi (1615), tra cui il famoso e divertentissimo Il teatro delle meraviglie; ed infine, la novella I travagli di Persiles e Sigismonda, scritta nel 1616 e pubblicata postuma. Universalmente giudicato come uno dei più grandi autori della letteratura di tutti tempi, Cervantes fu, al pari di Shakespeare, l’interprete più acuto e geniale della crisi rinascimentale: una crisi che trovò in lui, letterato assai colto (al di là della leggenda romantica che lo voleva a tutti i costi ingegno “llego”, ossia rozzo), un interprete originale ed unico, profondamente cosciente dei problemi del suo secolo, nonché capace, forse più di ogni altro, di “guardare oltre”, indirizzando con grandissima energia il discorso letterario verso le dimensioni “ulteriori” del sogno, dell’ignoto e della follia, nell’incessante tentativo di far affiorare alla luce le zone più segrete e in ombra dell’animo umano. |
Salten: Bambi, una storia della foresta. Kipling: Storie proprio così per bambini
Illustrazioni di: Elena Giorgio XXI tavole a colori Il contenuto Bambi, una storia della foresta, pubblicata da Felix Salten nel 1928, racconta le commoventi vicissitudini di un cerbiatto, Bambi per l’appunto, il quale, festeggiato alla nascita da tutti gli animali della foresta come figlio del re, dopo una primo periodo di idillio primaverile in cui gli capita di fare molte piacevoli esperienze (quali, ad esempio, scoprire la bellezza creaturale d’una farfalla, d’una rana, d’una puzzola, o imparare i nomi dei fiori, o, ancora, conoscere le dolcezze dell’amicizia), è costretto dal destino a sperimentare sulla propria pelle il dolore che deriva dall’altrui malvagità: un’esperienza, questa, che egli affronta con grande coraggio e che, dunque, piano piano, lo fortifica, a tal punto da renderlo capace, alla fine del ciclo stagionale, oramai divenuto cervo adulto, di assumere il titolo che il padre gli lascia in eredità prima di ritirarsi dove la foresta è più fitta: quello di sovrano. Conosciuta in tutto il mondo grazie al cartone animato che Walt Disney ne trasse nel 1942, Bambi è una storia che, al di là della delicata precisione con cui son tratteggiati tutti i personaggi che la compongono (dal coniglio Tippete alla puzzola Fiorellino, dalla piccola cerbiatta Occhidolci a Mastro Gufo), tocca realmente, in almeno due episodi (quello dell’uccisione della madre da parte del cacciatore e quello dell’incendio che devasta totalmente la foresta), corde molte profonde; ed è per questa ragione che essa continua, da più di mezzo secolo, ad esercitare, indistintamente, su ogni bambino che la legge, il suo semplice ma straordinario potere di fascinazione. Storie proprio così per bambini, pubblicate da Rudyard Kipling nel 1901, sono una raccolta di undici mirabili racconti fiabeschi, tratti dalla favolistica indiana, i cui protagonisti son tutti animali. Come è indicato nel titolo, essi furono scritti dall’autore appositamente per i bambini o, per esser più precisi, perché un adulto potesse “recitarli” ad alta voce a dei bambini in ascolto. Si tratta, infatti, di storie che inventano spiegazioni come se rispondessero a delle domande poste dalla curiosità infantile; ad esempio: qual’è l’origine della proboscide dell’elefante? Perché la balena ha una dentatura così grande? E come mai, avendo una dentatura di siffatte proporzioni, è costretta a mangiare soltanto pesci piccolissimi? Qual’è l’origine delle macchie del leopardo? E quella della pelle del rinoceronte? E così via. Esempio concreto della maestria narrativa di Kipling, usata in questo caso per rivolgersi esclusivamente ai più piccoli, Storie proprio così per bambini ha poi, naturalmente, nella splendida, cantilenante cadenza delle parole, nella loro scelta, nonché nel taglio dei racconti, il proprio punto di forza: una forza che ha permesso ad alcune di queste ipnotiche fiabe (suggestivamente orientali) di divenire patrimonio comune di molte generazioni di bambini occidentali. Biografie degli autori Felix Salten, pseudonimo di Siegmund Salzmann, (Budapest 1869 – Zurigo 1947). Critico teatrale (prima della «Wiener Allgemeine Zeitung», poi, dal 1906, della «Neue Freie Presse»), entrò a far parte del gruppo d’avanguardia Jung Wien (Giovane Vienna), a cui appartennero anche Bahr, von Hofmannsthal, Schnitzler e Altenberg. Nel 1938 emigrò negli Stati Uniti. Deve la sua fama letteraria soprattutto a Bambi, una storia della foresta (1928). Joseph Rudyard Kipling, (Bombay 1865 – Londra 1936). Figlio di genitori inglesi, (il padre, letterato, critico d’arte ed etnologo dilettante, aveva ottenuto la direzione della scuola d’arte di Bombay) trascorse i primi sei anni della sua vita in India, dopodiché fu mandato in Inghilterra a studiare, prima presso un’anziana parente, ove visse lunghi anni di solitudine e infelicità, e poi presso lo United Services College di Westward Ho – anni che più tardi egli rievocò in diverse sue opere largamente venate di materiali autobiografici (vedi ad esempio: Stalky e C., 1896). Nel 1882 fece ritorno in India e da quel momento cominciò per lui una brillante carriera giornalistica che gli fece acquistare nel giro di pochi anni una grande notorietà anche grazie ad alcune raccolte di racconti ricchi di colore locale (Racconti semplici sulle colline, 1888) e ad alcune poesie incentrate sulla vita militare (Le ballate della caserma, 1890). Poi, nel 1891, egli fece ritorno in Inghilterra, ove si stabilì (è di questo periodo la pubblicazione del suo primo romanzo: La luce che si spense, 1891). Nel 1892 compì una serie di viaggi in Giappone, Stati Uniti, Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda, al termine dei quali, sposatosi, si trasferì per qualche anno in America, dove pubblicò due dei suoi libri più importanti (Il libro della giungla, 1894 e Il secondo libro della giungla, 1895, successivamente riuniti in un unico volume). Fu anche, qualche anno dopo, corrispondente in Sudafrica nella guerra contro i boeri, e nel 1907 gli fu conferito il premio Nobel per la letteratura. Maestro indiscusso dell’arte del racconto, genere in cui egli raggiunse probabilmente i suoi risultati più alti, Kipling è, d’altro canto, anche l’autore di alcune tra le più belle opere della letteratura per l’infanzia, opere non sempre di altissimo livello letterario (com’è, invece, il caso di Kim (1901), unanimemente riconosciuto come il suo capolavoro), ma comunque di fortissimo impatto emotivo (vedi ad esempio: Capitani coraggiosi, 1896; o Storie proprio così, 1901). I temi centrali della sua produzione – quali la relazione complessa e conflittuale tra indigeni e colonizzatori bianchi, la funzione civilizzatrice dei britannici e la memoria dell’antichissima civiltà indiana – nelle pagine delle sue opere sono analizzati e messi a fuoco nitidamente grazie alla spiccata sensibilità che egli nutriva nei confronti dei comportamenti sociali, con una particolare attenzione rivolta all’indagine del male, ovunque annidantesi, nel singolo individuo come nella più ampia cellula sociale. Dopo un breve periodo di relativa disattenzione nei confronti della sua opera, dal dopoguerra in avanti il suo nome è entrato a far parte di quella ristretta cerchia di scrittori che son universalmente considerati i classici moderni della letteratura mondiale. |
Kipling: I libri della giungla
Illustrazioni di: Alessandra Scandella XVIII tavole a colori Il contenuto I libri della Giungla (vale a dire la raccolta unitaria de Il libro della giungla e de Il secondo libro della giungla, rispettivamente pubblicati da Kipling nel 1894 e 1895) sono una serie di racconti che hanno per protagonista un “cucciolo d’uomo”, Mowgli, il quale cresce nella giungla indiana attorniato dalla vigile, affettuosa e variopinta presenza d’una tribù d’animali che dopo averlo salvato da morte certa ed averlo accudito, lo alleva e lo educa, accettandolo nel proprio gruppo come uno di loro, fino a farne, alla fine d’un lungo e difficile (ma pur sempre divertente) percorso di maturazione (che avviene, sia detto per inciso, attraverso una diretta conoscenza e progressiva interiorizzazione, da parte di Mowgli, di tutte quelle leggi che governano la giungla stessa), fino a farne, dicevamo, un saggio e illuminato “signore” che la abita. Una “giungla” che è, d’altra parte, nient’altro che la metafora di una società ideale, solidale ed ordinata (trasparente allegoria, peraltro, di quella strutturatissima e iper-gerarchica società vittoriana, che Kipling tanto amava ed ammirava); una società capace, proprio grazie al forte senso di solidarietà in essa circolante e al rispetto insito in essa per l’ordine gerarchico (civilmente accettato da tutti i suoi membri e a nessuno di essi imposto con la violenza o la prevaricazione), di opporsi con energica forza alle spinte disgregatrici sempre pronte a minarla dall’interno – spinte nel libro ben simboleggiate dal personaggio della vecchia e crudelissima tigre zoppa Shere-Khan, tragica quanto magnifica icona del male assoluto e della distruttività sempre in agguato e mai del tutto estirpabile. Giustamente considerati un capolavoro della letteratura infantile, questi racconti così pieni di personaggi indimenticabili (tra i quali, solo per fare qualche esempio, lo scontroso ma saggio orso Baloo, la coraggiosa pantera nera Bagheera, o il pitone bianco Kaa) contengono, d’altro canto, celata sotto l’apparente veste favolistica, una delle più strenue e coraggiose analisi mai condotte sul problema dei rapporti tra individuo e società e sul male presente e sempre germogliante in entrambi. Biografia dell’autore Joseph Rudyard Kipling, (Bombay 1865 – Londra 1936). Figlio di genitori inglesi, (il padre, letterato, critico d’arte ed etnologo dilettante, aveva ottenuto la direzione della scuola d’arte di Bombay) trascorse i primi sei anni della sua vita in India, dopodiché fu mandato in Inghilterra a studiare, prima presso un’anziana parente, ove visse lunghi anni di solitudine e infelicità, e poi presso lo United Services College di Westward Ho – anni che più tardi egli rievocò in diverse sue opere largamente venate di materiali autobiografici (vedi ad esempio: Stalky e C., 1896). Nel 1882 fece ritorno in India e da quel momento cominciò per lui una brillante carriera giornalistica che gli fece acquistare nel giro di pochi anni una grande notorietà anche grazie ad alcune raccolte di racconti ricchi di colore locale (Racconti semplici sulle colline, 1888) e ad alcune poesie incentrate sulla vita militare (Le ballate della caserma, 1890). Poi, nel 1891, egli fece ritorno in Inghilterra, ove si stabilì (è di questo periodo la pubblicazione del suo primo romanzo: La luce che si spense, 1891). Nel 1892 compì una serie di viaggi in Giappone, Stati Uniti, Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda, al termine dei quali, sposatosi, si trasferì per qualche anno in America, dove pubblicò due dei suoi libri più importanti (Il libro della giungla, 1894 e Il secondo libro della giungla, 1895, successivamente riuniti in un unico volume). Fu anche, qualche anno dopo, corrispondente in Sudafrica nella guerra contro i boeri, e nel 1907 gli fu conferito il premio Nobel per la letteratura. Maestro indiscusso dell’arte del racconto, genere in cui egli raggiunse probabilmente i suoi risultati più alti, Kipling è, d’altro canto, anche l’autore di alcune tra le più belle opere della letteratura per l’infanzia, opere non sempre di altissimo livello letterario (com’è, invece, il caso di Kim (1901), unanimemente riconosciuto come il suo capolavoro), ma comunque di fortissimo impatto emotivo (vedi ad esempio: Capitani coraggiosi, 1896; o Storie proprio così, 1901). I temi centrali della sua produzione – quali la relazione complessa e conflittuale tra indigeni e colonizzatori bianchi, la funzione civilizzatrice dei britannici e la memoria dell’antichissima civiltà indiana – nelle pagine delle sue opere sono analizzati e messi a fuoco nitidamente grazie alla spiccata sensibilità che egli nutriva nei confronti dei comportamenti sociali, con una particolare attenzione rivolta all’indagine del male, ovunque annidantesi, nel singolo individuo come nella più ampia cellula sociale. Dopo un breve periodo di relativa disattenzione nei confronti della sua opera, dal dopoguerra in avanti il suo nome è entrato a far parte di quella ristretta cerchia di scrittori che son universalmente considerati i classici moderni della letteratura mondiale. |
Carroll: Alice nel paese delle meraviglie. Attraverso lo specchio. Baum: Il mago di Oz
Illustrazioni di: Paola Formica
XXVIII tavole a colori
XXVIII tavole a colori
Il contenuto
Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio, pubblicati da Lewis Carroll rispettivamente nel 1865 e nel 1871, sono due racconti per l’infanzia che hanno per protagonista una bambina, Alice per l’appunto, la quale, oltre a possedere tutte le migliori qualità che possa desiderare una creatura della sua età – è garbata, paziente, socievole, dotata di buon senso e sempre disponibile ad ascoltare e ad imparare nuovi giochi e nuove storie –, ha in più, meraviglia del suo carattere, una curiosità assoluta e totale, quasi “irresponsabile”, verso tutto ciò che attrae la sua attenzione; ed è proprio questa sua istintiva curiosità ad “innescare”, in un batter d’occhio, e senza che lei nemmeno se ne accorga, l’azione fantasticante, le avventure oniriche, allucinatorie, in cui, di volta in volta, si ritrova “coinvolta”. Così, nel primo racconto, è un coniglio che le passa tutto trafelato davanti a suscitare in lei l’irresistibile voglia di “andare a vedere” – e, d’altra parte, come darle torto? Non si tratta infatti di un normale coniglio, ma di un bizzarro Coniglio Bianco con il panciotto, che scruta in continuazione, ossessivamente, il suo orologio perché è in ritardo. Alice, che in quel momento è seduta sul prato e si annoia, si rialza subito in piedi e lo segue senza pensarci due volte verso il paese delle meraviglie, dove non c’è prodigio o astrusa stranezza che lei non saluti con gentilezza, pronta sempre a far quattro chiacchiere con il Gatto del Cheshire, che appare e scompare – e di lui resta solo il sorriso –, a “non prendere” il tè con il cerimonioso e bizzarro Cappellaio Matto, a nutrirsi di bevande e pasticcini che la fanno, a seconda dei casi, crescere o rimpicciolire a dismisura. Allo stesso modo, nel secondo racconto, appena ella s’accorge che un’“altra” casa è riflessa nello specchio che sta sulla mensola del camino, immediatamente decide di andare a dare un’occhiata, scoprendo così che, dall’altra parte dello specchio, il mondo non soltanto è “al contrario” ma anche fatto a forma di scacchiera; una scacchiera “abitata” da strambi personaggi – leoni, unicorni, Bruchi che fumano il narghilè! – e governata da leggi paradossali ed inquietanti, per cui Alice, ad esempio, divenuta una pedina, deve correre velocissima se vuol rimanere dov’è, mangiare un biscotto se ha sete, oppure, ancora, imparare a credere a sei cose impossibili prima di colazione se vuole alla fine esser promossa a Regina. Capolavori della letteratura per l’infanzia, ma anche, e soprattutto, della letteratura moderna tout court, le due storie di Alice, nutrite di humor e di giochi di parole che celano dietro la loro apparenza di frivolezza e leggerezza una lancinante carica metafisica, sono ad un tempo esoteriche e popolari: ogni bambino può leggerle agevolmente, smarrendosi anche lui come Alice in quel bizzarro e divertente mondo; ed ogni adulto può tornare a rileggerle, per ritrovarvi, concentrato e piacevolmente stilizzato, tutto quel che di profondo e inquietante ha pensato e prodotto la letteratura moderna nel corso dell’ultimo secolo; o magari anche, più semplicemente, per tornar di nuovo ad accarezzare l’idea che tutta la realtà altro non sia se non il sogno di un re rosso degli scacchi, profondamente addormentato ai piedi di un albero.
Il mago di Oz, il romanzo pubblicato da Frank Lyman Baum nel 1900, racconta la deliziosa e coloratissima storia di una bambina del Kansas, Dorothy, alla quale accade d’esser trasportata da un ciclone in un paese magico e incantato, quello di Oz per l’appunto, che è situato in un luogo non ben precisato, nel “mondo di fuori”. Perfettamente rettangolare, tale paese è diviso in quattro regioni, ciascuna delle quali è colorata in maniera diversa come nelle carte geografiche; al suo centro si leva la Città di Smeraldo nella quale regna la principessa Ozma e, tutt’attorno, si estende il Deserto Mortale: chi lo tocca è trasformato all’istante in granello di sabbia. In questo paese, nessuno invecchia e la morte avviene solo incidentalmente. Tutti gli animali parlano e sono rispettati al pari di esseri umani. Non esiste praticamente polizia, perché tutta la popolazione è felice, generosa e soddisfatta. La gente per metà del proprio tempo lavora, mentre nell’altra metà si diverte. Non esiste il denaro, e quindi né ricchi né poveri, e ciascuno riesce ad ottenere liberamente dai propri vicini tutto ciò di cui ha bisogno. È dunque in questo fatato e luminoso “altrove” che alla piccola Dorothy accade, prima di poter riuscire a tornare a casa, di incontrare i più stravaganti personaggi e di imbattersi nelle più curiose situazioni, tessute sul filo di una fantasia sempre accesa e di uno stile leggero come un velo colorato. La galleria delle figure che l’attorniano è multiforme e variopinta: dall’uomo di latta – uno dei primi robot apparsi nella letteratura fantastica americana – allo spaventapasseri; dalla Perfida Strega dell’Ovest con i suoi corvi al Mago stesso che dà il titolo all’opera. Lo spirito delle avventure che le capita di vivere è, infine, luminosamente candido e ingenuamente felice, totalmente privo di quel sottofondo inquietante e spaventoso, da incubo, che caratterizza invece, sempre, in un modo o nell’altro, tutte le fiabe della tradizione europea. Classico della letteratura americana per l’infanzia, Il mago di Oz è un libro profondamente pervaso da un’atmosfera di attonito candore in cui si muove un mondo, quello degli abitanti di Oz appunto, che, pur nelle situazioni più follemente paradossali o, forse, proprio grazie ad esse, finisce alla fine per rassomigliare alquanto ad una sorta di alternativo paese di Utopia, in cui soprattutto agli umili, a quelli cui manca qualcosa – sia esso il cuore, il cervello o il coraggio – vien ridata dignità e rispetto, visto che in fondo – ed è questo il messaggio centrale del libro – a volte basta assai poco per scoprire in se stessi tutte le migliori qualità.
Biografie degli autori
Lewis Carroll, pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson (Daresbury, 1832 – Guildford 1898). Figlio di un parroco di campagna, studiò a Rugby e a Oxford, nel Christ Church College, dove si laureò, nel 1854, nel 1854, con una brillante tesi in scienze matematiche e dove rimase, poi, fino al 1881 come lettore di matematica pura, scienza alla quale dedicò numerosi trattati – tra cui, ad esempio: The Theory of Determinants (1867) ed Euclide e i suoi rivali moderni (1879). Uomo timido e schivo, fu grande amico di alcune bambine, e per una di esse, Alice Liddell, scrisse Alice nel paese delle meraviglie (1865) ed Attraverso lo specchio (1871), che, oltre ad essere le opere più note ed amate della letteratura infantile inglese, si sono anche imposte da tempo all’attenzione della critica letteraria più “avanzata” per il loro indiscutibile valore linguistico-filosofico. Tra i volumi successivi vanno poi ricordati: La caccia allo Snark (1876), splendido esempio delle immense possibilità offerte all’espressione e all’interpretazione letteraria dalla poesia nonsense, e Silvye e Bruno (1889), un singolare romanzo dove sono anticipati motivi e tecniche della narrativa d’avanguardia. Scrittore appartato ed originalissimo, Carroll è oggi giustamente considerato uno dei massimi esponenti della letteratura moderna del fantastico e del surreale, avendo la sua opera, soprattutto in virtù degli affascinanti esperimenti verbali che la animano e le danno straordinaria risonanza visionaria, anticipato i modi della grande letteratura dell’assurdo novecentesca.
Lyman Frank Baum, (Chittenango 1856 – Hollywood 1919). Figlio di un facoltoso petroliere, fu costretto, a causa di una leggera malformazione cardiaca, a trascorrere un’infanzia appartata e tranquilla, semplicemente leggendo e fantasticando nella casa familiare. Dopo aver seguito gli studi superiori a Syracuse, nel 1868 venne mandato dai genitori alla Peekskill Military Academy: insofferente della dura disciplina e poco adatto all’attività fisica, nel 1869 lasciò l’accademia per l’intensificarsi dei disturbi cardiaci. Ritornato a Chittenango, si dedicò per un breve periodo all’allevamento di polli, curando nel contempo una piccola rivista di settore, il «Poultry Record». Successivamente, entrò a far parte della Sterling Comedy Cornpany, una compagnia teatrale nella quale recitò con il nome d’arte di George Brooks. Nel 1882 la compagnia mise in scena il melodramma The Maid of Arran, un adattamento del racconto di William Blake A Princess of Thule, con musiche e libretto scritti da Baum medesimo. Nello stesso anno, poi, egli sposò Maud Gage, figlia di una celebre attivista del movimento delle suffraggette. La nascita di due bambini e il bisogno di tranquillità economica lo spinsero allora ad accettare un impiego come rappresentante nella compagnia petrolifera del padre, ma, nel 1888, alla morte del padre, la compagnia venne venduta ed egli si trasferì con la sua famiglia ad Aberdeen, nel South Dakota, dove aprì il Baum’s Bazaar, un grande magazzino destinato a fallire nel giro di due anni. Nel 1890 fondò il settimanale “Saturday Pioneer”, a sua volta chiuso dopo pochi mesi. La famiglia si spostò allora a Chicago, e lo scrittore si impiegò come cronista per il “Post”. Abbandonata ben presto l’attività giornalistica a causa dell’insufficiente guadagno, egli trovò allora lavoro prima nel reparto porcellane di un grande magazzino della città, poi come commesso viaggiatore di una ditta di articoli di vetro e porcellana. Profondo conoscitore della letteratura per l’infanzia, nel 1897 pubblicò Mamma Oca in prosa, che è il suo primo libro per bambini. Nello stesso anno, lasciato l’impiego di commesso viaggiatore, troppo rischioso per la sua salute malferma, affrontò una nuova curiosa impresa, fondando il periodico per vetrinisti “The Show Window”, che uscì regolarmente fino al 1902. Nel frattempo, proseguiva la sua attività di scrittore per ragazzi, pubblicando a proprie spese il libro di versi Papà Oca: il suo libro (1899), che ottenne un insperato e clamoroso successo, consentendogli di dedicarsi a tempo pieno all’attività letteraria. E così l’anno seguente egli pubblicò il suo libro più celebre e fortunato, Il meraviglioso Mago di Oz. Negli anni successivi, poi, la sua produzione si fece intensissima, pur se con alterni risultati: nel 1901 uscirono infatti Dot and Tot of Merryland, il romanzo The Master Key: An Electrical Fairy Tale e le fiabe di American Fairy Tales. Nel 1902 fu la volta di The Life and Adventures of Santa Claus, una bizzarra biografia “pagana” di Babbo Natale, e di The Surprising Adventures of the Magical Monarch of Mo and His People. Il successo di un adattamento teatrale del Mago di Oz lo spinse inoltre a dare un seguito al primo volume dedicato a quel meraviglioso mondo, cosa che puntualmente avvenne con Oz paese incantato (1904), il quale, a sua volta, fu il primo di una serie di tredici volumi, sempre incentrati su Oz, che egli scrisse e pubblicò, con cadenza quasi annuale, fino alla fine dei suoi giorni. Dopo la sua morte, infine, ad estrema testimonianza della profonda traccia lasciata dalle sue fiabe nell’anima dei giovani lettori americani, altri autori si incaricarono di continuare, per il vastissimo pubblico di fans che profondamente l’amava, l’epopea fantastica di Oz.
Bürger: Viaggi meravigliosi per mari e per monti del Barone di Münchhausen. Daudet: Le prodigiose avventure di Tartarino di Tarascona. Tartarino sulle Alpi
Illustrazioni di: Walter Casiraghi XX tavole a colori Il contenuto I Viaggi meravigliosi per mari e per monti del barone di Münchhausen, pubblicati anonimi da August Gottfried Bürger nel 1786, sono in realtà una traduzione-rielaborazione di un testo, pubblicato anonimo in inglese, nel 1785, da un altro scrittore tedesco, R. E. Raspe, il quale, a sua volta, aveva ripreso gran parte degli episodi – raggruppandoli e creando una trama filata – da un giornale umoristico intitolato “Vademecum für lustige Leute”, pubblicato nel 1781 dall’editore viennese F. C. Nicolai, che aveva raccolto, chiamandole semplicemente “Storie di Münchhausen”, sedici delle mirabolanti avventure narrate in prima persona dal barone di Münchhausen stesso, personaggio realmente esistito (1720-1797), originale e bizzarro nobile del Braunschweig il quale, dopo aver partecipato alle campagne di Russia combattendo in un reggimento di corazzieri di Riga contro i turchi, una volta ritiratosi in pensione nel suo podere di Bodenwerder, si era effettivamente divertito a intrattenere i propri ospiti ed amici con il racconto delle proprie inverosimili e paradossali esperienze di caccia e di guerra; ed il suo talento nel creare allegre fandonie era divenuto a tal punto di dominio pubblico – esse passavano oramai di bocca in bocca – che ben presto egli venne soprannominato, e ovunque conosciuto, con l’appellativo di “Lügenbaron”, vale a dire di “Barone fanfarone”. Anche nel libro di Bürger, naturalmente, le avventure sono narrate in prima persona dal barone stesso, e con un tono di così spensierata innocenza da far sì che il lettore prenda quella sfilata di incredibili peripezie completamente avulse dalla realtà, non tanto come la mistificazione di un millantatore che spaccia menzogne per verità, quanto piuttosto come un’allegra sequela di lunatiche, leggere ed argute fantasticherie. Non è possibile, naturalmente, delineare un riassunto dell’opera, che si compone per l’appunto di una teoria ininterrotta di imprese di guerra, di caccia e di esplorazione; ma basterà indicarne alcune per riuscire ad esemplificare che genere di scatenata fantasia visionaria da esse si sprigioni: tra le tante, come egli fosse riuscito a riemergere da una palude tirandosi per i capelli; come, durante una nevicata, avesse legato il cavallo ad un palo che, al rapido sciogliersi di metri e metri di neve, si era rivelato essere la guglia di un campanile, a cui il cavallo era rimasto appeso; come fosse entrato ed uscito da una città nemica, assediata, a cavalcioni di palle di cannone; come fosse arrivato per ben due volte sulla luna. Racconto magicamente sospeso tra satira e nonsenso, che ebbe fin dal principio uno straordinario successo di pubblico, soprattutto in Germania, Francia ed Inghilterra – molti sono gli autori, anche celebri, che vennero attratti dalla sbruffonesca ed anche un po’ stregonesca figura del barone – I viaggi meravigliosi per mari e per monti del barone di Münchhausen sono dunque, in definitiva, una sorta di spassosa antologia di spiritosissime fanfaluche che mirano e ben riescono a coinvolgere il lettore – “immergendolo” in un paesaggio fatta di cervi con ciliegi tra le corna, isole di formaggio e corni da caccia che suonano improvvisamente da soli – in quella che è in fondo la loro più grande impresa: farsi beffe, per una volta almeno, della “pesantezza” della cosiddetta realtà. Le prodigiose avventure di Tartarino di Tarascona e Tartarino sulle alpi, i due romanzi pubblicati da Alphonse Daudet, rispettivamente nel 1872 il primo, e nel 1885 il secondo, hanno entrambi al centro delle loro trame, quale protagonista assoluto, un anziano e ricco scapolo di Tarascona, Tartarino appunto, buffo e corpulento piccolo borghese, il quale – è questa la trama del primo dei due romanzi –, dopo aver per anni “rifilato” ai suoi compaesani, con simpatica mitomania, la storia di alcune sue “presunte” gloriosissime imprese, allo scopo di farsi bello ai loro occhi, un giorno decide di partire per davvero per l’Africa a caccia di leoni. Così, bardato d’abiti esotici ed armato di tutto punto, egli approda in Algeria. Questa però, non è affatto la terra selvaggia e piena di belve feroci che la sua ingenua mente, eccitata dalle letture di Cooper e di tanti altri autori di avventura, si aspettava di trovare. E dunque, al termine delle molteplici ed esilaranti vicissitudini che in quei luoghi gli tocca di sopportare, l’unica preda che egli riesca a catturare è un vecchio leone cieco (esibito nelle piazze da un mendicante), la cui pelle tuttavia, bucata da due pallottole e spedita a Tarascona, gli varrà ugualmente la gloria sognata; cosicché, al momento del rientro in patria, seguito da un vecchio e stanco cammello che nel frattempo gli si è affezionato, egli sarà accolto come un vero e proprio eroe dalla folla in festa dei taragonesi, nuovamente pronti ad ascoltare, per interminabili giorni, dalla sua stessa bocca, l’iperbolico racconto delle sue gesta. Dieci anni dopo – ed è questa la trama del secondo romanzo – Tartarino, sfidato dal perfido concittadino Costecalde, si dà all’alpinismo e parte per la Svizzera con il fermo proposito di scalare le vette più pericolose, ma, durante una sosta in una baita di montagna, si imbatte in una giovane russa (in realtà una rivoluzionaria nichilista) di cui si innamora all’istante, rimanendo così coinvolto in un intrigo di spionaggio politico. Prototipo perfetto dell’alpinista sprovveduto, egli decide più avanti di scalare addirittura il Monte Bianco, anche perché un suo conterraneo, Bompard, che egli ha incontrato del tutto casualmente e che fa la guida turistica in quei luoghi, lo ha convinto del fatto che tutti i pericoli che egli scorge intorno a sé altro non siano, in realtà, se non innocue “finzioni”, essendo la Svizzera, a suo dire, né più e né meno che una grande azienda organizzata per dare il “brivido dell’avventura” al turista straniero, senza che questi corra rischio alcuno. Nel corso della scalata, però, Bompard, che Tartarino ha trascinato a forza con sé, è costretto a rivelargli la verità ed i due, allora, tremanti, per non sfigurare l’uno agli occhi dell’altro, decidono in ogni caso di provarci. L’esito della spedizione è ovviamente disastroso. Persisi in una tormenta di neve, i due compagni per salvare la propria pelle tagliano, ognuno all’insaputa dell’altro, la corda che li lega insieme e, scendendo, l’uno dalla parte francese, l’altro da quella italiana, riescono a tornare a Tarascona dove, ciascuno pensando che l’altro sia morto, si rincontrano, finendo, come al solito, per raccontare con la più fervida fantasia le loro comuni eroiche gesta. Giustamente considerati, per la facilità di lettura, per la comicità ingenua delle situazioni e la delicatezza lirica e rabescata dello stile, quali classici per l’infanzia, questi due libri di Daudet sono quindi, per il lettore, l’occasione propizia per conoscere una delle più divertenti icone della letteratura europea: quella del meridionale vanaglorioso e maldestro, dello spaccone bonario dalla cordialità loquace e fracassona, sempre in bilico tra la grandiosità della sua sbrigliatissima immaginazione e la meschinità della sua realtà; un’icona in cui la scrittura gaia, e a volte lievemente malinconica, dell’autore ha cifrato la sua visione indulgente delle debolezze umane. Biografie degli autori Gottfried August Bürger, (Molmerswende 1747 – Gottinga 1794). Figlio di un pastore protestante, frequentò l’università di Halle dove studiò dapprima legge e poi teologia, senza peraltro concludere i suoi studi. Nel 1772 si trasferì a Göttingen e nel 1772 divenne pretore del tribunale di Altengleiche. Qui egli condusse, per lunghi anni, una vita spregiudicata e inquieta. Legato da amicizia ai poeti del gruppo letterario del “Göttinger Hainbund”, si distinse fra loro per una più robusta vena artistica. Del 1774 è infatti il suo capolavoro, Leonora, canto d’amore e morte dominato da un sentimento di cupa tragicità. Del 1778 è invece Il cacciatore feroce, ballata che si rifà esplicitamente ai temi ed ai valori delle antiche leggende germaniche, e che divenne assai nota in Italia grazie alla traduzione che ne fece Berchet, il quale vi premise come introduzione la sua Lettera semiseria. Nel 1784 lasciò il suo impiego al tribunale ed accettò, sempre a Göttingen, la direzione dell’“Almanacco delle Muse”. Nel 1789, divenne anche docente di filosofia estetica nella locale università, e fu il primo, in Germania, a tenere un corso sulla filosofia kantiana. L’anno seguente sposò Elise Halm, da cui divorziò, però, due anni dopo. Al dolore per questa drammatica separazione si aggiunsero poi, in un breve lasso di tempo, l’amarezza per la feroce stroncatura che Schiller fece della nuova edizione delle sue poesie ed, infine, la tubercolosi che lo portò alla morte. Letterato coltissimo, gran traduttore da Omero e da Shakespeare, egli fu un autore eclettico che si cimentò, con risultati ineguali, nei temi e nei metri più vari. Bellissime sono, ad esempio, le due elegie nelle quali cantò, sotto il nome di Molly, la cognata da lui amata. Nei suoi sonetti, tutti di ottima fattura, riecheggiò, talvolta, Petrarca. Ma soprattutto, egli fu maestro indiscusso nell’antica forma della ballata popolare – una forma che per più di mezzo secolo dominò l’immaginazione dei romantici – alla quale seppe imprimere un ritmo particolarmente intenso e incalzante, raggiungendo vette di solenne tragicità. Non gli mancò, d’altro canto, anche una certa qual predilezione per il grottesco ed il bizzarro, ed a tal proposito è memorabile la sua splendida traduzione-rielaborazione della Storia dei meravigliosi viaggi e della campagna di Russia del barone di Münchhausen di R. E. Raspe, che egli seppe rendere, rispetto all’originale, ancor più complessa e visionaria. All’interno della storia della letteratura tedesca, egli è unanimemente considerato come il più strenuo rappresentante dello “Sturm und Drang”, ovverosia di quel movimento letterario che in quegli anni rivendicò, contro ogni forma di tradizionalismo, il diritto alla spontaneità creatrice in arte. Alphonse Daudet, (Nîmes 1940 – Parigi 1897). Figlio di un fabbricante di seta fu costretto, a causa delle sopravvenute ristrettezze economiche, a trasferirsi con la famiglia a Lione e ad interrompere il liceo per lavorare come sorvegliante al collegio Alès – un’esperienza, questa, che durò, tuttavia, pochi mesi. Decise allora di raggiungere il fratello Ernest a Parigi, dove iniziò a lavorare saltuariamente, collaborando con alcuni giornali. Nel 1860 divenne segretario del presidente del Corpo legislativo, il duca de Morny, fratellastro di Napoleone III, ma a causa di una malattia dovette allontanarsi spesso dal lavoro. Nel 1869 sposò la figlia di un ricco industriale parigino, Julia Allard. Nel 1870 fu nominato cavaliere della Legion d’Onore. Nello stesso anno si arruolò nella Guardia Nazionale. L’anno seguente dovette invece scappare in Provenza per sfuggire all’arruolamento della Comune. Nel 1874 ottenne finalmente una certa fama letteraria. Nel 1884 rinunciò polemicamente alla candidatura all’Académie française. Nel 1885 infine, proprio all’apice del successo, si ammalò gravemente di una malattia che, lentamente, dodici anni dopo, lo portò alla morte. Provenzale, evocò con toni di malinconica nostalgia la terra natale in opere assai note come Storia di un fanciullo (1868), in cui trascrisse e trasfigurò gli anni della propria infanzia e fanciullezza; le Lettere dal mio mulino (1869), idealmente indirizzate ai parigini per far loro conoscere la struggente bellezza di quel Sud che egli così tanto amava; e L’Arlesiana (1872), dramma rusticano ambientato nella Camargue, che fu musicato da G. Bizet. Il pubblico di Parigi, tuttavia, decretò il suo successo soltanto quando egli attenuò in parte la sua immagine di autore regionalista, pubblicando una serie di romanzi d’ambiente che han per protagonisti personaggi della vita moderna, come: Fromont il giovane e Risler il vecchio (1874) e Nababbo (1877), direttamente ispirato alla figura del ministro Morny, uno dei personaggi politici di maggior rilievo del secondo impero, di cui egli fu, come detto, segretario per vari anni. La fama finalmente raggiunta permise, d’altro canto, anche la riscoperta di opere precedenti, tra le quali, soprattutto, Le prodigiose avventure di Tartarino di Tarascona (1872), cui l’autore diede un seguito con Tartarino sulle Alpi (1885) e Port Tarascon (1890). Tra i “frutti” degli ultimi anni, vanno poi certamente ricordati Saffo (1884), un romanzo che narra la burrascosa relazione tra un giovane ed una matura cortigiana; Il tesoro di Arlatan (1894) ed, infine, La Doulou, grande opera pubblicata postuma nel 1931, che raccoglie le pagine da lui scritte nel corso della malattia nervosa che lo tormentò negli ultimi anni della sua vita. Considerata complessivamente e da un punto di vista squisitamente stilistico, tutta la sua opera è, per così dire, caratterizzata dalla presenza di un doppio registro: da una parte, il “realismo”, con cui egli descrisse, dettagliatamente, con uno stile elaboratamente impressionista, ambienti e personaggi; e dall’altra, quel “lirismo” nervoso e sensuale che gli permise, in molte pagine dei suoi romanzi, di evocare e dare corpo a figure immaginarie, spesso delicatamente evanescenti, a volte ai limiti dell’irreale. |
Swift: I viaggi di Gulliver
Illustrazioni di: Paola Formica XXVIII tavole a colori Il contenuto I viaggi di Gulliver, pubblicati da Jonathan Swift nel 1726, sono una delle più feroci ed amare satire mai scritte da un autore sul genere umano e, ad un tempo, un delizioso ed equilibratissimo libro d’avventure fantastiche, il quale, forse proprio per questo suo tono mai “fuori dalle righe”, ha avuto la fortuna di diventare col tempo, non senza una certa qual ironia della sorte, uno dei più famosi classici della letteratura per ragazzi. Diviso in quattro parti, a cui corrispondono altrettante avventure in differenti paesi delle meraviglie, questo libro ha per protagonista, per l’appunto, Lemuel Gulliver, che di professione fa il medico di bordo sulle navi della flotta britannica. Nella prima di queste esperienze, gli capita dunque di far naufragio sull’isola di Lilliput, dove viene catturato dai Lillipuziani, creature la cui statura è quindici volte più piccola di quella di un uomo normale, e dove gli accade di trasformarsi in una sorta di semidio, venerato e adulato dai litigiosi abitanti che vorrebbero ingraziarselo per far di lui una micidiale arma da guerra contro i loro avversari. Nella seconda parte, al contrario, Gulliver visita Brobdingnag, dove il rapporto è esattamente rovesciato, e dove egli, dopo le più assurde e stremanti imprese (tra cui, ad esempio, alcuni divertentissimi duelli sostenuti con vespe e con topi), diviene (ben presto) il trastullo della figlia del re, che lo tiene tra i suoi balocchi. Successivamente, nella terza parte, Gulliver visita l’isola volante di Laputa e il continente che ha come capitale Lagado, e qui la satira di Swift prende a proprio bersaglio filosofi, storici e inventori e, in un senso più esteso, tutti coloro che vivono nel mito avveniristico del progresso, attraverso la raffigurazione di scienziati che cercano, tanto per fare un esempio, di ricavare cibo dagli escrementi; nell’isola di Glubdubdrib, poi, Gulliver evoca le ombre dei grandi dell’antichità e dalle loro risposte ne scopre i vizi e le meschinità; mentre presso gli Struldbrug, immortali, si accorge che la massima infelicità dell’uomo sarebbe proprio la prospettiva di non porre mai fine al tedio di vivere. Nell’ultima parte, infine, la virtuosa semplicità degli atarassici Houyhnhnm, cavalli intelligenti e raziocinanti che vivono secondo «ragione e natura», è messa a contrasto con la disgustosa, nauseabonda brutalità degli Yahoo, bestie degenerate e immonde che tanto paiono assomigliare all’uomo. Saga della sproporzione, fedelmente raccontata nei suoi minuti particolari realistici e farseschi; epopea della relativistica incertezza d’ogni cosa, costruita sullo stampo di quelle narrazioni di viaggi che da oltre un secolo appassionavano l'Europa, l’avventurosa serie di peripezie che occorrono all’errabondo Gulliver, sballottato fuor d’ogni dimensione certa, non si può così non leggere come la cronaca di una progressiva e sempre più cupa presa di coscienza dell’umanità considerata nella sua giusta luce. E d’altro canto, se è pur vero che in quest’opera Swift ridicolizza, irride e mette impietosamente alla berlina la pazza pretesa dell’uomo di credersi al centro del mondo, in una visione che col passar delle pagine diventa sempre più ossessivamente negativa e senza speranza, è altrettanto vero che il terribile significato di quest’allegoria nichilista è accessibile soltanto a chi possa e voglia intenderlo, e non attenua mai il godimento, da parte del lettore, delle suggestive costruzioni fantastiche che l’autore elabora con una forza e un’arguzia fuori del comune. Biografia dell’autore Jonathan Swift, (Dublino 1667 – 1745). Figlio di inglesi stabilitisi in Irlanda, perse il padre prima della nascita. La madre fece ritorno in Inghilterra (1673) e Swift, lasciato a Dublino presso parenti, crebbe in condizioni simili a quelle di un orfano. Dopo gli studi, nel 1679 trovò impiego in Inghilterra come segretario di sir William Temple. In casa di Temple conobbe Esther Johnson, da lui detta «Stella», la donna che gli dedicò la vita e che Swift, sembra, sposò segretamente. Per raggiungere l’indipendenza economica, nel 1694 prese gli ordini religiosi e nel 1695 ebbe la piccola sede di Kilroot in Irlanda. Visse però prevalentemente a Londra, dove partecipò attivamente alla vita politica, religiosa e letteraria del periodo detto «augusteo», divenendo, grazie al suo estro e alle sue eccezionali doti di polemista una delle persone più influenti della città. Parteggiò inizialmente per i whigs, ma se ne staccò per dissidi in materia religiosa. Dal 1710 al 1714 fu consigliere del governo tory e ne appoggiò la politica dalle pagine dell’«Examiner». Nel 1713 ottenne il decanato della chiesa di St. Patrick a Dublino e, alla caduta del governo tory, nel 1714, si trasferì in Irlanda, seguito da Esther Vanhomrigh, detta «Vanessa», che era innamorata di lui ma con la quale Swift ruppe clamorosamente ogni rapporto; e tuttavia, solo con la morte di Vanessa, avvenuta nel 1723, si risolse l’equivoca posizione di Swift tra lei e Stella. Benché nella sua crescente misantropia disprezzasse anche coloro che difendeva, egli prese nettamente posizione in favore degli irlandesi contro i soprusi dell'amministrazione inglese, divenendo una sorta di eroe nazionale. Dopo la morte di Stella però, avvenuta nel 1728, cadde in un progressivo sfacelo fisico e intellettuale, sprofondando in una condizione al limite della follia. Lasciò il suo patrimonio ai poveri, destinandone una parte alla fondazione di un manicomio. Nel 1704 erano usciti, riuniti anonimi in un solo volume, i primi suoi scritti: La battaglia dei libri, un intervento a favore degli antichi nella controversia sugli scrittori moderni e antichi; il Discorso sull’attività meccanica dello spirito, una feroce satira contro gli stati mistici, da lui sbeffeggiati come pure manifestazioni patologiche; e la brillantissima Favola della botte, sottile parodia delle varie chiese cristiane che chiuse a Swift la possibilità di accedere ai massimi gradi della carriera ecclesiastica. Tra i magistrali libelli e le poesie satiriche ricordiamo gli aspri versi della Descrizione del mattino e di Una descrizione di un acquazzone in città, pubblicati nel 1710; e il libello che segnò l’inizio della polemica con i whigs, Argomentazione contro l'abolizione del cristianesimo (1708); tra i libelli politici, La condotta degli alleati (1711), che preparò l’opinione pubblica alla pace con la Francia; e, tra gli scritti di polemica sociale, le Lettere di un drappiere (1724) e la Modesta proposta (1729), forse il più straordinario esempio dell’uso del paradosso nelle satire swiftiane, in cui la provocatoria proposta di usare i bambini poveri come cibo per alimentare i bambini ricchi è presentata imitando il tono di un avveduto economista. Nel 1726 egli aveva, tra l’altro, già pubblicato il suo capolavoro, il romanzo I viaggi di Gulliver. Di grande interesse psicologico, inoltre, son anche i versi de Lo spogliatoio della signora (1732) e Sulla morte del Dr. Swift (1731). Postumi uscirono le feroci Istruzioni ai servi e infine il Diario a Stella, (1766-68), che contiene 65 lettere scritte a Stella tra il 1710 e il 1713 e che è una delle più straordinarie opere di Swift, sia per la vivida descrizione della vita londinese, sia per la tenerezza e giocosità, espresse nel little language, il famoso linguaggio swiftiano infantile e cifrato dei passi più affettuosi. Massimo scrittore inglese del suo tempo e uno dei più grandi satirici mai esistiti, Swift era uno spirito libero e razionale che ad un’abbagliante intelligenza univa un’assoluta incapacità di illusione; ed è per questa ragione che, nelle sue opere, la critica dei valori, siano essi religiosi o scientifici, politici o culturali, è spinta così avanti, fino all’estremo limite, fino a minacciare quasi le radici stesse dell’esistenza. Per la sua ben dissimulata disperazione e per la componente ossessiva della sua personalità (emblematici, in questo senso, sono i suoi misteriosi rapporti con Stella e Vanessa, che hanno dato adito a infinite congetture e richiamato l’interesse degli psicoanalisti) egli potrebbe essere considerato un romantico ante litteram, se non fosse per l’assoluta classicità della sua scrittura. |
Verne: 20.000 leghe sotto i mari
Illustrazioni di: Walter Casiraghi XXI tavole a colori Il contenuto 20.000 leghe sotto i mari, pubblicato da Jules Verne nel 1870, è il primo romanzo di una trilogia comprendente anche I figli del capitano Grant e L’isola misteriosa. La sua straordinaria storia ha inzio sull’Abraham Lincoln, una fregata americana che ha il compito di dare la caccia ad un misterioso mostro marino. Alla spedizione partecipa tra gli altri il professor Aronnax, un naturalista francese che è accompagnato dal servo Conseil e dal fiociniere Ned Land. Nel corso della navigazione, accade a questi tre personaggi di essere travolti da un’enorme ondata e, una volta in mare, quando sembrano ormai spacciati, di essere tratti in salvo dal cosiddetto «mostro», che è in realtà il formidabile sottomarino Nautilus, comandato dal misterioso e affascinante capitano Nemo che di quel prodigioso «mostro» tecnologico è anche l’inventore. Una volta a bordo, i tre fortunati vengono coinvolti da Nemo stesso in un’esplorazione grandiosa, sebbene punteggiata di minacciose insidie e di pericoli sempre in agguato, delle meraviglie sottomarine. Essi si trovano così a scoprire un nuovo mondo in cui gli accade di vivere esperienze veramente incredibili e sconvolgenti come assistere al mirabolante spettacolo di Atlantide sommersa, andare a caccia nelle foreste abissali, lottare contro piovre gigantesche. Ma, purtroppo, debbono anche assistere, con loro profondo sgomento, all’affondamento di una nave con l’intero equipaggio. Scoprono allora che Nemo non è soltanto un geniale e magnetico esploratore, forse un pò misantropo, ma, soprattutto, un principe indiano spodestato dagli inglesi, che, animato da cupi desideri di rivalsa, dà sfogo alla sua collera cacciando senza tregua le navi britaniche su tutti i mari. Alla fine del libro, comunque, i tre riescono a fuggire dal Nautilus e a raggiungere la terra, dopo essere stati risucchiati dall’immane gorgo del maelstrôm. Fitta di colpi di scena, rivelazioni improvvise, emozionanti scoperte, e pur calata dalla prima all’ultima pagina in una dimensione di magata sospensione, quest’opera suggestiva, oltre a regalare al lettore alcuni splendidi cammei costituiti da una sfilza di personaggi memorabili (primo fra tutti, Nemo), ha lo strano potere (che è di solito riservato solo ai grandissimi libri) di spalancargli la mente su un continente ad un tempo terribile e affascinante, materno e crudele; un altrove ad alta concentrazione simbolica che potrebbe proprio essere una mirabile, coloratissima raffigurazione dell’inconscio umano. Biografia dell’autore Jules Verne, (Nantes 1828 – Amiens 1905). Figlio di un avvocato, studiò diritto a Parigi, ma già negli anni universitari cominciò a occuparsi di letteratura e teatro, scrivendo fra l’altro la commedia Le paglie rotte, che fu rappresentata con successo nel 1850. Raggiunse la fama nel 1863, con la pubblicazione, nel «Magazin d’éducation et de récréation» dell’editore Hetzel, delle Cinque settimane in pallone, un’opera che, riproposta in volume nello stesso anno, inaugurò un nuovo genere letterario, il romanzo d’avventure ispirato al progresso scientifico o, più esattamente, quel tipo di narrativa che gli inglesi chiamano science-fiction. Con questa formula, via via perfezionata nell’arco di un quarantennio, Verne produsse la serie dei Viaggi straordinari attraverso i mondi conosciuti e sconosciuti, oltre sessanta volumi, pubblicati fra il 1863 e il 1911. Tra i titoli più noti: Viaggio al centro della Terra (1864), Dalla Terra alla Luna (1865) e Intorno alla Luna (1870), ricchi di suggestioni fantascientifiche che precorrono, in modo sorprendente, le moderne conquiste dell’astronautica; Avventure del capitano Hatteras (1866), in cui è evocato l’incanto del paesaggio polare; I figli del capitano Grant (1867-68), Ventimila leghe sotto i mari (1869-70) e L’isola misteriosa (1874), con la celeberrima figura del capitano Nemo; Il giro del mondo in ottanta giorni (1873), dove Verne dà vita, fra l’altro, alla memorabile coppia costituita dal gentiluomo inglese Phileas Fogg e dal suo devoto e sagace servitore francese Passepartout; Michele Strogoff (1876) che narra le drammatiche avventure di un fedele ed eroico corriere segreto dello zar. Profondamente inserito nell’ambiente culturale parigino, Verne ebbe anche contatti col mondo politico socialista e anarchico da cui derivarono, nella sua opera, contenuti libertari e progressisti, particolarmente evidenti in romanzi come Mathias Sandorf (1885), storia di un nemico della tirannide austro-ungarica. Abbandonata Parigi nel 1872, a causa del clima creatosi con la repressione anticomunarda, Verne si stabilì definitivamente in provincia, ma compì anche lunghi viaggi in Inghilterra, in Scandinavia e nell’America del nord. Successivamente, si chiuse in un volontario isolamento, pur continuando a scrivere romanzi, racconti e commedie. Classico della letteratura dell’adolescenza, e quindi destinata principalmente ai giovani, la sua opera nasconde, nondimeno, significati e messaggi assai più complessi di quanto potrebbero far supporre la scrittura limpida e accessibile e le trame avvincenti per novità di situazioni e di personaggi. Considerato giustamente insieme a Poe e a Wells uno degli inventori della letteratura di fantascienza, egli non è stato tanto però, come talvolta si crede, un ingenuo celebratore della scienza – e a dimostrazione di ciò, stanno appunto alcuni romanzi della vecchiaia, specie L'eterno Adamo (postumo, 1910) e La strabiliante avventura della missione Barsac (postumo, 1920) in cui è ben visibile in Verne un atteggiamento alquanto problematico riguardo alla possibile sapienza e perfettibilità dell’uomo moderno –, quanto piuttosto uno scrittore che ha ridato nuova veste ai vecchi miti, riscoprendoli, ritrovandone le vestigia all’interno dell’immaginario scientifico ottocentesco. |
Walpole: Il castello di Otranto. Shelley: Frankenstein. Stevenson: Lo strano caso del Dr. Jeckill e Mr. Hyde
Illustrazioni di: Anna Maria Galaverni XXIII tavole a colori Il contenuto Il castello di Otranto, il romanzo pubblicato da Horace Walpole nel 1764, racconta la lugubre vicenda, ambientata nel Duecento, di Manfredo, cupo e machiavellico signore di Otranto, nipote dell’usurpatore del regno che ha avvelenato Alfonso, il sovrano legittimo, il quale vive sotto l’incubo di un’oscura profezia di San Nicola, secondo cui la stirpe dell’usurpatore continuerà a regnare soltanto fino a quando il legittimo sovrano non sarà divenuto troppo grosso per abitare il castello, e finché discendenti maschi dell’usurpatore lo occuperanno. Ma già al principio del romanzo l’unico figlio di Manfredo è ucciso da un elmo gigantesco, piovuto non si sa da dove, alla vigilia delle sue nozze con la leggiadra Isabella. Poiché dunque metà della profezia si è già avverata, il sinistro principe decide di ripudiare sua moglie e di sposare Isabella. Ma costei invece fugge, aiutata da un giovane contadino, Teodoro, che ha una strana rassomiglianza col ritratto del sovrano assassinato, ed è inoltre fortemente sospettato di complicità nell’assassinio del figlio di Manfredo. Catturato, viene gettato in prigione. A liberarlo dalla prigione interviene però Matilde, la figlia di Manfredo, di cui egli, subitaneamente, si innamora. Ma questo innamoramento ha un tragico e fatale epilogo, perché Manfredo, sospettando una tresca tra Teodoro e Isabella, e udendo che Teodoro s’incontra nottetempo alla tomba di Alfonso con una dama del castello, corre al suo posto e uccide la dama, che altri non è se non sua figlia. D’altro canto, a questo punto, lo spettro del re Alfonso, che si aggira per il castello con gigantesco aspetto, diviene, come annunciava la profezia, troppo grosso per l’edificio e lo sconquassa; Manfredo, atterrito, rivela allora le sue colpe, a cominciare dal delitto di usurpazione; Teodoro risulta invece, alla fine, essere il legittimo erede al trono e, come tale, sposa Isabella. Il romanzo finisce con Manfredo e la moglie che si ritirano in un monastero. Storicamente importante per aver dato inizio al ricco filone del romanzo gotico o nero, fissandone una volta per tutte gli archetipi e i topoi principali – sintetizzabili nella presenza di scenari di innegabile suggestione, fatti di paesaggi notturni, di cieli tempestosi, di manieri labirintici e tetri che occultano “piranesiane” carceri e foschi passaggi segreti, luoghi macabri nei quali si muovono fanciulle indifese e perseguitate da tenebrose figure di malvagi in preda ad “innominabili” e perverse passioni, infine però sempre soccorse da eroi misconosciuti – Il castello di Otranto è, in definitiva, un perfetto esempio di quell’anticlassico “sublime del terrore” che tanto ha fascinato, dall’ottocento ad oggi, lettori e scrittori di tutto il mondo: straordinario, in particolare per l’abilità rappresentativa ed il senso teatrale con cui l’autore “lavora” la sua materia costringendo chi lo legge a stare al suo gioco, felicemente intrappolato in una densa atmosfera di suspense dosata con maestria. Frankenstein, il romanzo pubblicato da Mary Shelley nel 1818, racconta la tragica storia di un giovane e sapiente scienziato svizzero, studioso di filosofia naturale, il barone Frankenstein per l’appunto, il quale, un giorno, in preda ad una sorta di delirio di onnipotenza, decide di tentare un esperimento che è in realtà un vero e proprio progetto demiurgico: quello di creare, dar la vita ad un altro essere umano. Così, per mettere in atto il suo folle progetto, egli non si fa scrupolo di riesumare e riutilizzare parti anatomiche sottratte a vari cadaveri trafugati da camere mortuarie e cimiteri, con le quali “fabbrica” un essere a cui riesce, chimicamente, attraverso procedimenti di cui lui solo conosce il segreto, ad infondere, oltre alla vita, un’intelligenza perfetta, facendone però, fisicamente, un mostro che ispira ripugnanza e orrore. Malgrado l’aspetto terrificante, la creatura si rivela comunque, in un primo momento, come la quintessenza della bontà di cuore e della mitezza; ed è soltanto nel momento in cui prende coscienza del disgusto e della paura che suscita negli altri, che la sua natura, naturalmente incline alla gentilezza, subisce una radicale trasformazione ed egli diviene un’autentica, inarrestabile forza distruttiva: infernale homunculus che, dopo aver disseminato di cadaveri il proprio cammino, finisce per uccidere, nemesi divina o luciferina rivolta luciferina della creatura contro il proprio creatore, anche il barone. Celebre romanzo del terrore preromantico, nato da un sogno, ma nel cui sottofondo traspare, tuttavia, anche il motivo dell’anticipazione scientifica, secondo una concezione razionalista erede diretta dell’illuminismo e, ad un tempo, pur chiaramente influenzata dalle leggende nate attorno agli esperimenti di Erasmo Darwin – famoso scienziato evoluzionista il quale, avendo ridato la vita ad un pezzetto di verme tenuto sotto vetro, si era dichiarato convinto delle affinità tra anima umana ed elettricità – Frankenstein – questo libro suggestivamente melodrammatico che ha goduto di costante fortuna dando luogo ad innumerevoli imitazioni e, nel nostro secolo, a molteplici trasposizioni cinematografiche – è un romanzo che non mancherà di affascinare il suo lettore con la ricchezza degli spunti etici che la sua storia, oggi più che mai, suscita – dalla speculazione sulle origini della vita fino al problema della bontà e creatività originaria dell’uomo, corrotte poi dalla società –: essendo facilmente interpretabile, alla luce della nostra realtà, come una convulsa parabola, goticamente stilizzata, volta a stigmatizzare il peccato prometeico di un potere – fusione di scienza e tecnologia – che, estendendosi faustianamente senza regole, finisce per trasformarsi, ad un certo punto, in un’incontrollabile arma apocalittica di auto-distruzione. Lo strano caso del Dr. Jekill e Mr. Hyde, il racconto pubblicato da Robert Louis Stevenson nel 1886, narra l’inquietante vicenda, tra provette e alambicchi, dello sdoppiamento della personalità di uno scienziato, l’apparentemente irreprensibile dottor Jekill, il quale scopre, dopo anni di lunghe ricerche scientifiche, una pozione chimica che gli consente di far affiorare dal fondo della sua psiche la componente “malvagia” del suo essere. Tale fenomeno si manifesta come una vera e propria metamorfosi fisica, somatica: il dottor Jekill, sotto l’azione della pozione, diventa infatti un individuo laido e ripugnante, che risponde al nome di Hyde. Succede però ben presto che, preso in un agghiacciante giro vizioso di pulsioni violentissime e di rimorsi repressivi che a loro volta innescano nuovamente le pulsioni aggressive, al dottore, che prende sempre più spesso la malefica bevanda, risulti via via sempre più difficile controllare il processo della mutazione; egli si abbandona così, una volta trasformato in Hyde, con sempre maggior frequenza ed intensità, agli istinti più bassi – arrivando addirittura fino all’orrore dell’omicidio gratuito – finché, ad un certo punto, non si accorge che la metamorfosi si verifica da sé, spontaneamente. Così, incapace oramai di dominar la situazione, alla fine, per sottrarsi all’arresto, si uccide. La seduzione che il racconto esercita, ovviamente, emana tutta dal “mostro a due teste” che vi campeggia in mezzo, vale a dire dalle due “facce” dello stesso personaggio; perché il punto centrale è infatti questo: Lo strano caso del Dr. Jekill e Mr. Hyde, che nacque da un terrificante incubo notturno dell’autore, non è affatto, così come per molto tempo lo si è interpretato, l’allegorica rappresentazione dell’eterna lotta tra il bene ed il male – magari tra loro specularmente contrapposti –, quanto piuttosto l’allegorica rivelazione della loro ineludibile compresenza e inscindibilità all’interno dell’anima di ogni singolo uomo. Jekill infatti non è per nulla l’immagine del bene assoluto: uomo retto, probo, generoso, decisamente «positivo» all’apparenza, egli è in realtà un uomo fragile, incerto, drammaticamente lacerato tra impulsi contrastanti, costretto a celare con vergogna quegli istinti inconfessabili che proprio Hyde – che, in ogni caso, sempre, gli dorme in petto – soddisfa furiosamente per lui. In questo senso, egli è la perfetta raffigurazione del borghese ipocrita, perbenista e represso, figlio dell’epoca vittoriana. E d’altro canto: se mister Hyde, l’odioso e sfuggente abitante di Soho, “esce allo scoperto”, è perché Jekill, apprendista stregone dall’orgoglio faustiano, discendente diretto degli alchimisti, vuole conoscer se stesso, vuol poter liberare, e ad un tempo osservare, quella parte nascosta di sé che, una volta all’aperto, subito prenderà le enigmatiche fattezze di mister Hyde. È un atto di conoscenza, dunque, che fa apparire ciò che era occultato, rimosso; e, in questo senso, risulta evidente come l’effige di Hyde altro non sia se non la più straordinaria raffigurazione che sia mai stata data in letteratura dell’inconscio: strano, sfuggente, sgradevole, sfrenatamente disinibito, delirante di vita e insieme addirittura detestabile, ispirante sempre e comunque una forte repulsione in chiunque lo avvicini, ma una repulsione, al dunque, indefinibile: per l’appunto, inafferrabile. E ciò spiega, d’altro canto, come mai la sua figura, che ispira tanto orrore e ribrezzo nei lettori, con altrettanta forza li ipnotizzi, segretamente attirandoli a sé. Magistrale racconto pieno di suspense, dallo stile ad un tempo vitreo (cristallino) e visionario, tra i più belli in assoluto della letteratura mondiale, Lo strano caso del Dr. Jekill e Mr. Hyde è dunque, per concludere, un attacco frontale ai soffocanti schemi della conformistica mentalità vittoriana, sferrato in nome di un’idea di letteratura da intendersi quale frutto di libertà fantastica e spirito d’indipendenza: limpida, ariosa, spregiudicata evasione dagli spazi ristretti della morale comune per esplorare liberamente i territori ctonii – gli inferi – della psiche umana. Biografie degli autori Horace Walpole, (Londra 1717 – 1797). Figlio del primo ministro Robert Walpole, studiò a Eton e a Cambridge e compì poi un lungo viaggio in Europa insieme al poeta Th. Gray. Membro del parlamento dal 1741 al 1748, acquistò nel 1747, a Twickenham, nei sobborghi di Londra, una casa che trasformò in uno stravagante maniero, detto Strawberry Hill, che è forse l’esempio più famoso di architettura neogotica settecentesca. Appassionato collezionista, studioso di storia, nel 1758 pubblicò i Brani effimeri in versi e in prosa e nel 1762 gli Aneddoti della pittura inglese, fondati sui diari dell’incisore G. Vertue, che aveva comprato dalla moglie di quest’ultimo. Fu autore eclettico, umorale, versatile, pronto a cimentarsi nei più diversi generi di scrittura (dalla tragedia al racconto fantastico, dal catalogo di opere d’arte al trattato erudito); ma è ricordato, soprattutto, per esser stato l’iniziatore del cosiddetto filone “gotico” della letteratura europea, con il romanzo Il castello di Otranto (1764), che tutta l’Europa lesse, apprezzò ed imitò in svariate guise; sorta di manifesto preromantico che ebbe il grande merito, al di là del suo intrinseco valore letterario non particolarmente eccelso, di introdurre, all’interno della stilizzata e raziocinante narrativa settecentesca, le deliranti suggestioni e i circonvoluti arabeschi dell’irrazionale. Va ricordato, infine, il suo vastissimo epistolario di circa tremila lettere, alcune delle quali inviate a destinatari celebri, che è considerato un autentico monumento letterario del diciottesimo secolo ed è, a tutt’oggi, ancora in via di pubblicazione. Mary Wollstonecraft Shelley, (Somers Town 1797 – Londra 1851). Figlia di William Godwin, filosofo, romanziere ed utopista, e di Mary Wollstonecraft, scrittrice e femminista ante litteram che per prima promosse i diritti della donna, rimase, dieci giorni dopo la sua nascita, orfana di madre e trascorse un’infanzia nient’affatto serena, a causa del profondo dissidio creatosi tra lei e la sua matrigna. Nel 1812, a sedici anni, Mary conobbe il poeta romantico Percy B. Shelley, e l’incontro fu il fatale inizio di un intenso amore che, nel 1816, dopo il suicidio della prima moglie del poeta, venne coronato dalle nozze. Dopo la nascita del primo figlio, i due giovani sposi si trasferirono in Italia. Il suo primo, e più celebre, romanzo, Frankenstein o Il Prometeo moderno, nacque quasi per caso, nel 1916, quando Byron, durante un soggiorno estivo con gli Shelley e con John Polidori a Ginevra, suggerì che ciascuno di loro scrivesse un “racconto dell’orrore”. Mary scrisse per l’appunto Frankenstein, che, pubblicato nel 1818, riscosse subito un grande successo presso il pubblico dei lettori: un “favore”, questo, che, con l’andar del tempo, non è mai venuto meno, protraendosi senza interruzioni fino ai giorni nostri. Dopo la morte del marito, avvenuta in mare nel luglio del 1922, ella tornò poi, insieme col figlio, a vivere in Inghilterra, dove si sostenne con i proventi del proprio lavoro di narratrice professionista. Nel 1823 pubblicò Valperga, un’opera che è considerata dalla critica, dal punto di vista stilistico, come il suo capolavoro. L’anno seguente curò la pubblicazione dei Posthumous Poems del marito. Del 1826 è invece L’ultimo uomo, cupo romanzo in cui si narra la fine dell’umanità, sterminata da una pestilenza che lascia in vita un solo individuo. Nel 1835 uscì Lodore, in cui ella raccontò la storia della tragica, fallimentare prima esperienza matrimoniale del suo amatissimo consorte, e due anni dopo venne pubblicato il suo ultimo romanzo: Peter Falkner. Curò infine, nel 1839 e nel 1840, la pubblicazione dei Poetical Works e degli Essays, Letters from Abroad del suo sposo. Due sue commedie, Proserpine e Midas, sono poi state pubblicate, postume, nel 1922, mentre nel 1944 e nel 1947 F. L. Jones ha curato l’uscita, sempre postuma, delle sue Lettere e del suo Diario, due libri che si sono rivelati fonti di informazioni preziosissime sulla sua vita e sulle sue opere, nonché, ovviamente, sulla vita e le opere del suo diletto coniuge. Robert Louis Stevenson, (Edimburgo 1850 – Upolu 1894). Dopo una giovinezza ribelle, in polemica con il puritanesimo borghese del suo ambiente, divenne avvocato, ma non esercitò mai la professione. Per ragioni di salute (era malato di tubercolosi) e per spirito d’avventura, viaggiò a lungo in Europa e in America, collaborando a periodici con novelle, saggi e poesie. Nel 1879 sposò un’americana divorziata, madre di due figli e di dieci anni maggiore di lui. Raggiunto un certo benessere economico, nel 1888 partì per una lunga crociera nel Pacifico, stabilendosi infine nel 1891 nelle isole Samoa. Qui, egli condusse una vita tranquilla, lavorando fino alla morte, circondato dall’amoroso rispetto degli indigeni, che difese più volte di persona e attraverso articoli di giornale dalle prepotenze dei bianchi. Dopo aver pubblicato libri di vario genere, tra i quali Un viaggio nell’entroterra (1878), Viaggio a dorso d’asino nelle Cevenne (1879), la raccolta di articoli filosofici e letterari Virginibus puerisque (1881) e le novelle di Le nuove notti arabe (1882), egli divenne improvvisamente famoso con la pubblicazione nel 1883 de L’isola del tesoro, un’opera che rinnovava profondamente la tradizione del romanzo d’avventure. Nel 1886 uscì Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, altro grande capolavoro stevensoniano in cui la narrazione di un caso di sdoppiamento di personalità assume valore allegorico assoluto, illuminando le forze del bene e del male presenti nella natura umana. Nello stesso anno Stevenson pubblicò Il ragazzo rapito, cui più tardi diede una continuazione con Catriona (1893). Nel 1888 uscì La freccia nera e nel 1889 Il signore di Ballantrae, in cui il tema della fatale attrazione del male è magistralmente rappresentato nella storia dell’odio tra due fratelli. Di ambiente polinesiano sono invece i racconti I trattenimenti delle notti dell'isola (1893) e Nei mari del Sud (1896). Postumi uscirono, infine, due romanzi incompiuti: Weir di Hermiston (1896), da buona parte della critica considerato l’apice della narrativa stevensoniana, e Saint Yves (1898). Stevenson appartiene a quel complesso movimento letterario europeo che, per reazione al naturalismo e al positivismo, sfociò nel simbolismo e nel decadentismo. La magnificenza della sua narrativa è determinata dal perfetto equilibrio tra un’accesa fantasia visionaria ed uno stile asciutto, preciso, nervoso. Artista estremamente versatile, affrontò i generi letterari più diversi, dalla poesia al romanzo semipoliziesco, dal romanzo storico alla novella esotica. Naturalmente, la fortuna delle sue opere non può essere attribuita esclusivamente alla sua grande maestria tecnica, ma anche alla cruciale tematica morale che le innerva; per dirla in altri termini: sfruttando la libertà narrativa consentita dal racconto fantastico e dal romanzo di avventure, Stevenson espresse, in strutture mitico-simboliche altamente suggestive, idee, problemi e conflitti dell’anima umana, proiettandoli nelle circostanze più insolite e inattese e riuscendo, in tal modo, a caricarli di una nuova, estrema, radicale intensità. |
Wells: La guerra dei mondi, La macchina del tempo
Illustrazioni di: Walter Casiraghi XXIV tavole a colori Il contenuto La guerra dei mondi, il romanzo pubblicato da Herbert George Wells nel 1898, racconta l’invasione bellica della Terra da parte di supertecnicizzati, feroci extraterrestri. Nella città di Londra, in particolare, dov’è ambientata la storia, discende uno strano cilindro di enormi dimensioni, creando un immenso buco nel terreno. In un primo momento tutti pensano ad un meteorite, ma poi, una volta apertosi il coperchio della macchina infernale, si scopre con orrore e raccapriccio che si tratta invece di marziani, di creature aliene tutt’altro che pacifiche – basti pensare che si nutrono di sangue umano –, ominidi dotati di enormi teste con ridotte appendici tentacolari, residui di un corpo simile al nostro, le cui lucide macchine a tre zampe, rapide, possenti, abili nel lavoro e nell’offesa, son l’involucro artificiale dei loro organismi, i quali, deperiti nel fisico, hanno sviluppato unicamente l’intelletto, il cervello; (e insieme con il corpo, d’altro canto, in loro si son atrofizzati anche gli istinti e i sentimenti: questi uomini del domani, insomma, prefigurazione wellsiana di uno stadio di evoluzione che il genere umano dovrebbe raggiungere in un lontano futuro, altro non sono se non enormi cervelli innestati su splendidi automi). La storia a questo punto si fa doppiamente terrorizzante: sia perché descrive come i marziani avanzino indisturbati, seminando ovunque il panico, la morte e la distruzione; sia perché stigmatizza, soffermandosi nel dettaglio, la disastrosa e regressiva reazione emotiva dei terrestri in fuga – orripilante cronaca di una paura che manda in frantumi ogni principio di solidarietà e morale comune; principi che si rivelano pertanto, al dunque, posti di fronte ad un evento come questo che tira in ballo prima d’ogni altra cosa l’atavico istinto di conservazione, quali mere sovrastrutture molto poco radicate nell’etica umana. Ed è ovvio che, detto questo, altamente simbolico – ironico frutto della grande ed amara inventiva wellsiana – risulta la trovata finale del libro, e cioè il fatto che la sconfitta degli invasori, altrimenti invincibili e, quindi, la conseguente salvezza dell’uomo, avvenga a causa di minuscoli microbi: vale a dire, di quella specie di esseri viventi che, nella scala dell’evoluzione, rappresenta appena il primo gradino: la più infima forma di vita sulla terra. Considerato il capostipite di un genere particolarmente fortunato della fantascienza – vale a dire, di quello che si occupa di narrare, appunto, l’invasione della Terra da parte di civiltà aliene a seconda dei casi più o meno aggressive – La guerra dei mondi esprime, in toni ed atmosfere da incubo ossessivo, il funesto presagio di una possibile estinzione dell’uomo per mano della tecnologia, mostrando al lettore, d’altro canto, quali sarebbero i risultati angosciosi di un evento catastrofico che investisse, e colpisse a morte nel suo apparato tecnico-economico, la civiltà terrestre nel suo stato attuale di sviluppo: anarchia, carestie, pestilenze, dissoluzione di ogni organizzazione civile, nonché lo sgretolamento di qualsivoglia valore spirituale; in breve, un ritorno al quel pauroso caos dell’originaria animalità che nel libro è così ben raffigurato dall’immagine del prete che, terrorizzato, invece di cercare conforto in Dio, voracemente divora tutte le sue provviste e beve fino ad ubriacarsi per sfuggire alla terrificante realtà. La macchina del tempo, il romanzo pubblicato da Herbert George Wells nel 1895, è un amaro apologo fantascientifico che ha per protagonista la figura del “Viaggiatore nel tempo”, il quale, grazie ad una macchina di sua invenzione, può muoversi appunto non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Grazie ad essa, dunque, egli si sposta di alcuni millenni, atterrando in un luogo dalla vegetazione bella e rigogliosa nell’anno 802.701; e la prima cosa che scorge, appena uscito dal futuristico trabiccolo, son dei grandiosi edifici, sparsi qua e là nel verde e non radunati a formare una città, i quali però, visti da più vicino, gli appaiono invece decisamente in rovina. Gli abitanti di questi edifici, gli Eloi, sono strani personaggi, quasi eterei, di corporatura minuta, vestiti con abiti dai colori sgargianti. Essi vivono in gruppi – essendo scomparso, dalle loro menti, il concetto di famiglia – trascorrendo la giornata senza lavorare, costantemente dominati dal sentimento della paura. E ben presto il Viaggiatore scopre anche il perché di questa misteriosa paura. Nel sottosuolo, infatti, vivono i Morlocchi, i proletari di questo mondo, i quali – pur essendo incapaci di sostenere la luce del giorno – ne sono divenuti i padroni e, ben consci della loro superiorità, hanno preso il sopravvento sui ricchi Eloi, i quali, giunti oramai al culmine del progresso scientifico e tecnologico, hanno attutito tutte le loro facoltà e, ridotti a creature larvali, inattive e incapaci, finiscono in pasto ai crudeli avversari. Scoperto ciò, il “Viaggiatore”, dopo alcune peripezie – che consistono sostanzialmente nel riuscire a recuperare la macchina che i Morlocchi gli han rubato – parte dal mondo degli Eloi e si sposta ancor più avanti nei millenni, atterrando su una spiaggia glaciale dove oramai – apocalittico, annichilente futuro – ogni segno di vita è del tutto scomparso. Dopodiché, fa rotta verso casa ove, una volta giunto, racconterà agli amici la sua straordinaria avventura di cui l’unico ricordo tangibile saranno due fiori appassiti che una donna degli Eloi gli ha regalato come segno di affetto e di gratitudine per averle salvato la vita. Celebre romanzo di fantascienza, tradotto in molte lingue, La macchina del Tempo è, al tempo stesso, una satira beffarda della società capitalista, una lezione di vita – che insegna come solo la lotta e il pericolo tengano deste e feconde le migliori attività dell’uomo – ed infine, una paradossale teoria scientifica che doveva trovare impensate applicazioni – si veda, ad esempio, l’opera di Marcel Proust o il concetto joyciano di “flusso continuo di coscienza” – nel campo della filosofia e delle lettere. Biografia dell’autore Herbert George Wells, (Bromley 1866 – Londra 1946). Figlio di una modesta famiglia, il padre era un negoziante di ceramiche e la madre una domestica, fino all’età di diciassette anni fu apprendista in una ditta di tessuti; nel 1884 fu ammesso con una borsa di studio alla Normal School of Science di Londra, dove frequentò i corsi del celebre Th. Huxley, seguace delle teorie darwiniane. Nel 1887 abbandonò gli studi senza aver superato l’esame finale e si mise ad insegnare scienze in una piccola scuola di provincia. Nel 1893 lasciò l’insegnamento per dedicarsi completamente all’attività letteraria, che, nel giro di pochi anni, gli diede fama e denaro. In un’epoca di grandi fermenti, egli partecipò alla vita politica, impegnandosi non solo con i suoi scritti, ma anche di persona: fece parte, per un certo tempo, della Società fabiana e fu candidato laburista nelle elezioni del 1922. È considerato, insieme a Jules Verne, il padre della fantascienza. Nel suoi primi romanzi – tra cui La macchina del tempo (1895), il libro che lo rese subito famoso, L’isola del dottor Moreau (1896), L’uomo invisibile ( 1897), La guerra dei mondi (1898) e I primi uomini sulla luna (1901) – egli usò le sue conoscenze scientifiche per costruire storie ambientate in un futuro prossimo o remoto in cui si ipotizzano le conseguenze – per lo più negative – dell’incontrollato sviluppo tecnico e scientifico, e delle conseguenti tensioni sociali. Se queste storie hanno un’impronta fantastica e apocalittica, nelle utopie scritte all’inizio del secolo, come Anticipazioni (1901), La formazione dell’umanità (1903) e Un’utopia moderna (1905), lo scrittore profetizza invece l’avvento di uno stato mondiale sotto la direzione di una élite di intellettuali e di scienziati. Wells si cimentò inoltre, e con successo, in romanzi umoristici di impronta naturalistica e di ambientazione borghese, molto in voga nel periodo edoardiano – L’amore e il signor Lewisham (1900), Tono-Bungay (1909) e La storia del signor Polly (1910) – in cui raccontò con ironica disinvoltura il fallimento delle aspirazioni dei protagonisti in una società inguaribilmente filistea. Minor favore riscossero invece romanzi come Veronica (1909) e Il nuovo Machiavelli (1911), anche perché l’argomento della libertà sessuale, che è al centro di queste due parole, risultava assai scandaloso per il pubblico dei lettori, ancora molto condizionato dai pregiudizi vittoriani. Nelle opere successive prevalsero poi, nuovamente, le problematiche sociali e politiche, ma stavolta attraversate da una forte vena autobiografica; e così, ne Il signor Britling va fino in fondo (1916), nel notevolissimo Esperimento autobiografico (1934) e ne La mente all’estremo delle sue risorse (1945), è possibile leggere, ancor oggi, l’ultimo, malinconico messaggio di questo straordinario e nobile scrittore, acutissimo profeta del “sociale”, che vedeva avverarsi, nella realtà, con la seconda guerra mondiale e lo scoppio della bomba atomica, le sue più pessimistiche previsioni. |
Asimov: Cronache della galassia, La fine dell’eternità
Illustrazioni di: Walter Casiraghi XIX tavole a colori Il contenuto Cronache della galassia, pubblicato in volume da Issac Asimov nel 1951, racconta, in forma di saga spaziale, la storia del decadimento di un enorme impero galattico di origine terrestre e, parallelamente, il tentativo di uno psicologo, Hari Seldon, grazie alle due Fondazioni di scienziati da lui create, e alla “psicostoriografia” – una nuova disciplina scientifica, da lui inventata, che predice, in base a modelli matematico-statistici, i futuri comportamenti di massa –, di “circoscrivere” a soli mille anni il periodo di barbarie che all’inizio del libro è già cominciato. Il libro si ispira in parte alla Storia del declino e della caduta dell’Impero romano pubblicata tra il 1776 e il 1788 dallo scrittore inglese Edward Gibbon: tratte da qui sono infatti l’idea centrale del contrasto tra la svigorita, raffinata, decadente “civiltà” imperiale e la selvaggia “barbarie” della periferia galattica; i nomi latineggianti di personaggi e cariche, nonché i riferimenti alle frequenti campagne militari che contrappongono le opposte fazioni nell’immenso scacchiere dello spazio interstellare. Campagne militari che offrono, per altro, ad Asimov lo spunto sbeffeggiar alquanto con acredine satirica la categoria dei condottieri militari, a cui egli oppone, nel corso della storia, l’intelligenza, l’ironia, il coraggio individuale e il senso degli affari di tutti coloro che desiderano la pace, e per essa, qualora necessario, son pronti a sacrificar la propria vita. Così, alla fine del libro, la vittoria della Fondazione altro non è se non la sconfitta di ogni progetto di economia di guerra ed il trionfo di un modello produttivo “mercantile” che ricorda molto da vicino quello “americano” – non a caso, d’altro canto, l’universo stesso è raffigurato, nell’opera, come un’unica, e sterminata, megalopoli –: un modello basato sul benessere economico diffuso, unico stile di vita, secondo Asimov, capace di sconfiggere i mercanti di cannoni. Prima parte di una “trilogia galattica” che è, nel suo insieme, considerata come uno dei capolavori assoluti della letteratura di fantascienza del Novecento, Cronache della galassia è dunque, in conclusione, una sorta di favola “stellare” che descrive con puntiglio logico ed inventiva immaginativa un’epopea evoluzionistica, consegnando al lettore, nella figura del protagonista principale della storia, l’altruista e disinteressato Hari Seldon, l’immagine stessa della fantascienza, così come Asimov la vedeva e l’amava: con il suo desiderio ambizioso di esser profezia ed il suo innato bisogno di provare a disegnare la realtà dei tempi a venire. La fine dell’eternità, il romanzo pubblicato da Isaac Asimov nel 1955, narra una vicenda che si sviluppa in un arco di tempo di centinaia di migliaia di secoli e che ruota intorno ad un futuro lontano presieduto da una casta di individui che, vivendo al di fuori del tempo, nell’eternità appunto, sono in grado di spostarsi in esso liberamente, viaggiando disinvoltamente da un secolo all’altro e, soprattutto, quand’è necessario, con interventi specifici, sono in grado di alterare a loro piacimento, come veri e propri sostituti del fato o delle divinità, il passato, il presente e il futuro della storia umana. A causa di questa loro cruciale prerogativa, che li fa sorveglianti, sorta di angelici custodi “spaziali” della sorte umana, essi sono però obbligati a restare distaccati dalle cose mondane, a scrutarle soltanto con gelido ed asettico sguardo scientifico; in particolare, poi, non è permesso loro, configurandosi anzi come un vero e proprio “delitto”, di lasciarsi turbare da sentimenti di qualsivoglia tipo o, ancor peggio, di lasciarsi coinvolgere in storie d’amore con i mortali. Ed è precisamente questo ciò che accade al protagonista della storia, Andrew Harlan, un giovane Eterno, il quale si innamora di una mortale, Noy, e un giorno, posto di fronte al dilemma, deve scegliere: salvare l’Eternità o il suo amore per la giovane e affascinante donna. Naturalmente, la scelta è difficile, i dubbi sono molti e di varia natura, ma alla fine Andrew Harlan, senza alcuna remora o rimpianto, sceglierà l’amore. Considerato come uno dei più importanti romanzi di fantascienza del dopoguerra, La fine dell’eternità è un’opera in cui lo stile versatile di Asimov riesce nell’impresa di fondere due storie diverse: quella generale dell’umanità, che ruota tutta attorno alla capacità degli Analisti e Tecnici Eterni di modificare, attraverso manipolazioni, tutti gli elementi che potrebbero causare turbamenti alla razza umana, e quella, individuale, sentimentale, del protagonista – cifrato ed obliquo autoritratto dell’autore stesso –: un pedagogo, sorta di malinconico apolide che non appartiene veramente ad alcun luogo e ad alcun tempo, e il cui sogno è unicamente quello, una volta riscoperta la dolcezza dell’amore, di distruggere il Tempio-Tempo, vale a dire l’eternità divenuta ormai prigione. Biografia dell’autore Isaac Asimov, (Petroviči 1920 – New York 1992). Figlio di genitori ebrei, nel 1923 emigra con la sua famiglia negli Stati Uniti, a New York. Il padre Jacob acquista una drogheria a Brooklyn, dove il piccolo lsaac lavora sodo e nel tempo libero legge riviste di fantascienza, allora molto popolari in America. Già nel 1939, a soli 19 anni, vede pubblicato un suo racconto su una rivista specializzata, “Amazing Stories”, e nel giro di pochi anni si impone come il principale esponente del filone “tecnologico” della fantascienza, all’interno del quale la visione di mondi futuri e di nuove forme di organizzazione sociale è sempre strettamente fondata su delle ipotesi di tipo scientifico (anche se più o meno avveniristiche) e sugli sviluppi tecnologici che ne possono derivare. Nel 1941 si laurea in Chimica e nel 1948 diventa Dottore in Biochimica. Fra il 1942 e il 1949 viene pubblicata su rivista la sua opera più celebre, il ciclo della “Fondazione”, che uscirà successivamente in tre volumi tra il 1951 e il 1953: Cronache della galassia (1951), Il crollo della galassia centrale (1952) e L’altra faccia della spirale (1953). I temi del potere, dello scontro fra potenze immani, l’antimilitarismo che emerge in questa complessa e grandiosa costruzione, sono un riflesso degli eventi contemporanei. Dal 1949 al 1958 insegna Biochimica all’Università di Boston, ma la vita accademica non gli è affatto congeniale: egli prova un forte senso di insofferenza verso quell’ambiente rigido, pedante, gerarchico. La sua idea della funzione della Scienza è radicalmente diversa da quella dei professori bostoniani: egli pensa che essa non debba essere al servizio dello statu quo, ma, al contrario, debba educare l’uomo a immaginare e progettare il suo futuro. Stranamente però, è proprio negli anni amari dell’insegnamento che egli scrive le sue migliori opere, tra le quali vanno certamente ricordate: Paria dei cieli (1950), Io, robot (1950), Sassolini nel cielo (1950), Le stelle come polvere (1951), Le correnti dello Spazio (1951), Lucky Starr e i pirati degli asteroidi (1953), Lucky Starr e l’oceano di Venere (1954), Abissi d’acciaio (1954), La fine dell’eternità (1955), La strada per Marte (1955) ed Il profondo (1955). Nello stesso periodo, pubblica inoltre due opere scientifiche: Gli elementi chimici della vita (1954) e Biochimica e metabolismo umano (1956), in collaborazione con S. Walker e W. C. Boyd. Dopo il 1958, pur continuando a scrivere a ritmi vertiginosi, si dedica però, soprattutto, a testi di divulgazione scientifica, quali, ad esempio, The Intelligent Man’s guide to Science (1960) e The Universe (1967), sorta di storia delle concezioni del cosmo attraverso i secoli, e delle scoperte spaziali. Negli anni Sessanta promuove iniziative contro la guerra del Vietnam riunendo vari autori di fantascienza. Le sue posizioni politiche, da sempre liberal, si fanno col passare degli anni sempre più radicali. Scrittore di romanzi a tesi dallo stile asciutto e nervoso, Asimov è stato considerato, giustamente, uno dei più grandi autori di fantascienza del Novecento proprio in virtù della sua prolifica “fantasia” basata su dati scientificamente fondati, nonché per la verve delle sue opere, capaci, il più delle volte, di creare un crescendo eccitante di coinvolgimento, che ha lo scopo di condurre il lettore a confrontarsi con i più inquietanti interrogativi sul futuro dell’uomo. |
Poe: Racconti. Hoffmann: Racconti notturni
Illustrazioni di: Carlo Cattaneo XXXIII tavole a colori Il contenuto I Racconti di Edgar Allan Poe presenti in questo volume sono una raccolta di alcune tra le più celebri ed emozionanti composizioni del grande maestro americano: si va, così, dalle storie “nere”, appartenenti al filone del “terrore”, quali, ad esempio, “Il pozzo e il pendolo” o “La mascherata della Morte Rossa”, alle narrazioni che fan parte del cosiddetto filone del “raziocinio”, come, ad esempio, il poliziesco “Gli omicidi della Rue Morgue” o “La lettera rubata”; dagli esercizi appartenenti al filone del grottesco, come “Hop-frog”, a quelli in cui la complessità dello stile arabescato di Poe raggiunge i suoi massimi risultati, come nel caso de “Il manoscritto nella bottiglia”. I più noti sono, ovviamente, i racconti dell’orrore, che si posson considerare, un po’ semplificando, come sottili, complesse, stupefacenti variazioni di un solo tema di fondo, il quale, ritratto in multiformi figurazioni ed analizzato in tutte le sue gradazioni emotive, tetramente attraversa, come un filo rosso, ognuna di queste pagine: vale a dire, il tema del dissolvimento, della morte che è perennemente in agguato e a cui inesorabilmente si giunge alla fine di ogni racconto (attraverso narrazioni sempre avvincenti, perché sapientemente strutturate secondo una tecnica di suspense di cui Poe è, indubbiamente, l’indiscusso maestro). I personaggi che popolano queste storie sono quindi, di conseguenza, esseri stravolti, menti irrigidite in ossessioni senza scampo, che finiscono ineluttabilmente per abbandonarsi nelle “lugubri” braccia di quella “disfatta” che su di loro incombe, sempre, fin dall’inizio, come un fato avverso. A titolo d’esempio, può valer la pena, a questo punto, di riassumere la trama di una delle storie più morbose ed inquietanti, vale a dire de “La rovina di casa Usher”. Il narratore della storia comincia il racconto del suo allucinante soggiorno nella casa dell’amico Roderick Usher, descrivendo l’atmosfera di sinistro decadimento che avvolge l’antica dimora che sorge presso un vasto stagno caliginoso; poi passa ad analizzare il suo amico, che è in uno stato di tensione nervosa che sfiora la follia, e sua sorella, lady Madeline, la quale è afflitta da un male misterioso che la porta, infatti, in breve tempo, alla tomba. Ella viene così sepolta provvisoriamente in una nicchia nelle mura del maniero. Ma qualche giorno dopo, nel corso d’un furioso temporale, mentre il narratore sta leggendo all’amico un racconto fantastico, ella irrompe nella stanza, insanguinata e in preda alla pazzia: era stata sepolta viva. A questo punto, sorella e fratello muoiono insieme di terrore, mentre il narratore fugge, e alle sue spalle la casa degli Usher crolla sprofondando nello stagno. Capolavoro della letteratura mondiale, i Racconti di Poe sono dunque, per così dire, un’insuperabile serie di dettagliate ed agghiaccianti rappresentazioni della disgregazione della psiche individuale ad opera di quelle potenze che si celano nell’inconscio umano. Padrone assoluto d’uno stile combinatorio capace di fondere in una stessa pagina analisi razionale e bagliore macabro, umorismo ed effetti di “grottesco”, egli è stato, indubbiamente, un artefice ineguagliato nell’arte di strutturare le più sconvolgenti ossessioni, le più deliranti e debordanti fantasie del “profondo” – così come le più lucide e minuziose analisi razionali su di esse –, negli spazi ristretti e concentrati del racconto breve. E forse nessun altro scrittore è riuscito, come lui, a darci un’idea altrettanto precisa e rigorosa, nonché artisticamente risolta, della follia. I Racconti notturni, pubblicati da Ernst Theodor Amedeus Hoffmann nel 1817, sono uno dei più affascinanti frutti letterari prodotti da quello che si può considerare, senza alcun dubbio, come il più grande scrittore fantastico tedesco. E tale grandezza, in questi racconti, è ben ravvisabile nella complessità moderna del suo stile e, soprattutto, nel carattere profondamente visionario che li contraddistingue. I suoi temi prediletti, che ne fanno il maestro assoluto del genere “perturbante”, sono infatti, come nel caso di Poe (che proprio da Hoffmann trasse grande ispirazione), tutti quelli connessi con il mondo demoniaco dell’irrazionale, tra sogno e follia. In questo senso, le sue allucinatorie, inquietanti ed ipnotiche fantasticherie sono tutte, per così dire, delle letterarie discese agli inferi, o, se si preferisce, delle evocazioni artistiche di quelle forze latenti ed autodistruttive che si annidano nell’animo umano e che, una volta risvegliate, lo guidano fatalmente alla dissoluzione. Così, ad esempio, nella più celebre novella contenuta in questa raccolta, ossia nell’“L’Uomo della Sabbia” egli racconta la storia di una follia strettamente e tragicamente connessa con una vocazione poetica. Il protagonista, Nathanael, è perseguitato da un incubo che risale alla sua infanzia, da un’ossessiva figura satanica che è legata, nella realtà e soprattutto nella deformazione del suo ricordo, ad un violento trauma della sua fanciullezza e che egli, nella sua allucinazione, vede riapparire in continuazione, specialmente quand’è sul punto di realizzare la propria felicità amorosa, la quale, proprio dall’insorgere di quel fantasma, vien sistematicamente inibita. Prima di giungere alla tragica conclusione finale, ovverosia all’esplosione definitiva e inarrestabile della follia omicida e suicida, la novella si sofferma lungamente ad illustrare le alterne fasi della malattia, le crisi e le pause di tranquilla serenità. Ad un certo punto, sembra addirittura che Nathanael sia guarito: infatti, non è più perseguitato dallo spettro dell’Uomo della Sabbia ed è avviato ad un felice matrimonio e ad una vita armoniosa. Ma purtroppo, egli è anche un poeta, e senza quell’ossessione non pare più capace di comporre i suoi versi: perciò, per ritrovare l’ispirazione perduta, egli si sforza intenzionalmente di ridar corpo ai suoi fantasmi, li fa affiorare nuovamente negli spazi della sua coscienza, masochisticamente costringendosi a rivivere l’esperienza angosciante. Ed è così che la malattia, già fugata, risorge per volontà dello stesso malato e si scatena fino ad annientarlo. Opera fondamentale della letteratura “nera” e fantastica, I racconti notturni di Hoffmann sono dunque, in questo senso, delle inquietanti quanto affascinanti “indagini” poetiche della realtà, in cui quest’ultima risulta esser, continuamente, vertiginosamente, scomposta in miriadi di meravigliosi “pezzetti” iridescenti per essere poi subito ricomposta in nuove, frammentarie, sperimentali figurazioni che ne mettono così in luce l’estrema, e mai del tutto sondabile, complessità e profondità. In questo senso, Hoffmann fu lo scrittore che più d’ogni altro s’adoprò ad infrangere quella consolatoria e convenzionale illusione-finzione, cara ad ogni “realismo”, che vede l’esistenza umana come un qualcosa di univoco e unidimensionale, mostrandone invece la sua sfuggente natura di larvato fantasma. Biografie degli autori Edgar Allan Poe, (Boston 1809 – Baltimora 1849). Figlio di attori girovaghi, fu accolto, a due anni, nella casa di un ricco mercante di Richmond, John Allan, che lo allevò senza adottarlo legalmente. Il tumultuoso rapporto con questa figura paterna sostitutiva inasprì in lui il trauma dell’abbandono del padre e quello della morte precoce della madre, la cui immagine si fissò indelebilmente nella sua memoria inconscia. Nel 1815, trasferitosi in Inghilterra con la sua nuova famiglia, vi iniziò gli studi, che continuò al ritorno, nel 1820, prima a Richmond, e poi, per breve tempo, all’università della Virginia. Accusato di debiti di gioco, si trasferì a Boston, dove pubblicò il primo volume di poesie, Tamerlano e altre poesie (1827), d’impronta byroniana. Successivamente, si arruolò nell’esercito e, nel 1830, fu ammesso all’Accademia di West Point, dalla quale fu però espulso, dopo qualche mese, per infrazioni disciplinari. Raggiunta a Baltimora la zia Maria Clemm, cominciò a pubblicare i primi racconti sul “Courier”. Nel 1835 entrò nella redazione del “Southern Literary Messenger” di Richmond e l’anno seguente sposò la cugina tredicenne Maria Clemm. Nel 1840 pubblicò i Racconti del grottesco e dell’arabesco e nel 1843 comparve, ottenendo uno strepitoso successo, il racconto “Lo scarabeo d’oro”, nel quale le sottigliezze della crittografia son abbinate al classico tema fiabesco del tesoro sepolto. Nel 1845 uscì, infine, la raccolta di versi Il corvo e altre poesie, che gli diede la notorietà. Due anni dopo, però, alla prematura scomparsa della moglie, la sua vita andò letteralmente in frantumi, schiantata sotto il peso del dolore, e si ridusse rapidamente ad uno stato di solitudine sempre più ossessiva e allucinatoria, ulteriormente aggravato dall’abuso di alcool e stupefacenti, finché, nell’ottobre di quello stesso anno, egli morì in ospedale, probabilmente di emorragia cerebrale. Non c’è parte della sua vasta opera letteraria che non abbia avuto un ruolo storicamente determinante. I suoi scritti teorici, ad esempio – che sono Fondamento del verso (1843), La filosofia della composizione (1846), Marginalia (1848), Eureka (1848) ed Il principio poetico (apparso postumo nel 1850) –, ebbero un’importanza decisiva nella battaglia condotta dalla cultura moderna (Baudelaire in testa) contro i concetti romantici di ispirazione e di spontaneità creativa. Allo stesso modo la sua poesia, assai poco apprezzata dalla critica anglosassone, fu invece considerata in Europa, per il suo grande potere di suggestione musicale e per il suo carattere di strenua ricerca formale, come una vera e propria prefigurazione dell’esperienza simbolista. E d’altro canto, anche l’unico romanzo che egli scrisse, Le avventure di Gordon Pym (1838), sorta di resoconto di un misterioso viaggio per mare alla ricerca del polo Sud, possiede anch’esso un certo qual valore di “prefigurazione”, avendo, per così dire, in alcuni punti “anticipato” il grande “Moby Dick” di H. Melville. Assolutamente centrale è poi il posto che dev’essere riservato, all’interno della storia della letteratura moderna, ai suoi rivoluzionari racconti – da Ligeia a William Wilson; da L’uomo della folla a Una discesa nel Maelström – i quali, pur ispirandosi in parte ai modelli della tradizione “gotica” inglese ed in parte ai racconti fantastici di E.T.A. Hoffmann, hanno in un caso “anticipato”, in un altro creato e in un terzo portato al massimo fulgore tre generi letterari che grandissimo sviluppo hanno poi avuto nel secolo successivo: cioè a dire, la fantascienza, il racconto “poliziesco” ed il racconto dell’orrore puro, dell’incubo. Senza dimenticare poi quella caratteristica che costituisce il loro maggior pregio, e che li rende, ancor oggi, tremendamente attuali: cioè a dire, il fatto d’esser tutti, chi un modo chi in un altro, elaborate, raffinatissime trascrizioni delle profondità ctonie della psiche: esercizi di stile ed, insieme, viaggi “inferi” nei territori misteriosi dell’anima umana. Ed è questa, in fondo, la ragione per cui egli è considerato, oggi, finalmente, in maniera unanime, dopo decenni e decenni di irrisione e di stupido ostracismo, come uno dei moderni fondatori di quelle poetiche e pratiche artistiche che fan della “scrittura” il proprio fine e il proprio spazio; nonché una sorta di grande apolide, nel cui genio si posson fraternamente riconoscer tutti quegli scrittori e quei lettori che credono, ad un tempo, nella potenza barbarica dell’irrazionale e nella necessità di una sua trascrizione nelle forme rigorose ed artefatte della logica retorica. Ernest Theodor Amadeus Hoffmann, (Königsberg 1776 – Berlino 1822). Rimasto orfano molto giovane, fu avviato dallo zio alla carriera giudiziaria. Studiò diritto, ma si dedicò, fin da subito, in pari grado, alla letteratura, alla musica e alla pittura. La carriera di magistrato lo portò a Glogau, in Slesia, a Berlino e più tardi a Varsavia. Fu questo, per Hoffmann, un periodo di attività febbrile: si divideva, infatti, tra gli impegni d’ufficio, l’organizzazione di un’orchestra e la composizione di opere e sinfonie. Perso il posto in seguito all’occupazione di Varsavia da parte dei francesi, nel 1807 si trasferì a Berlino e poi, successivamente, a Bamberg (1808-13), dove si occupò prevalentemente di critica musicale e di regia teatrale. Qui riuscì anche ad ottenere un posto di direttore d'orchestra. Appartiene a questo periodo il suo tempestoso amore per Julia Marc. Nel 1814 riprese la professione di magistrato. Seguirono gli anni letterariamente più intensi della sua vita. Già nel 1808 aveva scritto un bizzarro racconto, Il cavaliere Gluck, e l’anno seguente era stato pubblicato il primo dei frammenti di Kreisleriana, I dolori musicali del direttore d’orchestra Johannes Kreisler, raccolta di schizzi, fantasie, appunti critici dell’immaginario compositore Kreisler, “alter ego” dello stesso autore. Nel 1815 uscirono le Fantasie alla maniera di Callot, fra le quali, celeberrima, La pentola d’oro, ed il romanzo Gli elisir del diavolo, che è il suo capolavoro, nonché una vera e propria summa di tutti i “motivi” tipici della sua letteratura (tra cui, ad esempio, lo sdoppiamento della personalità, la follia e la telepatia). Nel 1818 furono pubblicati i Notturni, tra i quali è incluso uno dei suoi racconti più noti, L’uomo della sabbia. Del 1819 è invece la raccolta di novelle a cornice I fedeli di San Serapione. Sulla figura del compositore Kreisler, egli, poi, tornò nuovamente con una singolare e frammentaria autobiografia romanzata Punti di vista e considerazioni del gatto Murr sulla vita nei suoi vari aspetti e biografia frammentaria del maestro di cappella Johannes Kreisler su fogli di minuta casualmente inseriti (1820-22). Del 1821 è il racconto La principessa Brambilla, mentre del 1822, l’anno della morte, è Mastro Pulce. La sua opera, inquietante registrazione poetica di una febbrile attività onirica ed allucinatoria, godé immediatamente di una fortuna immensa. Tanto che, ad esempio, agli occhi degli scrittori francesi dell’Ottocento, egli finì per apparire come la pura personificazione del spirito romantico tedesco. Uno spirito, che, d’altro canto, ha continuato anche in seguito ad ispirare innumerevoli scrittori e musicisti: basti citare, ad titolo esemplificativo, in ambito letterario, i nomi di E.A. Poe e F. Dostoevskij, ed, in ambito musicale, di J. Offenbach che, dalla sua vita e dall’insieme complessivo della sua produzione letteraria, trasse ispirazione per un’opera musicale intitolata per l’appunto I racconti di Hoffmann. |
Defoe: Robinson Crusoe
Illustrazioni di: Franco Mulas XXV tavole a colori Il contenuto Robinson Crusoe, il romanzo pubblicato nel 1719 da Daniel Defoe, che si ispira a un’esperienza realmente accaduta ad un marinaio inglese, Alexander Selkirk, è la storia di un giovane uomo (Robinson per l’appunto) che a diciotto anni, smanioso di avventure, fugge di casa e va per il mondo. Dopo un primo naufragio, viene catturato da un pirata; evaso, parte per il Brasile dove fa il piantatore; poi, torna ad imbarcarsi per la Guinea, e fa naufragio per la seconda volta. Le onde lo trascinano, unico sopravvissuto, sulla riva di un’isoletta deserta alle foci dell’Orinoco, che egli chiamerà in seguito «Isola della disperazione». Qui riesce, con molta ingegnosità e abilità, a procurarsi a poco a poco tutto quel che gli è necessario per la sopravvivenza, rimanendo in assoluta solitudine fino al giorno in cui gli capita di salvare la vita ad un selvaggio inseguito dai cannibali; un selvaggio che battezza Venerdì, facendone il proprio amico e servitore fedele per tutto il resto del tempo della sua permanenza sull’isola. Alla fine del libro, dopo ben ventotto anni, un periodo di tempo durante il quale egli riesce addirittura a “sentir” quel luogo come una sorta di Eden in cui essere felice, viene finalmente trovato da una nave e riportato in patria. Il tema fondamentale dell’opera, fortemente ispirata da preoccupazioni didattico-moralistiche, è ovviamente quello della lotta quotidiana per l’auto-conservazione, per non soccombere in situazioni sfavorevoli; una lotta che Robinson affronta costantemente sorretto da un’incrollabile fiducia nelle proprie forze, nel proprio buon diritto e in una Provvidenza divina che egli considera sempre a misura d’uomo, pronta a soccorre chi innanzitutto aiuta se stesso. E in questo senso, nel suo carattere appaiono, ben mescolati assieme, tutti quei tratti che sono distintivi della classe che per eccellenza aiuta se stessa, e cioè del borghesia (fatto questo non casuale, visto che Defoe fu, all’interno della letteratura e della politica inglese, proprio il portavoce delle aspirazioni economiche e politiche di questa classe sociale): tratti come la sete di avventura e la diffidenza; l’operosità e l’avarizia; un’intelligenza mediocre ma uno spirito di osservazione acutissimo; nonché una religiosità prevalentemente pratica; tratti che Defoe, in ogni sua opera, con perfetto intuito storico, elesse a protagonisti dello sviluppo civile. Senza dimenticare, per altro, il rapporto con il «selvaggio» Venerdì, di cui Robinson è, ad un tempo, protettore e padrone, prefigurando con ciò Defoe, in maniera lampante, il fenomeno del colonialismo. Ma al di là di tutto ciò, quel che più importa rilevare è che, grazie allo stile dell’autore, così nervoso, diretto, vibrante, sempre aderente ai fatti narrati, al lettore non resterà che lasciarsi piacevolmente trasportare nell’incanto di quell’isola deserta, in quel «magico ritorno alla natura», ove avrà modo sì di assistere, pagina dopo pagina, ad un’umanissima glorificazione dell’energia e del lavoro, ma altresì di riflettere sul valore profondo della solitudine intesa quale mezzo di elevazione spirituale e morale dell’uomo. Biografia dell’autore Daniel Defoe, (Londra 1660 – 1731). Figlio di un negoziante, ebbe un’istruzione disordinata, viaggiò a lungo in Europa e si provò in varie iniziative commerciali, sempre però con risultati fallimentari. Verso il 1700 si stabilì definitivamente a Londra, cercando di mantenersi come giornalista e libellista. Dapprima partigiano dei Wighs, passò successivamente al partito Tory, che poi tradì diventando agente segreto al servizio del governo wigh. Più volte imprigionato per motivi politici e per debiti, nel 1704 fondò e diresse “The Review”, dove espresse le sue eccezionali qualità di giornalista (è considerato uno dei fondatori del giornalismo moderno). Verso i sessant’anni si distaccò progressivamente dall’attività pubblica e nel giro di pochi anni scrisse i romanzi ai quali è legata la sua fama. Pubblicato nel 1719, Robinson Crusoe riscosse immediatamente un tale successo di vendite che l’autore si affrettò a scriverne la continuazione: Ulteriori avventure di Robinson Crusoe (1719), peraltro assai inferiore al primo per ispirazione e forza rappresentativa. Il successo era dovuto, oltre che alla fortuna di cui godevano allora i racconti di viaggi, allo stile semplice e alla creazione di un eroe nel quale la classe media poteva facilmente riconoscersi; ragion per cui Robinson Crusoe diventò ben presto una lettura obbligata, accanto alla Bibbia e al Viaggio del pellegrino di Bunyan. Nel 1720 uscirono le Memorie di un cavaliere e Il capitano Singleton; nel 1722 Il colonnello Jack e Il Diario dell'anno della peste, in cui Defoe rievoca, con l’artificio del diario tenuto da un testimone oculare, il flagello che infuriò a Londra nel 1665. Pubblicato nel 1722, Moll Flanders è un grande ritratto di donna dalla vita avventurosa e il primo romanzo di costume della tradizione narrativa inglese. Altro romanzo di costume è Lady Roxana, pubblicato due anni dopo, che racconta le intriganti vicende di un’avventuriera d’alto bordo. Tra gli scritti non narrativi (una produzione sterminata e non sempre di sicura attribuzione) vanno poi segnalati: Il saggio sui progetti (1697), una serie di proposte pratiche per la costruzione di una società più illuminata; il poema satirico Il vero inglese (1701); il libello La via più breve con i dissenzienti (1702) e il Giro attraverso tutta l’isola di Gran Bretagna (1724). Di cultura abbastanza modesta, Defoe, più che rifarsi a modelli letterari, trasfuse nei suoi romanzi la sua ricca esperienza d’uomo, con un linguaggio semplice, diretto e concreto. A dispetto di una vita non sempre irreprensibile, l’intera sua opera è fortemente innervata da preoccupazioni pedagogiche e da un’autentica fede democratica. Considerato a ragione il padre del romanzo inglese, egli è stato ben presto consacrato, grazie alle durature fortune delle sue opere letterarie, scrittore universale. |
London: Il Richiamo della foresta. Zanna Bianca
Illustrazioni di: Claudio Monteleone XXVI tavole a colori Il contenuto Il richiamo della foresta e Zanna Bianca, i due romanzi pubblicati da Jack London rispettivamente nel 1903 e nel 1906, sono, per così dire, due differenti variazioni su uno stesso tema. Nella prima di esse, ossia ne Il richiamo della foresta, è descritta la storia di Buck, un cane di grossa taglia, il quale, dopo quattro anni di tranquilla e pacifica esistenza in un’assolata villa di Santa Monica, si ritrova a dover sopportare, passando di padrone in padrone (e solo l’ultimo sarà con lui gentile), la durissima vita che tocca ai cani da slitta nelle gelide distese del Grande Nord: una vita di stenti e di fatiche infinite, regolata unicamente dall’inflessibile legge punitiva “del bastone e della zanna”, che, se da una parte, mette a dura prova le sue resistenze e sembra quasi sfinirlo, dall’altra, però, risveglia i suoi sensi sopiti e fa ben presto riaffiorare in lui gli antichissimi istinti ferini della sua razza, trasformandolo, alla fine del racconto, in qualcosa di regressivamente molto simile a ciò che erano i suoi progenitori: un cane selvaggio alla testa di un branco di lupi, libero di vagare e cacciare nelle foreste artiche. Nella seconda di queste variazioni, invece, con una sorta di capovolgimento della trama rispetto al primo romanzo, si narra la storia, altrettanto spietata e commovente, di un lupo (Zanna bianca appunto), animale selvaggio nell’ambiente ostile delle tenebre artiche, a cui capita di incontrare gli “dei” (così egli appella gli uomini) e, in particolare, due padroni (uno indiano e uno bianco) che lo maltrattano, lo schiavizzano e rafforzano in lui un senso di assoluta solitudine e di totale diffidenza nei confronti di ogni essere vivente, fino al giorno in cui, proprio quando egli sembra ormai irrecuperabile a qualsivoglia sentimento di amicizia e di amore, le affettuose cure di un buon padrone riescono a compiere il miracolo, ed egli viene addomesticato; cosicché, qualche tempo dopo, al seguito del suo adorato mister Scott, egli può lasciare le dune ghiacciate dell’infernale Klondike, ove tanto aveva sofferto, per trasferirsi nel più caldo clima di Sierra Vista, una cittadina serena ove presto diviene (lui che era stato chiamato con il truce soprannome di “Lupo combattente”) il beniamino di tutti: il “Lupo benedetto”. E detto questo, al lettore basterà leggerle entrambe, queste storie, per accorgersi di come esse, ambientate durante gli anni ruggenti della corsa all’oro, sfuggano di gran lunga ad ogni troppo semplicistica valutazione critica che le voglia a forza, esclusivamente, meri racconti di avventure: essendo piuttosto profonde e coinvolgenti allegorie della natura umana, selvaggia e misteriosa, perennemente in bilico tra bisogno di cattività e istinto atavico di libertà. Biografia dell’autore Jack Griffith London, (San Francisco 1876 – Glen Ellen, California, 1916). Figlio illegittimo, “cresciuto in fretta” sui moli di Oakland e sulle acque della baia di San Francisco insieme a ladri e contrabbandieri, costretto ai mestieri più disparati, avventuriero alla ricerca del mitico oro del Klondike e gran divoratore di libri di ogni genere, Jack London riuscì ad essere, per circa un quindicennio, uno degli scrittori più famosi, prolifici (49 volumi) e meglio retribuiti che si ricordino, per finire, poi, suicida, distrutto dall’uricemia indotta dall’alcool. Scrisse romanzi di vario genere; da quelli avventurosi, come Il richiamo della foresta del 1903 (che diede all’autore immediato successo), Il lupo di mare del 1904 e Zanna Bianca del 1906; a quelli autobiografici, come La strada del 1907, Martin Eden del 1909 (considerato dalla stragrande maggioranza dei suoi lettori come il suo capolavoro) e John Barleycorn del 1913; a quelli fantapolitici, come Il tallone di ferro del 1908. Scrisse anche racconti, tra cui spiccano Il silenzio bianco (1900) e Farsi un fuoco (1910). Scrisse, inoltre, alcuni reportage (come quello, del 1904, sulla guerra russo-giapponese) e volumi di saggistica e trattatistica politica (si veda, ad esempio, Il popolo dell’abisso del 1903: celebre inchiesta, condotta di prima mano, sulla povertà nell’East End di Londra). Marinaio, giornalista, “viscerale” attivista politico, “compagno scomodo” per le sue teorie socialiste (influenzato, ad un tempo, da Spencer, da Marx e da Nietzsche), accusato spesso di “peccare” di eccessivo realismo e di ingenuità, egli è una delle figure mitiche della letteratura americana, amata da milioni di lettori per i tratti epici della sua pur breve biografia; un amore che ben spiega come mai la sua produzione letteraria abbia avuto, e continui ad avere ancor oggi, una diffusione enorme, specie tra il pubblico popolare, malgrado non abbia mai goduto di altrettanta fortuna con i critici, in special modo con quelli accademici, visto che soltanto negli ultimi anni si è assistito, sia in Francia che in Italia, ad una prima, vera rivalutazione dello scrittore. E a tal proposito, se non è mai mancato a London, anche da parte dei suoi più ostinati detrattori, il riconoscimento del suo grande talento «istintivo», meglio riconosciuto magari nella dimensione ridotta del racconto, quella che oggi viene invece più rivalutata è la sua capacità di cogliere con lucidità, e restituire con vigore sulla pagina, contrasti e contraddizioni non solo individuali, ma anche collettivi e sociali (in particolare, taluni conflitti caratteristici del movimento operaio e socialista americano di fine secolo). |
Verne: Il giro del mondo in ottanta giorni. Stevenson: L’isola del tesoro
Illustrazioni di: Fiorello Tosoni XXX tavole a colori Il contenuto Il giro del mondo in ottanta giorni, il romanzo pubblicato da Jules Verne nel 1873, racconta l’affascinante storia di una scommessa: il gentleman ingese Phileas Fogg scommette infatti con i soci del suo club di Londra che riuscirà a compiere l’intero giro del globo terrestre in soli ottanta giorni. Così, dopo alcuni giorni di preparativi al viaggio, parte, accompagnato dal fedele servitore francese Jean (che è soprannominato Passepartout per l’arguzia con cui sa sempre trarsi d’impaccio in ogni genere di situazione) e pedinato da un poliziotto che è convinto di aver scoperto in lui lo svaligiatore di una banca. Giunto in India, capita poi a Fogg di salvare una splendida fanciulla indiana, di nome Auda, dal rogo al quale sono destinate le mogli dei maragià; e da quel momento in avanti, Auda lo seguirà nel resto dell’impresa. Dopo innumerevoli peripezie, l’inglese finalmente arriva in America dove noleggia una nave che ben presto lo riporta in Inghilterra: ma, sbarcato nuovamente nella madrepatria, è arrestato dal poliziotto. Riconosciuto innocente, viene rilasciato. A questo punto, egli crede però di essere in ritardo di un giorno e di aver quindi perduto la scommessa; sennonché, improvvisamente, si rende conto del fatto, che avendo viaggiando sempre verso est, ha in realtà guadagnato un giorno rispetto alla tabella di marcia che si era dato e, perciò, è rientrato a Londra entro il termine di tempo prescritto dalla scommessa. In fretta e furia, allora, si precipita al suo club dove giunge all’ultimo momento, presentandosi all’ultimo rintocco dell’orologio, giusto in tempo per essere dichiarato vincitore della scommessa. La lieta conclusione è infine ulteriormente coronata dal matrimonio con la bella Auda. Sfrenatamente ritmato sugli emozionanti eventi che nelle sue pagine si susseguono a gran velocità, uno dietro l’altro (eventi che son spesso dei veri e propri coupes du theatre venati di un’amabile, leggerissima ironia), Il giro del mondo in ottanta giorni è uno di quei libri che unisce al piacere pacato delle intense descrizioni (splendidi e variegatissimi tableaux vivant esotici) il gusto elettrizzante della sorpesa che, nel corso di questa bizzarra e stravagante circumnavigazione, è sempre costantemente dietro l’angolo, pronta a ridar taumaturgicamente verve all’umore del lettore, a curarlo con la fantasia. L’azione de L’isola del tesoro, il romanzo pubblicato da Robert Louis Stevenson nel 1833, si svolge nel Settecento in un paesino marittimo dell’Inghilterra ed ha per protagonista il giovane Jim Hawkins il quale vive con la madre in una locanda, di cui son proprietari, che si chiama l’Ammiraglio Benbow. Un giorno, rovistando nel baule di un misterioso marinaio di nome Billy Bones, morto proprio in quella locanda, viene alla luce la mappa di un’isola lontana, sulla quale è segnato con una croce il punto esatto in cui il famigerato pirata Flint sembra aver nascosto il suo tesoro. Eccitato dalla scoperta, Jim porta subito la mappa al dottor Livesey e al nobile signore Trelawney, che, convinti anch’essi dell’autenticità del documento, decidono di organizzare una spedizione con la nave Hispaniola allo scopo di recuperare il tesoro. Tra i membri dell’equipaggio si arruola però, come cuoco di bordo, anche Long John Silver, un uomo con una gamba di legno, sempre accompagnato da un pittoresco pappagallo, che, sotto un’apparenza d’uomo bonario e dallo spirito pronto, cela in realtà la sua vera identità di spietato capo dei superstiti della ciurma di Flint (superstiti che, tra l’altro, si imbarcano anch’essi, tutti quanti, sull’Hispaniola, pronti a metter le mani, al momento giusto, sul tesoro). Ed infatti, giunti nell’arida isola dei Mari del Sud, i pirati si impadroniscono della nave, mentre Livesey, Trelawney, Jim e gli altri rimasti fedeli si asserragliano in un fortino. Dopo molte sparatorie e grazie all’aiuto di Ben Gunn, un bucaniere abbandonato in quell’isola dai suoi compagni tre anni prima, i pirati vengono sconfitti e l’immenso tesoro di Flint, nel frattempo recuperato, viene caricato a bordo della nave. Al primo porto dell’America centrale, però, Silver riesce a scappare e di lui si perde ogni traccia. Jim e gli altri, a questo punto, ritornano in Inghilterra e si spartiscono il tesoro. E tuttavia, l’avventura è stata così tragica, e il tesoro è costato così tanto sangue, che Jim continua ad essere perseguitato da incubi in cui rivede le spiagge dell’isola dei pirati. Considerato da molti, per la chiarezza e la precisione dello stile che lo contraddistingue e che riesce a rendere ogni immagine icasticamente perfetta e quindi memorabile, il più bel racconto per ragazzi mai scritto, L’Isola del tesoro è però qualcosa di più che un semplice divertissement per ragazzi: è infatti, soprattutto, una grande parabola di formazione (una formazione che è rievocata alla luce della memoria, ed è qui la principale bellezza del testo, proprio dall’adolescente che un giorno l’ha vissuta); una sottile cronaca del passaggio dall’età infantile a quella adulta (passaggio qui descritto come transito brusco da un mondo di noia ad un mondo di brutalità) che ha il suo centro occulto nella questione nevralgica, d’ordine morale, dell’ambigua attrazione, esercitata da sempre sull’uomo, dal male. Biografie degli autori Jules Verne, (Nantes 1828 – Amiens 1905). Figlio di un avvocato, studiò diritto a Parigi, ma già negli anni universitari cominciò a occuparsi di letteratura e teatro, scrivendo fra l’altro la commedia Le paglie rotte, che fu rappresentata con successo nel 1850. Raggiunse la fama nel 1863, con la pubblicazione, nel «Magazin d’éducation et de récréation» dell’editore Hetzel, delle Cinque settimane in pallone, un’opera che, riproposta in volume nello stesso anno, inaugurò un nuovo genere letterario, il romanzo d’avventure ispirato al progresso scientifico o, più esattamente, quel tipo di narrativa che gli inglesi chiamano science-fiction. Con questa formula, via via perfezionata nell’arco di un quarantennio, Verne produsse la serie dei Viaggi straordinari attraverso i mondi conosciuti e sconosciuti, oltre sessanta volumi, pubblicati fra il 1863 e il 1911. Tra i titoli più noti: Viaggio al centro della Terra (1864), Dalla Terra alla Luna (1865) e Intorno alla Luna (1870), ricchi di suggestioni fantascientifiche che precorrono, in modo sorprendente, le moderne conquiste dell’astronautica; Avventure del capitano Hatteras (1866), in cui è evocato l’incanto del paesaggio polare; I figli del capitano Grant (1867-68), Ventimila leghe sotto i mari (1869-70) e L’isola misteriosa (1874), con la celeberrima figura del capitano Nemo; Il giro del mondo in ottanta giorni (1873), dove Verne dà vita, fra l’altro, alla memorabile coppia costituita dal gentiluomo inglese Phileas Fogg e dal suo devoto e sagace servitore francese Passepartout; Michele Strogoff (1876) che narra le drammatiche avventure di un fedele ed eroico corriere segreto dello zar. Profondamente inserito nell’ambiente culturale parigino, Verne ebbe anche contatti col mondo politico socialista e anarchico da cui derivarono, nella sua opera, contenuti libertari e progressisti, particolarmente evidenti in romanzi come Mathias Sandorf (1885), storia di un nemico della tirannide austro-ungarica. Abbandonata Parigi nel 1872, a causa del clima creatosi con la repressione anticomunarda, Verne si stabilì definitivamente in provincia, ma compì anche lunghi viaggi in Inghilterra, in Scandinavia e nell’America del nord. Successivamente, si chiuse in un volontario isolamento, pur continuando a scrivere romanzi, racconti e commedie. Classico della letteratura dell’adolescenza, e quindi destinata principalmente ai giovani, la sua opera nasconde, nondimeno, significati e messaggi assai più complessi di quanto potrebbero far supporre la scrittura limpida e accessibile e le trame avvincenti per novità di situazioni e di personaggi. Considerato giustamente insieme a Poe e a Wells uno degli inventori della letteratura di fantascienza, egli non è stato tanto però, come talvolta si crede, un ingenuo celebratore della scienza – e a dimostrazione di ciò, stanno appunto alcuni romanzi della vecchiaia, specie L'eterno Adamo (postumo, 1910) e La strabiliante avventura della missione Barsac (postumo, 1920) in cui è ben visibile in Verne un atteggiamento alquanto problematico riguardo alla possibile sapienza e perfettibilità dell’uomo moderno –, quanto piuttosto uno scrittore che ha ridato nuova veste ai vecchi miti, riscoprendoli, ritrovandone le vestigia all’interno dell’immaginario scientifico ottocentesco. Robert Louis Stevenson, (Edimburgo 1850 – Upolu 1894). Dopo una giovinezza ribelle, in polemica con il puritanesimo borghese del suo ambiente, divenne avvocato, ma non esercitò mai la professione. Per ragioni di salute (era malato di tubercolosi) e per spirito d’avventura, viaggiò a lungo in Europa e in America, collaborando a periodici con novelle, saggi e poesie. Nel 1879 sposò un’americana divorziata, madre di due figli e di dieci anni maggiore di lui. Raggiunto un certo benessere economico, nel 1888 partì per una lunga crociera nel Pacifico, stabilendosi infine nel 1891 nelle isole Samoa. Qui, egli condusse una vita tranquilla, lavorando fino alla morte, circondato dall’amoroso rispetto degli indigeni, che difese più volte di persona e attraverso articoli di giornale dalle prepotenze dei bianchi. Dopo aver pubblicato libri di vario genere, tra i quali Un viaggio nell’entroterra (1878), Viaggio a dorso d’asino nelle Cevenne (1879), la raccolta di articoli filosofici e letterari Virginibus puerisque (1881) e le novelle di Le nuove notti arabe (1882), egli divenne improvvisamente famoso con la pubblicazione nel 1883 de L’isola del tesoro, un’opera che rinnovava profondamente la tradizione del romanzo d’avventure. Nel 1886 uscì Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, altro grande capolavoro stevensoniano in cui la narrazione di un caso di sdoppiamento di personalità assume valore allegorico assoluto, illuminando le forze del bene e del male presenti nella natura umana. Nello stesso anno Stevenson pubblicò Il ragazzo rapito, cui più tardi diede una continuazione con Catriona (1893). Nel 1888 uscì La freccia nera e nel 1889 Il signore di Ballantrae, in cui il tema della fatale attrazione del male è magistralmente rappresentato nella storia dell’odio tra due fratelli. Di ambiente polinesiano sono invece i racconti I trattenimenti delle notti dell'isola (1893) e Nei mari del Sud (1896). Postumi uscirono, infine, due romanzi incompiuti: Weir di Hermiston (1896), da buona parte della critica considerato l’apice della narrativa stevensoniana, e Saint Yves (1898). Stevenson appartiene a quel complesso movimento letterario europeo che, per reazione al naturalismo e al positivismo, sfociò nel simbolismo e nel decadentismo. La magnificenza della sua narrativa è determinata dal perfetto equilibrio tra un’accesa fantasia visionaria ed uno stile asciutto, preciso, nervoso. Artista estremamente versatile, affrontò i generi letterari più diversi, dalla poesia al romanzo semipoliziesco, dal romanzo storico alla novella esotica. Naturalmente, la fortuna delle sue opere non può essere attribuita esclusivamente alla sua grande maestria tecnica, ma anche alla cruciale tematica morale che le innerva; per dirla in altri termini: sfruttando la libertà narrativa consentita dal racconto fantastico e dal romanzo di avventure, Stevenson espresse, in strutture mitico-simboliche altamente suggestive, idee, problemi e conflitti dell’anima umana, proiettandoli nelle circostanze più insolite e inattese e riuscendo, in tal modo, a caricarli di una nuova, estrema, radicale intensità. |
Kipling: Kim, Conrad: Tifone
Illustrazioni di: Bruno D’Arcevia XXV tavole a colori Il contenuto Kim (1901), il romanzo pubblicato da Rudyard Kipling nel 1901, racconta, nella prima parte, la storia di un ragazzo di origine inglese, Kimball O’Hara, soprannominato appunto Kim, il quale accompagna, come discepolo, un vecchio lama che va alla ricerca dei Fiume della Salvezza, scaturito nel luogo dove un tempo cadde la freccia lanciata dal giovane dio Budda. Il lama vuole arrivarvi per uscire dalla Ruota delle Cose e raggiungere il Nirvana, l’annullamento completo delle passioni. Per questo ha lasciato il suo monastero nel Tibet ed è sceso verso l’India. Davanti al museo di Lahore, incontra Kim, l’amico di tutti, il furbo monello che fuma il sigaro. Poiché suo padre, un caporale irlandese dell’esercito britannico, è morto, distrutto dall’alcool e dall’oppio, e sua madre, una cuoca inglese anch’essa residente in India, è scomparsa quando il bimbo era ancora piccolissimo, Kim è un orfano che è stato amorosamente allevato da una donna indiana. E anche lui, nella vita, ha una ricerca da compiere; la balia gli ha infatti raccontato che la sua fortuna è legata a un Toro Rosso in un campo verde: l’insegna dei reggimento nel quale ha militato il padre. Così, il lama e il ragazzo si mettono in cammino, finché, dopo svariate avventure, il ragazzo non si ritrova, ad un certo punto, coinvolto nel Grande Gioco dello spionaggio inglese. Ed è proprio per questo motivo che egli è costretto a lasciare il lama ed entrare in un collegio dove, finalmente, impara a leggere e a scrivere, ricevendo un’educazione inglese capace di arricchire, senza sostituirla, la sua anima essenzialmente indiana. La seconda parte del romanzo, piena di suspense, svolge il racconto delle imprese spionistiche di Kim, sempre legato al lama e invischiato, suo malgrado, in una serie di lotte e di oscuri intrighi contro i nemici dell'Inghilterra che fomentano disordini e rivolte nel nord del Paese. Il romanzo si conclude quando il lama ritrova il suo fiume, dove rischia addirittura di annegare, e con Kim ormai diventato, dopo avere svolto con gran zelo e coraggio vari incarichi affidatigli, un anello fondamentale nella catena dello spionaggio inglese, uno di quegli anglo-indiani che hanno permesso all’India di diventare la gemma della corona britannica. E l’India appunto, polverosa e palpitante, è in queste pagine, ovviamente, non soltanto il labirintico scenario del romanzo, ma anche la presenza che più “irraggia”, verso il lettore, dalle profondità screziate delle sue immagini e dei suoi significati; non più soltanto accennata, come nei racconti, o interpretata attraverso personaggi di fantasia, ma descritta minutamente (strade, mercati, gente) in uno stile che è una via di mezzo tra il reportage giornalistico, il documento sociologico e l’evocazione elegiaca. Un’India ricca di vitalità, riflessa in mille sentenze piene di arguzia e humor e animata da un’immensa spiritualità che nel libro perfettamente s’incarna nella dolcissima, fragile figura lirica del lama tibetano, creatura così innocente da parere totalmente sprovveduta, buona di una bontà speciale, al di fuori della vita quotidiana, che sembra attingere la propria forza da un altro mondo: sorta di lievissima immaginetta sacra tratteggiata per suscitare nel lettore ammirazione, rispetto e venerazione. E sono sentimenti, questi, che il lettore non potrà che estendere all’intero romanzo, nel suo complesso: questo capolavoro picaresco, questo poema in prosa scritto per cantare la fraternità, il legame, la collaborazione tra due civiltà, attraverso un personaggio che di questa loro splendida unione e mescolanza è l’incarnazione e il simbolo. Tifone, il romanzo pubblicato nel 1903 da Joseph Conrad, racconta, come accade a molti libri di questo autore, una storia che è, in realtà, un insieme di storie una dentro l’altra o, se si preferisce, una accanto all’altra; storie che possono apparire al lettore più o meno “centrali”, nell’economia dell’opera, a seconda della visuale da cui questi la legge. Esso è infatti, per cominciare, la storia di un piroscafo battente bandiera siamese, il Nan-Shan, il quale, con un modesto carico nelle stive e duecento coolies a bordo (a parte l’equipaggio), incappa, mentre è in navigazione in mare aperto diretto al porto franco di Fu-chau, in una violentissima tempesta, un tifone per l’appunto, che gli si avventa contro con furia disumana e lo devasta, senza riuscire però, alla fine, malgrado la sua forza distruttiva, a mandarlo a picco in fondo al mare. È così, di conseguenza, anche la storia, ma sarebbe più giusto dire il ritratto, di chi quella nave governa, cioè a dire: del primo ufficiale, il comandante Mac Whirr, uomo timido e taciturno, ingenuamente ancorato ai “fatti” e a tal punto privo d’immaginazione da parere ottuso; del secondo ufficiale, Jukes, più giovane e, al contrario del primo, animato da una fervidissima immaginazione e dotato di un’acuta suscettibilità psicologica; del terzo ufficiale, figura alquanto losca, ambigua, malignamente alonata da un’aura da “mercenario”; e del primo macchinista, il signor Rout, il più saggio ed equilibrato tra tutti coloro che sono a bordo. Senza dimenticare, poi, le figure minori, ma altrettanto intense, del nostromo e del cambusiere, nonché la presenza corale ma determinante dei figli del Celeste Impero, massa di disperati assiepati tutti insieme sotto coperta, poveri lavoratori di ritorno ai loro villaggi natii dopo sette anni di durissimo lavoro in varie colonie dei tropici, ognuno con in mano una cassettina di legno contenente tutti i propri averi. È poi, naturalmente, anche la storia, ma in questo caso sarebbe meglio dire la straordinaria descrizione fenomenica (vero e proprio tour de force stilistico) di un rovinoso cataclisma naturale “seguito” e “analizzato” passo passo nel corso del suo terrificante svolgimento. E dunque, in definitiva, come si diceva al principio, più cose assieme: la storia di un’iniziazione marina e la trascrizione di una situazione-limite naturale che, mettendo alla prova ciascuno degli uomini a bordo, lo rivela a se stesso; un freddo e tagliente esercizio di anatomia dell’animo umano (messo a nudo nelle sue più celate paure e debolezze) e ad un tempo (ed è questo forse il livello più profondo del libro, non a caso assai ben dissimulato) uno dei più laconici e insieme persuasivi elogi dell’amor fati; una delle più indirette e insieme convincenti perorazioni della stoica rassegnazione, che però, in questo contesto, non assume affatto il significato di indifferenza ma, al contrario, quello di discrezione, di compassione che mantiene sempre gli occhi bene aperti davanti a sé, di indulgenza nel cuore del mistero. Biografia degli autori Joseph Rudyard Kipling, (Bombay 1865 – Londra 1936). Figlio di genitori inglesi, (il padre, letterato, critico d’arte ed etnologo dilettante, aveva ottenuto la direzione della scuola d’arte di Bombay) trascorse i primi sei anni della sua vita in India, dopodiché fu mandato in Inghilterra a studiare, prima presso un’anziana parente, ove visse lunghi anni di solitudine e infelicità, e poi presso lo United Services College di Westward Ho – anni che più tardi egli rievocò in diverse sue opere largamente venate di materiali autobiografici (vedi ad esempio: Stalky e C., 1896). Nel 1882 fece ritorno in India e da quel momento cominciò per lui una brillante carriera giornalistica che gli fece acquistare nel giro di pochi anni una grande notorietà anche grazie ad alcune raccolte di racconti ricchi di colore locale (Racconti semplici sulle colline, 1888) e ad alcune poesie incentrate sulla vita militare (Le ballate della caserma, 1890). Poi, nel 1891, egli fece ritorno in Inghilterra, ove si stabilì (è di questo periodo la pubblicazione del suo primo romanzo: La luce che si spense, 1891). Nel 1892 compì una serie di viaggi in Giappone, Stati Uniti, Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda, al termine dei quali, sposatosi, si trasferì per qualche anno in America, dove pubblicò due dei suoi libri più importanti (Il libro della giungla, 1894 e Il secondo libro della giungla, 1895, successivamente riuniti in un unico volume). Fu anche, qualche anno dopo, corrispondente in Sudafrica nella guerra contro i boeri, e nel 1907 gli fu conferito il premio Nobel per la letteratura. Maestro indiscusso dell’arte del racconto, genere in cui egli raggiunse probabilmente i suoi risultati più alti, Kipling è, d’altro canto, anche l’autore di alcune tra le più belle opere della letteratura per l’infanzia, opere non sempre di altissimo livello letterario (com’è, invece, il caso di Kim (1901), unanimemente riconosciuto come il suo capolavoro), ma comunque di fortissimo impatto emotivo (vedi ad esempio: Capitani coraggiosi, 1896; o Storie proprio così, 1901). I temi centrali della sua produzione – quali la relazione complessa e conflittuale tra indigeni e colonizzatori bianchi, la funzione civilizzatrice dei britannici e la memoria dell’antichissima civiltà indiana – nelle pagine delle sue opere sono analizzati e messi a fuoco nitidamente grazie alla spiccata sensibilità che egli nutriva nei confronti dei comportamenti sociali, con una particolare attenzione rivolta all’indagine del male, ovunque annidantesi, nel singolo individuo come nella più ampia cellula sociale. Dopo un breve periodo di relativa disattenzione nei confronti della sua opera, dal dopoguerra in avanti il suo nome è entrato a far parte di quella ristretta cerchia di scrittori che son universalmente considerati i classici moderni della letteratura mondiale. Joseph Conrad, pseudonimo di Teodor Józef Konrad Korzeniowski, (Berdicev 1857 –Bishopsbourne 1924). La sua famiglia apparteneva alla nobiltà terriera della Polonia, a quel tempo sotto il dominio russo. Suo padre, patriota e uomo di lettere, mori nel 1867, dopo molti anni di esilio politico (la madre era morta nel 1865). Affidato alla tutela di uno zio, egli compì gli studi secondari a Cracovia. A diciassette anni, spinto da un’irresistibile vocazione per la vita di mare, partì per Marsiglia, dove s'imbarcò come semplice marinaio. Servì nella marina mercantile francese e, dal 1878, in quella britannica, dove raggiunse il grado di capitano di lungo corso. Nel 1886 diventò cittadino inglese. Per vent’anni viaggiò per quasi tutti i mari, ma soprattutto nell’arcipelago malese. L'attenzione ottenuta dal suo primo romanzo e l’incoraggiamento di alcuni scrittori, tra cui Wells e Ford Madox, lo indussero, lasciata la marina e stabilitosi in Inghilterra, a dedicarsi interamente all’attività letteraria. Il primo romanzo, La follia di Almayer, uscì nel 1895. Seguirono Un reietto delle isole (1896) e Il negro del «Narciso» (1898). In Lord Jim (1900), uno dei suoi capolavori, Conrad adottò per la prima volta e con grande efficacia la tecnica del racconto nel racconto. Le raccolte di novelle e i romanzi brevi, Gioventù (1902), Cuore di tenebra (1902), Tifone (1903), e il romanzo Nostromo (1904) concludono la prima fase della sua produzione. I romanzi «politici » L'agente segreto (1907) e Con gli occhi dell'occidente (1911) contengono una violenta denuncia dei dispotismo zarista, ma rivelano anche l’avversione di Conrad per le idee rivoluzionarie, negatrici della libertà individuale. I luoghi esotici e il mare ritornano poi nei libri successivi, segnando un progressivo perfezionamento della sua arte, che non raggiunge più, però, l’intensità poetica dei primi capolavori. Ricordiamo tra questi: Racconti di mare e di costa (1912), Caso (1914), Vittoria (Victory, 1915), La linea d’ombra (1917), La liberazione (1920). Incredibile caso di grande scrittore che scrive in una lingua non nativa, ma appresa quando era già un uomo fatto; formatosi su Flaubert e più tardi influenzato da Henry James, Conrad appartiene a quel ristretto novero di letterati che seppero riflettere la crisi della società di fine ottocento attraverso l’investigazione dei problemi individuali. Il suo tema fondamentale è infatti, non a caso, la solitudine dell’individuo, in balia dei ciechi colpi del caso di cui il mare è spesso eletto a simbolo. L’eroe dei suoi libri, solitamente romantico e solitario, quasi sempre segnato dalla sventura o dal rimorso, conquista la sua identità affrontando con stoicismo le prove che il destino gli ha riservato. L’uso accorto dell’espediente del «punto di vista» gli consente, d’altro canto, di evitar di cadere nelle trappole del “patetico”, distanziando e oggettivando ogni vicenda raccontata e, al tempo stesso, elevandola ad un grado di enigmatica e irrisolvibile ambiguità. |
Scott: Ivanhoe
Illustrazioni di: Stefano Ferragni XXVIII tavole a colori Il contenuto In Ivanhoe, il romanzo pubblicato da Walter Scott nel 1820, si narrano le cavalleresche avventure, ambientate nell’Inghilterra del XII secolo sullo sfondo dei conflitti tra sassoni e normanni, d’un eroico cavaliere, Wilfred di Ivanhoe per l’appunto, figlio di Cedric, il quale, innamorato di lady Rowena, la pupilla del padre, è da questa, a sua volta, profondamente riamato. Tutto sembrerebbe perciò andar per il meglio, sennonché Cedric ha deciso di dare Rowena in moglie ad Athelstane di Coningsburgh in base ad un suo preciso disegno politico che mira a riportare una stirpe sassone sul trono d’Inghilterra, ed è per questo motivo che Ivanhoe, legato da un forte vincolo d’amicizia con il re normanno Riccardo Cuor di Leone, viene presto bandito dal regno e, in conseguenza del bando, decide di andar, da crociato, al seguito di Riccardo. Succede però che durante l’assenza del re, il suo perfido fratello, Giovanni, riesca ad impadronirsi del trono; e così, di ritorno dalla crociata, tocca proprio ad Ivanhoe il mirabolante compito di presentarsi in incognito, sotto mentite spoglie, al gran torneo di Ashby-de-la-Zouche e, nel corso di esso, di affrontare e sconfiggere tutti i campioni dell'usurpatore; ma, quando ciò accade, i nobili normanni lo fanno prigioniero insieme con Cedric e Rowena, Athelstane, la bella Rebecca e il padre di lei, Isaac, fino a che non interviene, provvidenziale, a liberare tutti, con un ennesimo colpo di scena, re Riccardo in persona, affiancato dal prode Robin Hood, alla testa di truppe sassoni e bande di coraggiosi fuorilegge. La storia trova così la sua degna conclusione con le nozze di Rowena e Ivanhoe. Romanzo gremito di scenari romantici, tenebrosi castelli, cupe foreste abitate da banditi dal cuore d’oro, animato dal susseguirsi di feroci tornei, fughe, assedi, travestimenti, nonché popolato da damigelle virtuose ed impavidi guerrieri sassoni che, dopo innumerevoli e sanguinose battaglie, hanno infine la meglio sui prepotenti signorotti normanni e sui malvagi templari che li spalleggiano, Ivanhoe ha, per così dire, l’incanto genuino d’una ballata popolare, che si svolge entro uno sfondo storico che, pur essendo in gran parte artefatto, frutto dell’incessante e fertile fantasia evocatrice dell’autore, raggiunge però alla perfezione il suo scopo che è quello d’intensificare il senso di realtà delle vicende raccontate, anche grazie all’uso sapiente di abilissimi contrasti cromatici e alla scrupolosa, puntigliosa attenzione di Scott per il senso di ogni singolo particolare e di ogni singolo episodio, che dà all’insieme dell’intreccio un ritmo sempre incalzante e avvincente. In questo senso, il fascino che emana da questa sorta di diario di guerra del protagonista, eroe a tutto tondo e tutto d’un pezzo, dal principio alla fine fedelissimo suddito e tenerissimo amante, sempre eguale a se stesso, è quello stesso, intrigante, di “mistero”, che emana dalle leggende in cui si mescolano, inestricabilmente, a formare un arazzo complesso e superbo, temi storici e motivi fiabeschi medievali, dando luogo, sulla pagina, a peripezie che, pur peccando forse d’inattendibilità storica, agli occhi del lettore che ami il puro e semplice piacere di leggere l’avventura per l’avventura, risulteranno esser, alla fin fine, e senza alcun dubbio, tra le più memorabili ed accattivanti. Biografia dell’autore Walter Scott, (Edimburgo 1771 – Abbotsford 1832). Di antica e nobile famiglia, dopo aver studiato legge ad Edimburgo, si diede alla carriera forense, iniziando contemporaneamente a esercitare anche l’attività letteraria. Dopo la traduzione dal tedesco di ballate di Bürger (1796) e di Goethe (1799), si impose all’attenzione generale con la raccolta, ispirata ad antiche fonti popolari medievali, dei Canti giullareschi della frontiera scozzese (1802-1803). Il grande successo ottenuto nel 1805 con il poemetto narrativo Il lamento dell'ultimo menestrello (1805) gli permise di diventare socio dei suoi editori e di stabilirsi (1812) nella proprietà terriera di Abbotsford, ove riuscì, nel 1814, a portare a compimento un romanzo iniziato ben nove anni prima, Waverley, che inaugura la serie dei romanzi d’ambiente scozzese, da cui egli ottenne ulteriore fama e ricchezza. Ma l’improvviso fallimento dell'editore (1826) lo trascinò nella bancarotta e lo costrinse, per pagare i creditori, a un massacrante lavoro letterario. Malato di cuore, morì ad Abbotsford, al ritorno da un viaggio sul continente. Autore assai prolifico, dopo la serie dei poemi epico-lirici (oltre al citato Lamento ricordiamo Marmion, 1808, e La signora del lago, 1810) che si richiamano alle antiche ballate, egli pubblicò la serie dei romanzi di ispirazione scozzese: prima Waverley; poi Guy Mannering (1815), I puritarni di Scozia (1816), L'antiquario (1816), Rob Roy (1817), Il cuore del Midlothian (1818), La sposa di Lammermoor (1819), La leggenda di Montrose (1819). In perfetta sintonia con il gusto romantico è il romanzo Ivanhoe (1820), che, insieme a Quentin Durward (1823: sfondo la Francia di Luigi XI), lanciò la voga del romanzo storico, vera e propria mescolanza d’erudizione e di ispirazione fantastica. I romanzi Il monastero e L'abate, ambedue del 1820, hanno per sfondo la Scozia di Maria Stuarda; Kenilworth (1821) l’Inghilterra di Elisabetta; Le avventure di Nigel (1822) quella di Giacomo I. Con Redgauntlet (1824) egli tornò nuovamente all’ambiente scozzese, mentre in Il pozzo di San Ronano (1824) la tragica storia è situata in uno scenario a lui contemporaneo; Il talismano (1825), invece, si svolge in Terrasanta e nuovamente al tempo di Riccardo Cuor di Leone. Accanto a queste opere, va poi certamente menzionata anche una Vita di Napoleone (1827) in nove volumi. Scrittore romantico, dotato di un forte senso della storia e di un profondo attaccamento allo spirito nazionale, nonché spinto, nel suo percorso di creatore, da una istintiva predilezione per pittoresco e per il “medievale”, Scott divenne, fin dal tempo della sua prima produzione in versi, il portabandiera di un romanticismo coltivato nei suoi aspetti più leggeri e incantevoli e su questa linea costruì poi tutta la sua restante, successiva produzione: vale a dire un’imponente opera narrativa che, attingendo a piene mani dalla tradizione e dal folclore, può ancor oggi sedurre e affascinare il lettore con il suo ritmo potentemente epico. Smaliziato conoscitore e teorico del “meraviglioso”, egli sosteneva che un racconto dovesse funzionare, ossia convincere il lettore, per mere ragioni estetiche e senza che si tirasse sempre in ballo la questione della sua più o meno presunta veridicità. Grazie alla sua straordinaria perizia descrittiva, d’altro canto, e alla sua innata capacità di penetrazione psicologica, i personaggi dei suoi libri sono sempre inseriti all’interno di un fitto tessuto di relazioni storiche, sociali e naturali, e lo sguardo dell’autore, che li osserva minuziosamente dall’esterno, finisce per far emergere sempre il loro nucleo interno, la loro anima. Proprio per queste ragioni, l’opera di Scott, che pure non è esente da difetti come, ad esempio, una certa qual ripetitività nella raffigurazione dei personaggi e nella stesura delle trame, ha esercitato un’intensa e duratura influenza su lettori e letterati, a partire, per l’appunto, dalla “sua” epoca romantica, fino ad esser considerato, e a buon diritto, come l’iniziatore di un vero e proprio genere letterario, vale a dire il romanzo storico. |
Salgari: I misteri della jungla nera
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Dumas: I tre Moschettieri
Illustrazioni di: Claudio Monteleone VIII tavole a colori Il contenuto I tre moschettieri, il romanzo pubblicato da Alexandre Dumas padre nel 1844, narra le coloritissime e mirabolanti avventure di un giovane guascone, d’Artagnan, il quale, arrivato a Parigi in cerca di fortuna e divenuto ben presto amico dei moschettieri Porthos, Athos e Aramis, entra anche lui al servizio del re e, assieme ai suoi nuovi tre compagni, deve battersi per impedire che le malevole trame architettate dal luciferino cardinale Richelieu, messe in atto dalla sua perfida agente segreta, Milady de Winter, riescano ad andare a compimento, attentando così all’onore della regina che ha imprudentemente regalato al duca di Buckingham, come pegno del suo amore, dodici puntali di diamanti ricevuti in dono dal marito Luigi XIII. L’esito della lotta, incerto fino all’ultimo, è alla fine favorevole ai moschettieri: Milady de Winter, che ha ucciso il duca e una cameriera della regina (amata da d’Artagnan), viene giustiziata; d’Artagnan è promosso luogotenente; Athos si ritira in campagna, Porthos si sposa e Aramis si fa abate. Storia di cappa e spada per eccellenza, intrisa di atmosfere fosche improvvisamente squarciate da guizzi di luce “comica”, I tre moschettieri sono, dal punto di vista del divertimento narrativo, un’incessante “sarabanda” di duelli, inseguimenti, raggiri e imboscate che si susseguono a rotta di collo, nelle pagine del libro, senza lasciar il tempo al lettore di tirare il fiato; audaci spacconate e gesta di coraggiosa e allegra tracotanza contraddistinguono i quattro moschettieri impennacchiati, pronti sempre, anche nel mezzo di una difficile missione (come è quella che debbono svolgere a tutela della loro regina e, quindi, della conseguente stabilità politica della loro patria), pronti sempre, dicevamo, a riparare un torto con un colpo di spada, a soccorrere i deboli in ogni frangente, a corteggiar fanciulle a piè sospinto, balzandosamente impavidi e festosi nella loro giostra giornaliera senza mai riposo. Spetterà poi naturalmente al lettore il piacere ulteriore di scoprire, sotto l’iridescente veste melodrammatica e avventurosa della trama, la sostanza più profonda del romanzo, e cioè a dire: accanto ai profili memorabili dei quattro moschettieri, del machiavellico cardinale Richelieu e della “dark lady” de Winter, la descrizione splendida e commovente d’un sodalizio esclusivo, basato sui valori della fratellanza, dell’onore e della lealtà reciproche, tra quattro uomini dall’indole molto diversa: un’amicizia assoluta e immortale, come solo può esserlo quella “narrata” da un grande scrittore. Biografia dell’autore Alexandre Dumas, padre, (Villers-Cotterêts 1802 – Puys 1870). Figlio di un generale napoleonico, fu uomo di modesta cultura, ma di prodigiosa abilità inventiva. I suoi romanzi, una quindicina, per lo più di argomento storico secondo il gusto dei suoi tempi, riscossero un grande successo di pubblico e contribuirono alla trionfale affermazione di un nuovo genere, il feuilleton, o romanzo d’appendice, pubblicato a puntate sui giornali. Ricordiamo tra questi: Il conte di Montecristo (1844-45), basato su un truculento fatto di cronaca; la famosissima trilogia, ambientata nella Francia di Luigi XIII e Luigi XIV, I tre moschettieri (1844), Vent’anni dopo (1845), Il visconte di Bragelonne (1848-50). Altre opere sono ambientate nella Francia settecentesca: Ricordi di un medico: Giuseppe Balsamo (1846-48), sulla figura di Cagliostro; Il cavaliere di Maison-Rouge (1847), La signora di Montsoreau (1846), e La collana della regina (1848-50). La sua immensa produzione (più di cento volumi) comprende inoltre numerosi drammi, fra cui Enrico III e la sua corte (1829), facilmente collocabile all’interno del canone romantico, Anthony (1831), dramma di forte passionalità e Kean (1836); un Grande dizionario di cucina (postumo, 1873); i 22 volumi de Le mie memorie (1852-55); e, infine, le Memorie di Garibaldi (1861), scritte al seguito della spedizione garibaldina che lo scrittore aveva raggiunto in Sicilia. Rabdomantico nell’intuire i gusti e le esigenze del grande pubblico, Dumas è stato, senza alcun dubbio, con la sua opera, un anticipatore di quella che oggi viene chiamata letteratura di consumo. Così, pur essendo stato, in fin dei conti, uno scrittore di scarso valore letterario, nondimeno egli è riuscito, grazie alle sue indiscutibili doti di forza immaginativa e di produttività, a creare storie briose e assai godibili, capaci, ancor oggi, di allietare intere schiere di lettori con il loro clima intrigante e pittoresco ed il loro ritmo spensieratamente indiavolato. |
Cooper: L’ultimo dei Mohicani
Illustrazioni al testo di: Claudio Monteleone XXX tavole a colori Il contenuto L’ultimo del mohicani, il romanzo pubblicato da Fenimore Cooper nel 1826, narra un’avventurosa vicenda che si svolge al tempo dell’ultima guerra tra Francia e Inghilterra nel Nordamerica. Mentre i francesi con gli alleati indiani stringono d’assedio il forte William Henry sul lago George, nel 1757, due fanciulle, Cora e Alice Munro, sono in viaggio per raggiungere il padre, che è il comandante inglese della guarnigione. Le accompagnano, nel pericoloso viaggio tra i boschi, il maggiore Duncan Heyward, fidanzato di Alice, e il loro maestro di musica, David Gamut. Il piccolo gruppo di stranieri è inoltre scortato dall’indiano Magua, che è in realtà un traditore al servizio dei francesi. Il suo piano però – consegnare i viaggiatore agli irochesi – viene sventato appena in tempo da Natty Bumppo (detto anche Calza di cuoio) e dal suo amico Chingachgook, unico sopravvissuto, insieme al figlio Uncas, dei nobili guerrieri mohicani. Giunte così, finalmente, al forte, le due sorelle vi rimangono fino al momento in cui il padre è costretto ad arrendersi alle soverchianti forze nemiche; appena fuori del forte, infatti, esse vengono fatte prigioniere dagli uroni, guidati da Magua, che pretende Cora come preda di guerra. Uncas però, divenuto nel frattempo capo dei Delaware, si è già messo alla ricerca delle fanciulle, insieme a Natty Bumppo e Heyward. Ed è a questo punto che gli eventi precipitano: Unkas, innamorato di Cora, guida la sua nuova tribù contro gli uroni; Magua tenta di rapire Cora; Unkas accorre in suo aiuto per salvarla, ma Magua li uccide entrambi ed è poi ucciso a sua volta da Natty Bumppo che ne arresta la fuga colpendolo a morte con la sua infallibile carabina e facendolo precipitare nelle acque del fiume sottostante. Unico grande classico della letteratura per ragazzi dedicato ai pellirosse, L’ultimo dei mohicani è una sorta di “romance” storico – una via di mezzo tra il romanzo storico-realistico e l’epopea avventurosa – in cui perfettamente coesistono le convenzioni della tradizione letteraria inglese con i materiali offerti dalla mitologia della “frontiera” americana, splendidamente personificata dalle nobili e romantiche figure del grande cacciatore Calza di Cuoio e del suo giovane ed eroico amico Uncas, emblemi straordinari, entrambi, di quella “poesia della foresta selvaggia” che da più di un secolo oramai incanta generazioni e generazioni di giovani e men giovani lettori. Biografia dell’autore James Fenimore Cooper, (Burlington, 1789 – Cooperstown 1851). Undicesimo figlio di un ricchissimo proprietario terriero, trascorse l’infanzia a Cooperstown, cittadina fondata dal padre, dove imparò ad osservare le abitudini e i costumi dei pionieri e dei pellerossa. E sono proprio queste prime impressioni infantili del paesaggio di frontiera, unite alle impressioni raccolte durante la giovanile esperienza del mare, intrapresa dopo l’espulsione da Yale, che modellarono la sua immaginazione di romanziere. Nel 1811, sposatosi con l’aristocratica Susan De Lancey, tornò a stabilirsi nelle proprietà di famiglia. A trent’anni, scrisse, quasi per sfida, il primo, incerto romanzo, Precauzione (1820); il grande successo dei due seguenti, La spia (1821) e I pionieri (1823), lo indusse a trasferirsi prima a New York per seguire la carriera letteraria, e poi in Europa, dove conobbe Lafayette e Walter Scott, al quale era stato spesso paragonato. Vigoroso assertore dei principi della democrazia americana ed altrettanto energico accusatore dei suoi limiti, repubblicano con nostalgie conservatrici, Cooper fu popolare come romanziere ed avversato, invece, come critico sociale, specialmente dopo il ritorno in patria, avvenuto nel 1833. L’America fu d’altro canto per lui l’unico grande oggetto d’indagine, sia socio-politica – come in Lettera ai connazionali (1834) – sia romanzesca. Ed è alla narrativa, da lui considerata meno rilevante della saggistica, che egli deve la sua fama. Compose, infatti, un ciclo di romanzi di mare – Il pilota (1823), Il corsaro rosso (1828), I leoni del mare (1849) – che furono molto ammirati da Melville e Conrad; una trilogia di romanzi storici costituita da Satanstoe (1845), da alcuni critici considerato il suo capolavoro, L’incatenato (1845) e I pellirosse (1846); e soprattutto un ciclo, noto come I racconti di Calza di Cuoio, che è interamente dedicato alle varie fasi della vita di un pioniere, la guida Natty Bumppo, e che comprende, oltre al già citato I pionieri, altri quattro romanzi: L’ultimo dei mohicani (1826), La prateria (1827), La guida (1840) e L’uccisore di cervi (1841). È in queste opere che Cooper creò, per così dire, l’archetipo dell’eroe americano, rintracciabile, per l’appunto, nella figura di Natty Bumppo, il quale, nella sua continua ricerca di autenticità, istintivamente evade dalle restrizioni della vita civile per cercate un rapporto più diretto con la natura. Non è, dunque, una stranezza che Cooper venga solitamente indicato, insieme a Washington Irving, come l’iniziatore della letteratura americana, essendo pienamente riuscito in queste opere a dar corpo ad una serie di miti intorno ai quali, nel cruciale primo Ottocento, tutta l’ancor giovane cultura statunitense andò pian piano aggregandosi: un corpus mitologico-narrativo che, d’altro canto, non ha mai smesso d’esercitare, nel corso degli anni, un notevole influsso su molti scrittori delle generazioni seguenti. |
Sienkiewicz: Quo Vadis, Wallace: Ben Hur
Illustrazioni di: Medhat Shafik XXX tavole a colori Il contenuto Quo vadis, il romanzo storico pubblicato da Henryk Sienkiewicz nel 1894, racconta una storia che si svolge ai tempi di Nerone e che ha per protagonista un giovane patrizio romano, Vinicio, il quale si innamora di Licia, la figlia di un re svevo data in ostaggio ad una famiglia patrizia convertita ai valori del Cristianesimo, la quale ha educato anche la giovane alla nuova fede. Disperando di averla e ignorando che ella segretamente lo ama, egli chiede allora l’aiuto di un suo congiunto, l’elegante, raffinato e scettico Petronio, il quale, amico e favorito di Nerone, induce l’imperatore a sottrarre la fanciulla alla famiglia che l’ospitava per consegnarla nelle mani del suo ardente spasimante. Ma Ursus, il gigante e fedele schiavo di Licia, libera la sua padrona, che si rifugia presso una comunità cristiana; Vinicio allora, grazie all’astuzia di un parassita greco, Chilone Chilonide, riesce a rintracciarla, ma, una volta venuto a contatto col “verbo” cristiano, si converte anch’egli. Nerone, nel frattempo, che ha ordinato l’incendio di Roma per trarre da quello spettacolo ispirazione per un canto sull’incendio di Troia, sbigottito dall’ira della plebe e per suggerimento dello stesso Chilone ne dà la colpa ai cristiani. La persecuzione, dunque, comincia: Licia è imprigionata e destinata al circo, ma, quando appare nell’arena, legata alle corna di un bufalo selvaggio, e il fedele Ursus, slanciatosi sull’animale, riesce a fiaccarlo, il popolo chiede la grazia per lei e per il suo salvatore e Nerone è costretto a concederla. Vinicio e Licia possono così coronare il loro amore fiorito alla luce della nuova fede. Petronio, invece, si darà la morte più tardi, mentre il truce e sanguinario imperatore verrà “rovesciato” e ucciso. Romanzo storico di stampo classico, ad un tempo fortemente popolare ed insieme sapientemente costruito, tradotto all’epoca in moltissime lingue (fu, probabilmente, il libro più diffuso tra la fine del secolo e i primi del novecento), Quo vadis adombra allegoricamente, nella descrizione della società ormai in disfacimento della Roma imperiale e nel conflitto da quest’ultima ingaggiato contro la nascente e ancor “catacombale” religione cristiana, le vicissitudini della Polonia oppressa dalla Russia Zarista; ma, d’altro canto, se ancor oggi esso continua ad affascinare un grande numero di lettori, ciò è dovuto principalmente al fatto che contiene alcuni splendidi ritratti: da quello dello stoico e magnetico Petronio a quello del greco Chilone, filosofastro subdolo e senza scrupoli che, folgorato a un tratto dalla luce della fede, diviene capace di affrontare addirittura il martirio; dalla carismatica figura dell’apostolo Pietro all’anonima folla della plebe romana che, al pari del coro nell’antica tragedia greca, fa da sfondo e commento a tutta la vicenda. Ben Hur, il romanzo storico pubblicato da Lewis Wallace nel 1880, ha per protagonista un giovane ebreo discendente da una ricca e illustre famiglia di Gerusalemme, Ben Hur appunto, sul quale si abbatte un giorno la sfortuna: infatti, per un banale incidente accaduto al governatore romano Grato, uomo senza scrupoli totalmente inviso alla popolazione, sia lui che la madre e la sorella vengono imprigionati e i loro beni confiscati anche grazie alla cattiveria e alla cupidigia del giovane patrizio Messala, protervo e vizioso amico d’infanzia di Ben Hur. Ed è proprio mentre sta per essere condotto alla “galera” ove dovrà scontare la sua pena come schiavo ai remi, che Ben Hur incontra per la prima volta il Nazareno, il quale, vistolo in catene ed assetato, pietosamente gli porge dell’acqua e lo disseta. Più tardi, dopo il naufragio della nave ed il suo coraggioso salvataggio del diunviro Quinto Arrio, Ben Hur viene da quest’ultimo adottato come figlio e condotto a Roma, dove per cinque anni è allevato ed istruito come si conviene ad un patrizio romano: sia nel corpo – attraverso esercizi fisici – che nello spirito. Tornato poi in Oriente per ritrovare la madre e la sorella e vendicarsi di Messala, trionfa in una gara di quadrighe che si svolge nel circo di Antiochia, nel corso della quale compie anche la sua vendetta, riuscendo a rovesciare la quadriga del suo perfido nemico, che finisce calpestato dai cavalli. Nel frattempo, durante la domenica delle Palme, Gesù ha guarito, dopo la loro liberazione, sia la madre che la sorella dalla lebbra contratta in carcere. La famiglia, così, si ricompone; ma il loro benefattore, il Cristo, l’atteso re che doveva rialzare per sempre le sorti dell’oppressa Giudea, viene condannato a morte dal suo stesso popolo. La storia si avvia così ad una rapida conclusione che culmina con la conversione di Ben Hur. Conosciuto in tutto il mondo grazie al film diretto nel 1959 da William Wyler, Ben Hur è un romanzo storico di forte intensità drammatica – basti pensare al memorabile apice narrativo costituito dalla scena delle quadrighe – e dal carattere fortemente apologetico che l’autore decise di scrivere per difendere il cristianesimo dagli attacchi degli scettici e dei non credenti e per esaltarne il mistero incarnato nella duplice natura, umana e divina, del Cristo. Biografia degli autori Henryk Sienkiewicz, (Wola Okrzejska 1846 – Vevey 1916). Proveniente da una famiglia della nobiltà terriera, studiò a Varsavia e, dopo gli studi, intraprese, dal 1873, un’intensa attività giornalistica per la “Gazeta Polska”, e come corrispondente fu anche in America. Si impegnò assiduamente nell’azione politica e ideologica dei quotidiano “Slowo”, orientandola in senso conservatore. Allo scoppio del primo conflitto mondiale, oramai riconosciuto come il massimo esponente della nuova letteratura polacca, egli si trasferì in Svizzera e diede vita, insieme a I. Paderewski, ad un comitato per gli aiuti alle vittime della guerra in Polonia. L’avvio della sua carriera di narratore era avvenuto all’insegna di un’ironia ancora sostanzialmente romantica, con le Note umoristiche dalla cartella di Worszylla (1872); ma le successive raccolte di novelle – Il vecchio servitore (1875), Anna (1876) e Schizzi al carboncino (1877) – rivelano già una tecnica di tipo realistico, nonché una tenace e amara osservazione delle contraddizioni e delle miserie sociali – in Per il pane (1880) e Janko il musicista e Bartek il vincitore (1882). Parallelamente, a testimonianza della sua versatilità, lo scrittore produceva un gruppo di novelle che traevano la loro ispirazione dal suo soggiorno americano, tra cui Il guardiano del faro (1880), che è probabilmente uno dei più bei racconti di tutta la letteratura polacca, e Sachem, vibrata denuncia delle violenze inflitte ai pellirosse dai coloni tedeschi. A partire dal 1883 la fama di Sienkiewicz si legò specialmente ad una serie di romanzi d’impianto storico, impostati sulla base di un accurata ricerca documentaria e sostenuti, al di là dei frequenti arbitrii, da un robusto temperamento narrativo – ed è proprio a questi libri che egli deve il riconoscimento internazionale del premio Nobel, assegnatogli nel 1905. La prima affermazione nel campo del romanzo storico gli venne dalla pubblicazione di un testo dal forte afflato epico e dal vivace movimento fantastico Col ferro e col fuoco (1884), cui seguirono, a formare una trilogia, Il diluvio (1886) e Il signor Wolodyjowski (1887-88), vasto ciclo costruito sul tormentato periodo di storia polacca dal 1648 al 1673 (guerre cosacche, invasione svedese, guerre contro la Turchia). Con Quo vadis? (1894) Sienkiewicz acquisì fama mondiale, riconosciutagli in virtù della commossa rievocazione del cristianesimo primitivo nella Roma neroniana. Storico è poi anche il romanzo I cavalieri della croce (1900), epopea della strenua resistenza del popolo polacco al tentativo egemonico dell’ordine teutonico, cui infine seguirà, postumo, Legioni (1918), romanzo incompiuto sul periodo napoleonico. Sienkiewicz non abbandonò però mai del tutto l’indagine psicologico-sociologica della società contemporanea, come mostrano i romanzi Senza dogma (1891), analisi di una crisi individuale, e La famiglia Polaniecki (1895), sorta di satirica apologia della borghesia polacca. Nel 1911 diede alla letteratura giovanile, sulla scia di J. Veme e Mark Twain, un fortunato romanzo di avventure, Per deserti e foreste. Morì a Vevey, in Svizzera, nel pieno fervore della sua attività patriottica. Creatore di una monumentale e multiforme opera narrativa, nonché, come già ricordato, strenuamente impegnato in politica nella battaglia per l’indipendenza della sua patria, egli è stato senza alcun dubbio uno dei più importanti scrittori polacchi del periodo che sta a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, e l’unico, tra di essi, a raggiungere una fama pressoché universale. Lewis Wallace, (Brookville 1827 – Crawfordsville 1905). Secondo dei quattro figli del governatore dell’Indiana, a sedici anni il padre, non riuscendo a imporgli una disciplina, gli fece interrompere gli studi: il ragazzo cominciò allora a guadagnarsi da vivere come copista negli uffici della Contea, nutrendo contemporaneamente la propria immaginazione con un gran numero di letture che attingeva alla biblioteca statale di Indianapolis. Negli anni seguenti, studiò legge, prese parte alla guerra messicana (dal 1846 al 1847) e diresse un quotidiano sostenitore del partito del “Free-Soil”. Divenne poi democratico ed esercitò la professione legale a Indianapolis, Covington e Crawfordsville, dove organizzò una compagnia di soldati che prese parte alla guerra civile. Come aiutante generale dell’Indiana, arruolò truppe, fu promosso colonnello, e raggiunse infine il grado di maggiore generale, contribuendo alla conquista di Fort Donelson. Il generale Halleck gli tolse due volte il comando che gli venne però restituito dal presidente Lincoln e dal generale Grant. Nel 1864 respinse il generale A. Early sul fiume Monocacy e salvò Washington; fece inoltre parte della corte marziale che processò gli assassini di Lincoln. A quarantasei anni pubblicò il suo primo romanzo Il Dio giusto (1873), che aveva iniziato a scrivere più di venti anni prima ispirandosi direttamente alla Conquista del Messico di W. H. Prescott. Nel 1877 scrisse la tragedia Commodo. Dal 1878 al 1881 fu governatore del Nuovo Messico. Nel 1880 scrisse Ben Hur, un romanzo a sfondo storico che è il suo capolavoro nonché la più nota e popolare delle sue opere. Dal 1881 al 1885 fu ministro plenipotenziario degli Stati Uniti alla corte del sultano Abdul Hamid II, in Turchia. Tornato in patria, si dedicò completamente alla sua passione letteraria e pubblicò opere di vario genere, tra cui: La vita di Benjamin Harrison (1888), La fanciullezza di Cristo (1888), Il principe dell’India (1893) e un poema in versi Il corteggiamento di Malkatoon (1898). La sua Autobiografia, quasi completamente dedicata alla giustificazione dell’atteggiamento da lui assunto durante la guerra civile, fu curata dalla moglie e dal figlio ed uscì postuma nel 1906. |
Melville: Moby Dick
Illustrazioni di: Luigi Gherzi XX tavole a colori Il contenuto Moby Dick, (1851) il romanzo che Hermann Melville pubblicò nel 1851, racconta in realtà, sotto l’apparente aspetto d’un’avventura marinara – non si narra forse nelle sue pagine d’una baleniera, il «Pequod», e del suo equipaggio che dà la caccia ad una balena bianca? – la storia, ma sarebbe forse più giusto dire l’allegorica epopea d’una dannazione: quella che pende sul capo di Achab, il capo del battello, il quale ha giurato eterna vendetta a Moby Dick, un’immensa e maligna balena bianca che in un viaggio precedente gli ha troncato di netto una gamba. Pur di distruggerla, Achab non esita a consacrare sé e il suo equipaggio (il quale, per parte sua, teme il diabolico mostro, ma è ad un tempo ipnotizzato dalla sete di vendetta del suo capitano, e perciò gli è fedele fino in fondo) ad un inseguimento senza sosta che si protrae sui mari di tre quarti del globo, fino a che, finalmente, lo scontro vero e proprio comincia; una battaglia repentina e spietata durante la quale Moby Dick, prima avvistata e poi successivamente arpionata, finisce per trascinare con sé, nella sua folle corsa, tutte le lance della baleniera, annientando in questo modo sia la nave che l’equipaggio, e trascinando negli abissi marini lo stesso indemoniato capitano. L’unico sopravvissuto a tale ecatombe è il giovane Ishmael, il quale trova scampo dalla morte utilizzando una bara come imbarcazione di fortuna e, in quanto sopravvissuto, è appunto colui che nel libro rievoca in prima persona, da testimone, l’intera vicenda. Poema didascalico, trattato sulla pesca alla balena, epopea sulla natura, l’uomo e la trascendenza, raccolta di intermezzi lirici nonché tragedia in un mare che è (biblico ed omerico insieme) regno dei mostri, del terrore, delle immense e inviolabili profondità che sfuggono all’intelligenza umana, Moby Dick è un’opera in cui il genio barocco di Melville fa liberamente proliferare sulla pagina un gran numero di simboli ambigui e in tumulto, che si riversano sulla mente del lettore a ondate ampie e fastose. Per cui, di volta in volta, a seconda dell’angolo prospettico da cui li si osserva, Achab, Moby Dick e il «Pequod» finiscono per sembrare diversi, per assumere connotati addirittura opposti (ed è in tale ricchezza la grandezza indubbia dell’opera). Così Achab appare, ad esempio, di volta in volta, come un marchiato dal fulmine e dalla follia, come un intrigante demone alla guida dei destini umani, o, al contrario, come un agnello sacrificale pronto ad immolarsi pur di assicurare agli uomini che resteranno la liberazione dal “mostro”. Parimenti, Moby Dick può apparire ora come l’immagine di una lattea purezza (divinità, ombra di Dio o, magari, suo messaggero); ora come immagine della fertilità e del sesso (natura scatenata); ora come simbolo della silenziosa, saggia ed equilibrata ragione, ed ora come suo opposto emblema, incarnazione in movimento di quella bruta incoscienza che è sempre in agguato per distruggere lo spirito infiacchito dell’uomo. Ed il «Pequod», infine, che è, ad un tempo, microcosmo del mondo, allegoria dello stato con le sue leggi e simbolo ardente del cuore umano. Naturalmente, tutti questi significati simbolici della narrazione (e i numerosi altri che scaturiscono ad ogni passo dalla ricchezza e dalla densità del testo), malgrado la loro continuità e forza di persuasione, non prevalgono mai sulla pura materia narrativa, sul complesso affresco dell’umano destino, anche se è ovvio che son proprio essi a dare all’opera quella dimensione di ulteriore profondità che essa possiede, e che fornisce, senza alcun dubbio, il piacere più grande a chi la legge. Biografia dell’autore Herman Melville, (New York 1819 – 1891). Terzo di otto figli, fu costretto a interrompere gli studi a causa del fallimento e della morte del padre e tale evento, con la perdita improvvisa di un’infanzia felice, lo segnò precocemente. Dopo vani tentativi di trovare un lavoro che fosse stabile, attraversò più volte l'Atlantico in una lunga serie di viaggi che gli fornirono il materiale avventuroso che si ritrova nei suoi primi libri e un ricchissimo campionario di metafore di cui largamente si servì nelle sue opere maggiori. Nel 1841, dopo numerose peregrinazioni, fece vela per il Pacifico; disertore, visse per quattro mesi presso una tribù di indigeni delle isole Marchesi, per poi far ritorno a New York nel 1844, dopo esser scampato ad altre avventure di mare e di terra. Nel suo primo romanzo, Taipi (1846), che ebbe un grande successo, egli descrisse la sua prima esperienza del mondo «selvaggio» come una sorta di Eden. Incoraggiato a proseguire la narrazione delle sue avventure, Melville scrisse poi Omoo (1847) in cui le picaresche esperienze del protagonista e del suo compagno sono mescolate ad una pungente satira sociale della pessima influenza esercitata in quelle terre vergini dagli europei, e, in particolar modo, dai missionari protestanti sulle popolazioni indigene. Con Mardi (1849) avviene, nell’opera di Melville, il passaggio dalla narrativa avventurosa alla sperimentazione allegorica: si tratta, infatti, di un complesso romanzo satirico-filosofico che deluse alquanto il pubblico, il quale si aspettava da lui un altro libro di semplici avventure esotiche. Con Redburn (1849) e Giacchetta bianca (1850) si torna nuovamente al tema centrale della produzione di Melville, quello marinaresco e autobiografico: nel primo libro vi è, infatti, la rievocazione del viaggio che egli fece ancor giovane in Europa, con la descrizione delle violente impressioni sperimentate a contatto con la brutale vita di bordo; mentre nel secondo c’è invece il resoconto dell’ultimo viaggio da lui compiuto, vale a dire quello del ritorno a New York su una fregata della marina americana, in cui sono ritratti con forte indignazione i rigori feroci della gerarchia e della disciplina. Esaurita la vena delle memorie, Melville si lasciò alle spalle l’ironica visione giovanile per perseguire il tema del viaggio come ricerca: l’incontro con N. Hawthorne, nel 1850, spronandolo e mobilitando in profondità le sue energie, lo spinse alla riflessione sul tema shakespeariano del rapporto tra apparenza e realtà, tra idillio e allucinazione, che è poi quello che pervade tutte le opere della sua maturità. Nel 1851 uscì Moby Dick, il suo capolavoro, il quale non ebbe però l’accoglienza che si meritava ed, anzi, fu accolto da gran parte della critica come il delirio d’un pazzo: era cominciato il declino della sua popolarità, fondata più su un equivoco che su un’autentica comprensione del suo mondo fantastico. Il tracollo avvenne con la pubblicazione, accolta disastrosamente, di Pierre o delle ambiguità (1852), melodrammatico romanzo di vita contemporanea, centrato sul tragico amore tra il protagonista e la sua sorellastra (un amore che è allegoria dell’unione «incestuosa» fra il bene e il male). Così, paradossalmente ma non troppo, le tre opere alle quali egli intendeva affidare il suo più alto messaggio (Mardi, Moby Dick e Pierre) finirono col segnare la conclusione della sua breve carriera letteraria. A 33 anni egli poteva considerarsi un fallito, che riusciva a stento a mantenere la famiglia. Dopo anni di inutili tentativi per sistemarsi, ottenne nel 1866 un posto alle dogane di New York, dove restò fino al 1885. Naturalmente, seguitò a scrivere e a pubblicare, ma quasi nell’anonimato. Così, ad esempio, nel 1856, uscirono i magistrali Racconti della veranda, che contengono, tra l’altro, due tra i più geniali racconti mai scritti, vale a dire Bartleby e Benito Cereno; e nel 1857, L’uomo di fiducia, che è il suo ultimo grande romanzo, in cui il demonio appare, non a caso, sotto le mentite spoglie di un venditore di inganni a bordo di un battello fluviale. Da quel momento in poi, fino alla morte, Melville non scrisse altro che poesie, ricordi di viaggio, saggi, e un lungo poema, Clarel, senza però riuscire mai più ad attrarre l’attenzione del pubblico. Poco prima di morire, infine, mise mano al suo ultimo capolavoro, quel Billy Budd che, pubblicato soltanto nel 1924, racconta la terribile storia allegorica d’un marinaio accusato ingiustamente e condannato a morte quasi ad espiare il suo peccato d’esser giovane e innocente. Scrittore geniale, insieme ad Hawthorne, Emerson, Thoreau e Whitman, Melville contribuì a fondare, nel decennio del 1850, una nuova tradizione letteraria: quella americana. Eppure, dovettero passare ben dieci lustri prima che si iniziasse a riconoscerne la grandezza. Ma poco importa, visto che oggi egli è ecumenicamente considerato, per la molteplicità delle sue esperienze, per la sua acuta percezione delle realtà storiche, per la profonda verità del dramma morale che egli visse, nonché per la grandiosità visionaria, la complessità psicologica e la mirabolante ricchezza epica con cui le mise in scena nelle sue pagine, uno dei protagonisti assoluti della letteratura moderna. |
Spyri: Heidi
Illustrazioni di: Alessandra Scandella XXX tavole a colori Il contenuto Heidi, il romanzo che Johanna Spyri pubblicò in due volumi, rispettivamente nel 1880 il primo, intitolato “La formazione di Heidi”, e nel 1881 il secondo, intitolato “Heidi fa uso di ciò che ha appreso”, narra le deliziose vicende di una bambina svizzera, Heidi per l’appunto, la quale, rimasta orfana di entrambi i genitori, viene affidata alle cure dell’anziano nonno, che vive la sua solitaria vita ritirato in un alpeggio. Nonostante il vecchio abbia fama in paese di essere burbero e scontroso, tra i due si instaura ben presto un bellissimo rapporto, costruito sul reciproco rispetto e animato da una grande ricchezza di sentimenti, che però viene bruscamente interrotto dall’arrivo della zia di Heidi, la quale intende portare la bambina con sé a Francoforte per impiegarla come “dama di compagnia” di una bambina sua coetanea costretta sulla sedia a rotelle. Con la morte nel cuore, dovendo lasciare il nonno, le adorate Alpi, i suoi animali e il fido amico Peter, Heidi parte per la capitale e viene accolta a casa Seseman, dove fa la conoscenza di Clara, la quale si rivela essere una ragazzina sì ricca e molto intelligente, ma anche profondamente malinconica per la sorte che le è capitata. Naturalmente, le due bambine fanno presto amicizia ed il rapporto che si instaura tra loro risulta positivo e benefico per entrambe: è la freschezza ingenua ed irruente della piccola svizzera, infatti, che porta una ventata di allegria nella vita di Clara, facendo riaffiorare in lei la voglia che si era sopita di lottare per una vita normale; allo stesso tempo, per Heidi l’esperienza di Francoforte, pur con tutti i suoi momenti di sconforto per le situazioni di continua costrizione in cui le sembra di vivere e di nostalgia per il libero mondo bucolico che ha lasciato, risulta fondamentale, cruciale, nel delineare la sua educazione. Ma, d’altro canto, il richiamo delle montagne e la nostalgia del nonno diventano ad un certo punto così forti da spingere Heidi, nonostante ella sia riuscita al fin fine ad abituarsi perfettamente anche ai ritmi e alle usanze della vita cittadina, alla decisione di tornare a casa, con la promessa, però, che Clara, divenuta nel frattempo la sua amica del cuore, la verrà a trovare. Ed è un evento questo, la visita della dolcissima ma malata fanciulla tedesca nella baita alpina dove Heidi è tornata a vivere col nonno e col suo amico Peter, che in seguito si verificherà, producendo, addirittura, tra i suoi effetti, anche una sorta di miracolo che, in certo qual modo, giunge a far da coronamento all’intera storia: per dirla in breve, Clara guarisce, riesce, una volta immersa nella sana, magica e gioiosa atmosfera alpina, a ritrovare l’uso delle sue gambe – cammina. Romanzo naïf dalle tinte delicate, carico di sottili ma intense vibrazioni sentimentali, Heidi è, per così dire, un insieme di colorate avventure che altro non sono, in fondo, se non continue, differenti variazioni sui due temi fondamentali – nelle pagine dell’opera specularmente contrapposti – che la fondano: l’amore assoluto e travolgente per la vita all’aria aperta a contatto con la natura, e la necessità di acquisire, quand’anche costasse molta fatica, un’istruzione. La chiave del successo dell’opera è, d’altro canto, facilmente rintracciabile nella bravura con cui la scrittrice ha saputo delineare i tratti, anche i più profondi e celati, della psicologia infantile, esprimendone i pensieri; nonché nel malinconico umorismo che pervade costantemente ogni pagina del libro, rendendone accattivante la lettura. Biografia dell’autore Johanna Spyri, (Zurigo 1827 – 1901). Trascorre gran parte dei suoi primi venticinque anni – ad esclusione del periodo 1841-1843 durante il quale vive a Zurigo e studia pianoforte e lingue straniere – nella casa di famiglia che si trova sull’altopiano alpino che sovrasta il lago di Zurigo, immersa nella tranquillità di uno splendido scenario idilliaco, tutto pascoli e manti erbosi. Nel 1852 sposa Bernhard Spyri, giovane avvocato e direttore di un giornale locale, e con lui si trasferisce nella capitale svizzera. Il circolo letterario e artistico, che lì inizia a frequentare, le offre i primi stimoli per elaborare i suoi racconti: le amicizie che stringe in quest’ambiente si riveleranno preziose, soprattutto quella con Conrad Ferdinand Meyer, lo scrittore e critico letterario che la spingerà più tardi a pubblicare Heidi. All’età di quarantatre anni Johanna inizia a scrivere racconti che riguardano la gente e i luoghi della sua infanzia, tra cui quelle Storie per bambini e per le persone che loro amano (1878) che in breve tempo le daranno una grande notorietà. Nel 1880 esce la prima parte del racconto Heidi, che ella pubblica sotto pseudonimo; l’anno seguente, visto l’enorme successo ottenuto dal libro, l’autrice decide di pubblicarne anche la seconda parte, questa volta con il suo vero nome. L’entusiasmo del pubblico dei lettori è fin dal principio notevole, e tale continuerà ad essere anche con il passar degli anni, visto che, da entrambi i racconti, ancora dopo un secolo, si continuano a fare traduzioni in molte svariate lingue, e a trarre dalla fiabesche e bucoliche avventure che essi narrano parecchie versioni cinematografiche. Nel 1884 la scrittrice è però, purtroppo, colpita da due gravissimi lutti familiari: prima le muore l’unico figlio, poi il marito. Così, da questo momento in avanti, ella si chiude a quasi tutti i rapporti, giungendo ad isolarsi in lunghi ritiri sulle Alpi, sul lago di Ginevra e, per un certo periodo, sul lago Maggiore. Durante questi soggiorni continua, nondimeno, a dedicarsi all’esercizio della scrittura, pubblicando numerosi racconti, tutti sempre di ambientazione alpina. |
Burnett: Il giardino segreto. Il piccolo Lord
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Vamba: Il giornalino di Gian Burrasca. Ciondolino
Illustrazioni di: Annamaria Galaverni XVIII tavole a colori Il contenuto Il Giornalino di Gian Burrasca, pubblicato in volume da Vamba nel 1920, è un ilare e scanzonato diario che l’autore finge redatto, giorno per giorno, da un vivace e mercuriale ragazzetto fiorentino, Giannino Stoppani (soprannominato, per l’appunto, Gian Burrasca per la sua indole dispettosa e irruente): un diario che contiene, oltre alla fedele registrazione di tutte le burle e gli scherzi che l’inventiva mente dello scalmanato protagonista riesce ad escogitare e portare a termine, anche una maliziosa, furba e alquanto provocatoria rappresentazione del mondo degli adulti che lo circondano, i quali, visti attraverso lo sguardo candido ma arguto del giovane, appaiono davvero come strane creature, piene sì d’autorevolezza ma, al contempo, irrimediabilmente buffe, grottesche perché scisse: ininterrottamente occupate a predicare, a parole, valori altissimi – serietà, rigore, compostezza – salvo poi comportarsi, nella realtà quotidiana, in modo diametralmente opposto. Egocentrico e ingenuo ad un tempo, l’indiavolato monello è dunque, in altri termini, né più e né meno che l’emblema della paradisiaca condizione infantile, di quello stato di perfetta letizia e libertà nel quale la fertile fantasia (capace di trasformar tutto in avventura perché non ancora “distrutta” dall’asfittica routine del mondo adulto), fondendosi alla più spietata sincerità, diviene micidiale strumento di irriverenza e sberleffo, infallibile nello smascherare la doppia morale degli adulti, mettendone a soqquadro, in una perenne ribellione, il mondo ripetitivamente convenzionale e portando un po’ d’aria fresca in quella loro prigione esistenziale fatta di cerimoniali noiosamente irrigiditi e compassati che finiscono inesorabilmente per mortificare ogni vitalità dell’anima. Ed è proprio in virtù di questa sua indubbia forza satirica, scatenata contro l’ipocrisia dei “grandi”, che Il Giornalino di Gian Burrasca è ancor oggi molto popolare presso i giovani lettori, che in esso possono compiutamente rispecchiarsi, godendosi altresì la sfilza di trovate e colpi di scena che punteggiano praticamente ogni sua pagina, nonché la scintillante e deliziosa verve comica che tutte, indistintamente, le anima. Ciondolino, il racconto pubblicato in volume da Vamba nel 1912, è la graziosa storia di un bambino, Gigino, il quale, magicamente trasformato in formica, si trova ad essere ammesso nel misterioso mondo di questi insetti che, pian piano, impara a conoscere in ogni aspetto della loro complicata ma felice esistenza, ricavandone, soprattutto, quella che potremmo definire una semplice ma colorata lezione di etica politica, nella quale, innalzato il formicaio ad allegoria di una “ordinata” società civile, si inneggia al forte istinto sociale insito in ogni formica – istinto che è alla base della perfetta organizzazione della loro collettività –, nonché ai valori della pacifica coesistenza e della fattiva collaborazione che informa e contraddistingue la laboriosa vita di ciascuna di esse. Operina didascalica, Ciondolino è dunque un testo che, riuscendo a mescolare in un’unica piacevole narrazione a carattere avventuroso le peripezie del suo protagonista con le nozioni che intende trasmettere ai suoi giovani lettori, raggiunge nel migliore dei modi il suo scopo, che è, fondamentalmente, divulgativo e didattico: vale a dire, insegna senza annoiare, arricchisce il pensiero appassionando l’immaginazione. Biografia dell’autore Vamba, pseudonimo di Luigi Bertelli (Firenze 1858 – 1920). Autodidatta, fa dapprima funzionario di Stato, e poi, in seguito, giornalista in alcuni periodici liberali di Roma e Firenze. Fondò vari giornali per ragazzi e, fra di essi, il più celebre è senza alcun dubbio “Il Giornalino della domenica”, che fu organo attivo della sua propaganda irredentistico-nazionalista (esso uscì dal 1906 al 1924, eccetto che negli anni tra l’11 e il ’17) e a cui collaborarono le firme più prestigiose della letteratura italiana del tempo, da Pascoli a Pirandello, da Salgari a D’Annunzio. I suoi libri di maggior successo furono Ciondolino (1912), il libro in versi La storia di un naso (1915) ed Il Giornalino di Gian Burrasca (1920). Ad essi si aggiungono poi altre opere di minor rilievo, tra cui: Cinematografo poetico (1913), Jessie White Mario (1916), L’epitaffio di Francesco Giuseppe (1916), libro singolare e ricco di spassose epigrafi contro l’imperatore d’Austria, Resistere per esistere (1917), Un secolo di storia italiana (1815-1918) del 1920, Cronache della settimana (1921), nonché, pubblicato postumo, O patria mia (1932). Autore di acre vena satirica nelle pagine dedicate ai temi politici e sociali, Vamba è però ricordato soprattutto, e giustamente, per i suoi vispi e divertenti racconti per l’infanzia in cui riuscì a fondere mirabilmente comicità e propositi educativo-didascalici. |
Twain: Le avventure di Tom Sawyer. Kipling: Capitani coraggiosi
Illustrazioni di: Alessandro Ferraro e Bruno D’Arcevia XXXIX tavole a colori Il contenuto Le avventure di Tom Sawyer, pubblicate da Mark Twain nel 1876, sono il racconto delle picaresche peripezie di un vivace e furbissimo ragazzino del Sud degli Stati Uniti, al quale capita un giorno, ma sarebbe più giusto dire capita una notte, durante una lugubre sortita nel cimitero del paese, di assistere, insieme al suo amico Huckleberry Finn, ad un omicidio: il delitto è commesso da Joe l’indiano, un feroce criminale che riesce però a far incolpare al suo posto un innocente, il vecchio ubriacone Muff Potter. Giunti al processo, però, Tom lo smaschera, senonché Joe scappa da una finestra dell’aula del tribunale e fa perdere ogni sua traccia, fino al giorno in cui, durante una gita scolastica, persosi in alcune buie grotte insieme alla sua fidanzata Becky, Tom non ritrova nuovamente il fuggiasco; fortuna vuole che l’indiano non si accorga di lui, cosicché Tom riesce alla fine (traendo in salvo anche l’amata) ad uscire dalla spaventosa caverna (ed è un’impresa, questa, che al malvivente, invece, non riesce, e tale fallimento lo condanna a morte: di lì a poco tempo, infatti, verrà ritrovato, in quello stesso luogo, morto per asfissia). E il tesoro, infine, che quest’ultimo aveva nascosto in quei bui antri, viene recuperato e diviso a metà tra Tom e Huckleberry. Scanzonata quanto malinconica epopea dei piccoli drammi e dell’immensa quanto fragile spensieratezza della gioventù del Sud, in un’America dell’ottocento ormai sulla soglia della guerra civile, le avventure di Tom Sawyer, si squadernano davanti agli occhi del lettore come un bazar di situazioni e stati d’animo tipici di quell’età che simula l’età adulta senza esserlo ancora, e nel simularla la ingigantisce e arricchisce dei propri estri immaginativi: scambi di doni e litigi, patti di sangue ed amori che strappan le viscere, eroismi e candori, ripicche feroci, solitarie e commosse autocommiserazioni, sempre incerte e mutevoli presunzioni di sé. In definitiva, dunque, pagine che a rileggerle oggi “suonano” ancora, intensamente, come un inno, allegramente farsesco e celatamente tragico, innalzato a celebrare quel particolare genere di adolescenza che l’autore così bene conosceva: quella trascorsa il più possibile in libertà, all’aria aperta, tra i boschi o lungo le rive del grande fiume Mississippi, bighellonando, giocando se stessi in mille sfide, ma, soprattutto, fantasticando all’infinito sul futuro in compagnia dei propri amici del cuore. Capitani coraggiosi, il romanzo pubblicato da Rudyard Kipling nel 1896, è la storia di Harvey, un ragazzo viziato, che, durante un viaggio su una grande nave di linea, viene sfidato a fumare un sigaro molto forte. Il ragazzo accetta e, quando incomincia a sentirsi male per l’effetto combinato del sigaro e del rollio della nave, sale sul ponte deserto per non essere deriso dai suoi sfidanti, tutti uomini adulti, indispettiti dalla sua prosopopea. È piena notte, e nessuno vede Harvey perdere l’equilibrio e cadere in acqua, mentre si sporge dal parapetto della nave. Il ragazzo riprenderà i sensi solo alcune ore dopo, a bordo della goletta dei capitano Disko, un rude marinaio che lo affida alle cure dei figlio Dan, il mozzo di bordo. Ed è proprio su questa nave, dove è costretto, suo malgrado, a convivere con un gruppo di semplici ma probi pescatori, che egli apprende, giorno dopo giorno, per la prima volta e con chiarezza, che cosa veramente sia la vita e quali dure leggi la governino. E lo apprende a tal punto che, una volta sbarcato a terra, egli appare irriconoscibile, quasi un’altra persona, ai suoi genitori che, avvisati nel frattempo del suo salvataggio, sono andati lì ad attenderlo sul molo: partito piccolo borioso egli è tornato, insomma, uomo fatto. Racconto lungo, che ha, nelle splendide sequenze in cui son descritte le battute di caccia e la vita a bordo della goletta, la grazia cadenzata di un poema didascalico sulla vita dei “lupi di mare”, Capitani coraggiosi è, dunque, in estrema sintesi, la storia di un processo di maturazione che dissolve nell’animo del protagonista tutta la sua vana improntitudine e tracotanza egoistica, prodotta dal micidiale cocktail di denaro e ignoranza, per sostituirla con una ben diversa tensione interiore (assai cara a Kipling): vale a dire, quella tensione interiore a perfezionar se stessi che mai non sfocia in un bendato solipsismo, perché è sì impegno con se stessi ma costantemente “rivolto”, sempre, responsabilmente, verso gli altri. Biografie degli autori Mark Twain, pseudonimo di Samuel Langhorne Clemens (Florida 1835 – Redding 1910). Trascorse i primi anni della sua vita a Hannibal, sulle rive dei Mississippi, che tanta parte riveste nell’immaginario americano e che tanto rappresentò nell'esistenza e nell’arte dello stesso Twain. Dopo un primo brusco ingresso, a dodici anni, nel mondo del lavoro come tipografo dodicenne, egli fu apprendista pilota lungo il fiume sul battello «Alex Scott», (1857-61). Seguì poi una breve parentesi militare all’inizio della guerra civile. Ma già l’anno seguente, nel 1862, egli iniziò, insieme al fratello Orion, la serie dei viaggi che avrebbero contribuito a fare di lui uno dei conferenzieri più applauditi del suo tempo. Poi, dopo una breve avventura come minatore e cercatore d’oro nel Nevada, Twain diede inizio ufficialmente alla sua carriera di giornalista che l’avrebbe portato a passare agilmente da un quotidiano a un altro e, come inviato speciale, da un continente a un altro. Nel 1865 fa il suo esordio letterario con il racconto umoristico La famosa rana saltatrice della contea di Calaveras (1865), in cui si dimostra capace di manipolare a suo piacere la tradizione orale della «frontiera», allo scopo di trasferirne sulla pagina tutti gli umori più acri ed eccessivi. Ma si consolida anche, con Gli innocenti all’estero, del 1869, la sua qualità di caricaturista sottile, in grado di fornire con pochi tratti uno spaccato dei luoghi comuni dell’americanità del suo tempo: dalla strenua fiducia nell’avvenire alla ricchezza come unico valore sul quale costruire l’esistenza. Il 1870 è l’anno del matrimonio con Olivia Langdon, dopo il quale egli si stabilisce a Hartford, nel Connecticut, per dimorarvi, tuttavia, solo nei rari momenti di sosta tra un giro di conferenze e l’altro. Nel 1873 pubblica L’età dell’oro, storia delle insensate speculazioni di un impudente colonnello sullo sfondo di una Washington dominata dall'intrigo e dalla corruzione. Ha inizio, immediatamente dopo, la grande stagione del realismo twainiano, che troverà espressione in due tra i suoi più famosi romanzi, Le avventure di Toni Sawyer (1876) e Le avventure di Huckleberry Finn (1884), in cui si narrano, come vuole il titolo, le avvincenti vicende di due ragazzi alle prese con i problemi giocosi o drammatici della loro età, e con le ansie profonde che sono anche quelle della nazione americana, attanagliata da problemi razziali, dall’incombere di un’assurda guerra civile e da laceranti divisioni di classe; vicende che, soprattutto nel caso di Huckleberry Finn, trascendono il loro stesso modello, che è poi quello picaresco, per farsi parabola sull’identità e viaggio di iniziazione. Analogamente, il «parlato» di Huck e tutto il prodigioso intreccio dei dialetti usati dagli altri personaggi si configurano subito, agli occhi dei lettori, come nuova lingua letteraria americana, specchio delle diverse sensibilità, età, condizioni sociali, di quell’America che ancora non aveva trovato espressione nella scrittura. Negli anni seguenti, poi, Twain sembra dividersi tra le sue varie figure di narratore: in Seguendo l'equatore (1897) continua la sua primigenia vocazione di straordinario cronista, intrapresa con Vita sul Mississopi (1883); in Uno yankee del Connecticut alla corte di Re Artù (1889) si proietta all’indietro in un mondo medievale, che, malgrado contraddizioni e conflitti, conserva principi etici che l’America fin-de-siècle sembra aver dimenticato. I suoi ultimi romanzi, Wilson lo zuccone (1894), L’uomo che corruppe Hadleyburg (1900) e il postumo e incompiuto Lo straniero misterioso (1916), scritti in anni segnati profondamente da tragici eventi familiari, rivelano apertamente quei profondi sintomi di disagio che già si potevano intravedere nella coscienza dei suoi personaggi più riusciti, dal ribelle Huck al saggio Jim. Artista lucidissimo, Mark Twain seppe fare, in definitiva, del modello picaresco uno strumento audace e flessibile di analisi sociale, e della lingua americana “parlata”, usata senza alcuna reticenza, il mezzo più idoneo a esprimere, nelle sue molteplici gradazioni e sfumature, la magmatica e ribollente vita civile dell’America del suo tempo. Joseph Rudyard Kipling, (Bombay 1865 – Londra 1936). Figlio di genitori inglesi, (il padre, letterato, critico d’arte ed etnologo dilettante, aveva ottenuto la direzione della scuola d’arte di Bombay) trascorse i primi sei anni della sua vita in India, dopodiché fu mandato in Inghilterra a studiare, prima presso un’anziana parente, ove visse lunghi anni di solitudine e infelicità, e poi presso lo United Services College di Westward Ho – anni che più tardi egli rievocò in diverse sue opere largamente venate di materiali autobiografici (vedi ad esempio: Stalky e C., 1896). Nel 1882 fece ritorno in India e da quel momento cominciò per lui una brillante carriera giornalistica che gli fece acquistare nel giro di pochi anni una grande notorietà anche grazie ad alcune raccolte di racconti ricchi di colore locale (Racconti semplici sulle colline, 1888) e ad alcune poesie incentrate sulla vita militare (Le ballate della caserma, 1890). Poi, nel 1891, egli fece ritorno in Inghilterra, ove si stabilì (è di questo periodo la pubblicazione del suo primo romanzo: La luce che si spense, 1891). Nel 1892 compì una serie di viaggi in Giappone, Stati Uniti, Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda, al termine dei quali, sposatosi, si trasferì per qualche anno in America, dove pubblicò due dei suoi libri più importanti (Il libro della giungla, 1894 e Il secondo libro della giungla, 1895, successivamente riuniti in un unico volume). Fu anche, qualche anno dopo, corrispondente in Sudafrica nella guerra contro i boeri, e nel 1907 gli fu conferito il premio Nobel per la letteratura. Maestro indiscusso dell’arte del racconto, genere in cui egli raggiunse probabilmente i suoi risultati più alti, Kipling è, d’altro canto, anche l’autore di alcune tra le più belle opere della letteratura per l’infanzia, opere non sempre di altissimo livello letterario (com’è, invece, il caso di Kim (1901), unanimemente riconosciuto come il suo capolavoro), ma comunque di fortissimo impatto emotivo (vedi ad esempio: Capitani coraggiosi, 1896; o Storie proprio così, 1901). I temi centrali della sua produzione – quali la relazione complessa e conflittuale tra indigeni e colonizzatori bianchi, la funzione civilizzatrice dei britannici e la memoria dell’antichissima civiltà indiana – nelle pagine delle sue opere sono analizzati e messi a fuoco nitidamente grazie alla spiccata sensibilità che egli nutriva nei confronti dei comportamenti sociali, con una particolare attenzione rivolta all’indagine del male, ovunque annidantesi, nel singolo individuo come nella più ampia cellula sociale. Dopo un breve periodo di relativa disattenzione nei confronti della sua opera, dal dopoguerra in avanti il suo nome è entrato a far parte di quella ristretta cerchia di scrittori che son universalmente considerati i classici moderni della letteratura mondiale. |
De Amicis: Cuore, Capuana: Scurpiddu
Illustrazioni di: Annamaria Galaverni XXV tavole a colori Il contenuto Cuore, il romanzo pubblicato da Edmondo De Amicis nel 1888, è un commovente e patetico diario che l’autore finge tenuto, durante l’anno scolastico 1881-82, da Enrico Bottini, un ragazzino di estrazione medio-borghese, che frequenta a Torino la terza elementare: sorta di registro morale in cui il coscienzioso giovane annota gli eventi quotidiani della sua vita, in primo luogo scolastica – tratteggiando le fisionomie fisiche e psicologiche dei suoi compagni di classe e delle le loro rispettive famiglie – ma anche civile – riportando casi e personaggi osservati nei più svariati momenti della vita cittadina –: quel che ne vien fuori è, così, un vero e proprio affresco sociale, che è ad un tempo “galleria” di figure formanti una vasta gamma di tipi umani esemplari ed, insieme, “cronaca” di fatti minuti ma carichi di un alto valore pedagogico, consistente, in estrema sintesi, nella filantropica esortazione a rispettare sempre e comunque la dignità di ogni uomo (una dignità che si afferma nel culto del lavoro e dell’onestà). Alle pagine del diario vero e proprio si intrecciano poi le pagine costituite dalle lettere di commento al diario scritte dai genitori di Enrico e dalla sorella, nonché quelle dei nove racconti – dettati (uno al mese) dal maestro di scuola agli scolari – che han per protagonisti ragazzi di diverse regioni d’Italia; racconti che, narrando vicende violentemente melodrammatiche, hanno lo scopo dichiarato di proporre modelli di bontà, coraggio, altruismo, patriottismo, dedizione alla famiglia e al lavoro: si va così, ad esempio, dal caso della “piccola vedetta lombarda”, che muore in guerra nell’adempimento del proprio dovere che è quello di spiare da un albero le mosse del nemico, a quello del piccolo genovese, protagonista di “Dagli Appennini alle Ande”, che riesce dopo innumerevoli peripezie, a ritrovare la madre emigrata in America; dal caso dell’eroico giovane protagonista di “Naufragio”, che cede il posto sulla scialuppa di salvataggio ad una bimba e muore travolto dalle onde, al “piccolo patriota padovano”, che rifiuta il denaro datogli da chi sparla del nostro paese. Non è però, ad essere sinceri, per il suo contenuto ideologico (basato sui valori laici elaborati dalla borghesia risorgimentale) che quest’opera è diventata, in breve tempo, il più celebre libro italiano per ragazzi dopo Pinocchio; né, tantomeno, per meriti stilistici particolari, limitandosi la sua lingua ad una vivace e cordiale comunicatività senza però raggiunger mai punte di alta espressività; quanto piuttosto per la sua ambientazione, la scuola, ben familiare a tutti i suoi lettori, e per l’iper-stilizzazione dei suoi personaggi principali, riconosciuti sempre più, col passar degli anni, proprio grazie alla loro eccessiva caratterizzazione unidimensionale, come veri e propri emblemi, sorta di “archetipi psicologici” di ciò che uno scolaro può essere una volta entrato in quel misterioso mondo che è racchiuso tra le mura scolastiche: da Garrone, simbolo dell’illimitata generosità, a Franti, simbolo dell’incorreggibile perfidia; da Votini, simbolo dell’invidia, a Nobis, simbolo della superbia. Scurpiddu, il romanzo breve pubblicato da Luigi Capuana nel 1898, racconta la storia di un ragazzino di nove anni, Scurpiddu per l’appunto, che fa il guardiano di tacchini nella masseria di padron Turi; quest’ultimo, infatti, un giorno l’ha trovato, lungo la strada, solo, lacero ed affamato, e ripensando al suo bambino morto lo ha preso con sé. Pur essendo orfano di padre – morto un giorno cadendo da un ulivo – e pur essendo stato abbandonato dalla madre, che durante un anno di carestia ha lasciato il paese senza più dar notizie di sé, egli, da quel momento, trascorre lunghi anni alla masseria, in un’atmosfera di serena tranquillità, fiduciosamente immerso in uno scenario idilliaco, circondato dalla compagnia e dall’affetto di tutti – a cominciare da Paola, una taccola che egli addomestica e che gli starà accanto per lungo tempo prima di volar via, un giorno, con le sue compagne selvatiche. E d’altro canto, l’affetto che tutti dimostrano verso Scurpiddu è ben meritato, vista l’indole dolce del ragazzino che, oltre ad ammaestrare i tacchini ed imitare il verso del cane, del gatto, o il mugghio dei buoi, sa anche, quand’è necessario, rendersi estremamente utile: come quando, ad esempio, divampa un incendio nella masseria ed è soltanto grazie al suo tempestivo allarme che essa può essere salvata. E così, si può dire che l’unico vero grande dolore che giunga a turbare la sua pacifica esistenza è quello provocato dalla morte della madre, la quale, torna sì, un giorno, alla masseria, ma troppo sfinita dal dolore e dagli stenti per riuscire a sopravvivere. Eppure, nonostante ciò, la svolta della sua vita non è affatto determinata dal dolore, ma piuttosto, ancora una volta, dalla meraviglia: accade infatti, durante una visita a Catania, che l’apparizione dei bersaglieri faccia nascere improvvisamente in lui l’ambizione di fare il soldato per girare il mondo; ed è così che a diciotto anni Scurpiddu si arruola volontario, e diventa Scaglio Gerolamo, nel 3° Reggimento bersaglieri della prima compagnia. Romanzo per l’infanzia di grande delicatezza stilistica, Scurpiddu si fa ricordare per le molte pagine in cui Capuana descrive i suoi amati paesaggi siciliani abitati da personaggi che egli delinea con connotati quasi fiabeschi, ma soprattutto per quel “culmine” di straziante drammaticità e di intensa tensione stilistica che corrisponde nel racconto alla descrizione del funerale della madre, in aperta campagna: con il feretro portato a spalla da quattro contadini e seguito dal prete e dal sagrestano sulle mule, con un grande ombrello aperto a proteggerli dal sole canicolare. Biografie degli autori Edmondo De Amicis, (Oneglia 1846 – Bordighera 1908). Intrapresa ancor giovanissimo la carriera militare, dopo aver partecipato alla campagna del 1866, abbandonò l’esercito per dedicarsi all’attività di giornalista, saggista e narratore. Nel 1891 aderì al socialismo, facendosi portavoce dell’atteggiamento filantropico della borghesia illuminata di fine secolo. Ottenne la fama con i bozzetti raccolti nel volume La vita militare (1868), cui seguirono colorite relazioni di viaggio, da Spagna (1873) a Ricordi di Parigi (1879). La sincera tensione morale della scrittura è l’elemento che ha fatto la fortuna della sua opera più celebre, Cuore (1886), che, tradotta in tutte le principali lingue dei mondo, dopo esser stata assai ammirata ai suoi tempi, è stato successivamente fatto oggetto di feroci stroncature, specialmente per quel tono di sdolcinato sentimentalismo che circola in ogni sua pagina, nonché per il contenuto ideologico, giudicato troppo celebrativo dei valori patriottici e sociali propagandati dall’Italia umbertina. Resta però il fatto che tale opera rappresentò per più generazioni di italiani una sorta di “codice della morale laica» post-risorgimentale. Attento ai valori dello stile, De Amicis intervenne inoltre anche nella delicata questione della lingua con il libro L’idioma gentile (1905), in cui postulò, sulla scia dell’esempio manzoniano, la necessità di un’ideale prosa media, “moderna e perfettamente italiana”. Fra le numerose altre sue opere, si possono infine qui ricordare: Romanzo di un maestro (1890), Amore e ginnastica (1892), La carrozza di tutti (1899), Sull’oceano (1899) e il postumo Primo maggio (1980). Luigi Capuana, (Mineo 1839 – Catania 1915). Narratore, giornalista, critico letterario e teatrale, visse a lungo a Mineo, dove fu eletto due volte sindaco, ma anche a Firenze, a Milano e a Roma; ritornò poi in Sicilia, dove insegnò lessicografia e stilistica nell’università di Catania. Del 1877 è il suo primo libro di narrativa, i romantici Profili di donne, che ben si inseriscono nel genere mondano passionale. Del 1879 è invece Giacinta, un romanzo tipicamente verista, successivamente rielaborato dall’autore per il teatro. Fra le altre sue opere, si possono qui ricordare: le fiabe, C’era una volta (1882); il romanzo Profumo (1891); i volumi di novelle Le appassionate (1893) e Le paesane (1894); le cronache drammatiche, Il teatro italiano contemporaneo (1872), nonché i saggi di critica letteraria raccolti in Studi sulla letteratura contemporanea (1880-82) e in «Ismi» contemporanei (1898). Considerato usualmente dalla critica come l’ideologo del verismo, seguace dei teorici del naturalismo francese (e di Zola in particolare) ma anche aperto agli influssi di uno psicologismo alla Bourget, Capuana affermò la necessità di dar vita a una nuova forma di romanzo, concepito come “documento umano”, e ritrasse, al pari degli altri veristi italiani, il mondo contadino e la realtà regionale, mirando ad approfondire lo studio psicologico dei personaggi che cercò di descrivere con metodo impersonale, vale a dire cercando di non interferire con il proprio pensiero individuale d’autore. Naturalmente, tutte le ambivalenze presenti in un siffatto programma, più teoricamente vagheggiato che praticamente realizzato, traspaiono in maniera lampante nel suo romanzo più noto, Il marchese di Roccaverdina (1901), dove si trovano a convivere, in bizzarra ma affascinante mescolanza, interessi realistici, tendenza alla ricerca psicologica sottile e gusto per il soprannaturale e il favoloso di impronta scapigliata. Di minor rilievo è, infine, la sua produzione teatrale, comprendente, oltre l’adattamento di Giacinta, numerosi testi in dialetto raccolti nei cinque volumi del Teatro dialettale siciliano (1911-21). |
Dickens: David Copperfield
Illustrazioni di: Lorena Chiuppi X tavole a colori Il contenuto David Copperfield, il romanzo pubblicato da Charles Dickens nel 1850, racconta per l’appunto la complessa parabola esistenziale di David Copperfield, a partire da un’infanzia che, presentatasi subito con il marchio della sventura (egli è orfano di padre), dopo una breve parentesi di felicità e spensieratezza accanto alla figura materna, torna ad assumere i neri connotati della disgrazia; connotati molteplici, tra l’altro: egli infatti, prima perde la madre; poi, privato d’ogni affetto, è costretto a subire la scuola del tirannico e manesco maestro Creakle; infine, è obbligato dal disumano patrigno ad un lavoro avvilente nel magazzino Murdstone & Grinby di Londra, dove trascorre i suoi giorni in una condizione di miseria e desolazione. Giunto al culmine della disperazione, decide allora di fuggire a piedi e in questo modo raggiunge Dover, dove una sua eccentrica parente, la zia Betsey, accetta di occuparsi di lui; ed è proprio grazie al suo intervento e alle sue cure che il destino di David sfuggirà, da qui in avanti, allo stimma della malasorte per trasformarsi rapidamente in un cammino, sì lento, faticoso e accidentato, ma punteggiato anche di soddisfazioni e gratificazioni personali: così infatti, dal momento in cui la zia provvederà alla sua educazione (mandandolo a Canterbury, in casa del suo avvocato, Wickfield, padre di Agnes, una fanciulla dolce e buona), a David capiterà, in successione, prima di far pratica nello studio legale Splenlow e Jorkins e poi, più tardi, di sposare, una volta divenuto cronista parlamentare nonché letterato di fama, l’amabile e infantile Dora Splenlow (che purtroppo morirà, però, dopo pochi anni di matrimonio). Ed è a questo punto che egli, forse proprio perché di nuovo afflitto e solo, si troverà istintivamente a rivolgere la propria attenzione verso Agnes, scoprendo in lei le virtù più straordinarie: l’amore, l’altruismo, un’inestinguibile fiducia nel prossimo ed, infine, un’angelica bontà. Tutte virtù, queste, che finiscono per riverberar la loro luce sull’intera opera, la quale, pensata dal suo autore come un’autobiografia, se, da una parte, è indubbiamente felice nella descrizione dell’infanzia, dei suoi amori e delle sue angosce, dei suoi sgomenti e delle sue letizie, nondimeno, dall’altra, resta pur sempre capace di commuovere il lettore anche quando s’inoltra nella descrizione dei complessi, ipocriti, egoistici rapporti tra gli adulti, giungendo spesso, anche in questo caso, a travolgere le resistenze emotive del lettore e a stordirlo con pagine di intenso sentimentalismo, di asciutta tragedia, di violento melodramma, e a volte, perfino, di irresistibile e un po’ perfido humor nero. E, d’altro canto, se si dovesse cercare il segreto del fascino di questo stupefacente romanzo, si potrebbe forse in qualche modo individuarlo proprio nel fatto che in esso, in mezzo alle tante pagine dedicate da Dickens, con la solita impareggiabile acutezza e maestria, alla mostruosità e alla malvagità dell’anima umana, per una volta almeno, riesce pure a lampeggiare, sia pur per barlumi, il profilo più difficile da catturare per qualsivoglia scrittore: quello impalpabile e a volte incandescente, scandaloso e a volte ridicolo, del bene creaturale. Biografia dell’autore Charles Dickens, (Portsmouth 1812 – Gad’s Hill 1870). Figlio di una famiglia piccolo borghese oppressa dai debiti (nel 1824 il padre finì per questa ragione in carcere), fu costretto a interrompere gli studi ancora adolescente per andare a lavorare per sei mesi in una fabbrica di lucido per scarpe (un’esperienza, questa, di così intensa e precoce umiliazione ed abbandono, da divenir nella sua opera elemento traumatico più volte rivissuto sulla pagina). Dopo un’istruzione alquanto sommaria, fu commesso in uno studio legale, cronista e successivamente collaboratore di giornali umoristici finché, all’età di ventisei anni, divenne improvvisamente uno scrittore di successo con la pubblicazione de Il circolo Pickwick (1836-37): capolavoro dell’umorismo, gremito fino all’inverosimile di una folla di personaggi ricchi di bizzarria e umanità, dai quali il lettore può trarre l’immagine idealizzata e nostalgica di un’Inghilterra eccentrica e cordiale, ancora solidale nonostante le già emergenti divisioni di classe. Ma quest'immagine risulta già capovolta in Oliver Twist (1837-38), terrifica storia di un orfano, prima segregato in un ospizio per mendicanti e poi, successivamente, gettato dalla sventura nel mondo della malavita. Dopo Nicholas Nickleby (1838-39) e il racconto grottesco La bottega dell'antiquario (1840), Dickens scrisse Barnaby Rudge (1841), romanzo «storico» sull'insurrezione anticattolica nota col nome di Gordon Riots, avvenuta a Londra nel 1780. L'America del 1842 è la relazione su un viaggio negli Stati Uniti, che ispirò a Dickens anche il romanzo Martin Chuzzlewit (1843-44): entrambe le opere riflettono l’amara delusione di Dickens, il quale aveva sperato di trovare attuati nella giovane democrazia americana i suoi ideali di libertà e di giustizia. Dal 1843 al 1848 apparvero i popolarissimi Racconti di Natale. Al soggiorno di un anno in Italia si riferiscono invece le Impressioni d’Italia (1846). Tra Dombey e figlio (1847-48) e Casa desolata (1852-53), due romanzi di forte impegno sociale, Dickens scrisse David Copperfield (1849-50), uno dei suoi libri più fortunati. In Tempi difficili (1854) l’analisi sociale di Dickens investe invece il proletariato industriale, lo sfruttamento economico e la crudeltà delle istituzioni, temi, questi, che tornano anche in La piccola Dorritt (1857-58) e Grandi speranze (1860-61), nei quali avviene anche un notevole approfondimento della psicologia dei personaggi. Nel 1859 era uscito Le due città e nel 1864-65 vede la luce Il nostro comune amico, che è forse, in assoluto, il romanzo più complesso e disperato di Dickens, l’opera in cui le sue ultime illusioni sulla missione progressiva della classe borghese sono venute meno, ed anche il proletariato, per elevarsi alla condizione della borghesia, ha assunto le stesse caratteristiche di ipocrisia e di durezza. L’analisi psicologica, poi, si fa ancor più sottile in Il mistero di Edwin Drood, un romanzo «poliziesco» rimasto incompiuto nel quale Dickens esplora il conflitto tra il bene e il male nell’animo di un singolo uomo. Scrittore di immensa popolarità, Dickens ha però sempre avuto, d’altra parte, una fortuna critica alquanto discontinua e altalenante nei suoi giudizi, e non sono mai mancate, accanto ad aperti elogi della sua multiforme e stratificata opera, le riserve più o meno ampie della critica accademica, volte a stigmatizzare molto spesso più i difetti (vale a dire, a volte, la mancanza di misura, gli errori di gusto, gli eccessi patetici e moralistici) che i pregi dei suoi libri (quali l’inesausta vitalità inventiva e l’esuberante forza persuasiva della sua scrittura sempre pronta a cimentarsi con i generi più diversi, dal racconto di fantasmi a quello poliziesco, dalla storia umoristica alla satira feroce di costume); pregi che fan di lui, senza alcun dubbio, il maggior narratore inglese dell’Ottocento e tra i massimi di ogni paese, il creatore, tra l’altro, di una nuova forma letteraria, il romanzo sociale, nel quale fuse e sviluppò i due grandi filoni della narrativa inglese antecedente: quello della tradizione picaresca di Defoe, Fielding e Smollett e quello della tradizione sentimentale di Goldsmith e Sterne. |
Verga: Mastro Don Gesualdo
Illustrazioni di: Annamaria Galaverni XXIV tavole a colori Il contenuto Mastro don Gesualdo, il romanzo pubblicato da Giovanni Verga nel 1889, ha al centro delle sue trame la tragica figura di un muratore di Vizzini (paesino agricolo nei pressi di Catania), il quale, divenuto ricco a forza di lavoro e sacrifici, accecato da uno smodato desiderio che internamente lo consuma di promozione sociale, si unisce in matrimonio con l’enigmatica Bianca Trao, che appartiene a una famiglia di nobili economicamente spiantati ed è compromessa da un rapporto con il cugino Niní Rubiera. Il nuovo legame con il mondo aristocratico costringe pian piano Gesualdo a rompere ogni relazione con il suo vecchio ambiente sociale (ad esempio, con la fedelissima serva-amante Diodata e con lo stesso padre) senza che la sua posizione sia peraltro mai veramente riconosciuta da quel mondo aristocratico così attaccato alle proprie convenzioni, che in lui vede soltanto un parvenu. Nessuna gioia viene a Gesualdo nemmeno dal rapporto con la figlia Isabella, che in realtà potrebbe essere frutto del rapporto di Bianca col cugino Rubiera: la bambina, inafferrabile e ostile, viene dapprima educata in collegio e poi, divenuta donna, avvia un rapporto compromettente con un lontano cugino, coperto da un altro matrimonio di convenienza con l’anziano e squattrinato duca di Leyra, in seguito al quale ella si trasferisce a Palermo. Le ricchezze di Gesualdo vengono così ben presto scialacquate dal genero, mentre la figlia duchessa si vergogna di lui (padre putativo) e delle sue umili origini. Morta la moglie Bianca, sempre più solo con se stesso, vecchio, malato e oramai cosciente della vanità della sua lunga lotta per la «roba», egli è così costretto ad affidarsi all’ospitalità della figlia, a Palermo. E nel gelido palazzo di costei (che gli si mostra, come sempre, impenetrabile e astiosa) il romanzo si conclude con la scena maestosa e terrificante della sua morte in completa solitudine, relegato in una stanzetta, tra l’indifferenza e il fastidio della servitù. Tutta la rappresentazione converge, dunque, sul protagonista e sulla dimensione economica della sua esistenza, che ha in sé qualcosa di eroico e fatale: Gesualdo è infatti, ad un tempo, un eroe della «roba», vale a dire l’incarnazione della forza umana che accumula, ed un “vinto”, vittima delle proprie ambizioni sbagliate alle quali ha sacrificato, vanamente, tutto. Né la condanna morale s’attenua quando si scruta a fondo la folla di personaggi, minori o maggiori, che lo attorniano: dappertutto, in ogni situazione e in ogni episodio, in un’orizzonte come claustrofobico e carico di tensione inesplosa, spietati conflitti, momenti di una guerra senza tregua e senza sbocco, in cui si prolunga ininterrottamente la feroce ostilità, nonché la diffidenza e la falsità di fondo che dominano, in questa storia, ogni aspetto dell’esistenza. L’impassibile realismo di Verga delinea così, in questo romanzo, in uno stile scabro ed essenziale che fa della narrazione un’agghiacciante registrazione oggettiva della realtà, un ritratto assolutamente impietoso del cosiddetto consesso civile, mostrando con tragica potenza come nessun valore autentico sia minimamente praticabile in un mondo nel quale la fa da padrone il sordo rancore ed assoluta vige una legge di egoismo cieco, che blocca sul nascere ogni vitale comunicazione, anestetizzando nell’animo di ogni personaggio qualsivoglia sentimento. Biografia dell’autore Giovanni Verga, (Catania 1840 – 1922). Nato da famiglia di nobili origini e di tradizioni liberali, crebbe alla scuola di Antonino Abate, esponente di una letteratura civile di ascendenza byroniana e guerazziana. La sua prima prova romanzesca Amore e patria (1856-57, inedito), trabocca di enfasi patriottica. L’esordio pubblico avvenne nel 1861 con I carbonari della montagna, una storia macchinosa e goffa ambientata nella Calabria dei primi moti carbonari, ma che riflette motivazioni etiche e politiche dello scrittore ventenne, arruolatosi durante l'impresa garibaldina nella guardia nazionale. Stessi difetti ha Sulle lagune (1863), che chiude la trilogia catanese d’ispirazione patriottica ma nel quale si possono già cogliere i primi segni di un passaggio dal romanticismo eroico a quello passionale che è ben documentato dalla sostituzione della figura dell’artista a quella dell’eroe nei successivi romanzi. Una peccatrice (1866) narra, infatti, l’avventura di un giovane scrittore esordiente, con ovvii anche se velati riferimenti autobiografici. L’opera che di colpo gli diede la notorietà fu Storia d’una capinera (1871) in cui al motivo manzoniano della monacazione forzata si unisce la struggente confessione di un amore impossibile che condanna alla follia e alla morte. Intanto, trasferitosi nel 1869 a Firenze, Verga aveva avuto modo di conoscere l’ambiente letterario della città. Poi, nel 1872 si stabilì a Milano, entrando in relazione con scrittori quali A. Boito e G. Giacosa e frequentando i ritrovi letterari della città. Le opere di quegli anni hanno uno schema simile a Una peccatrice: in Eva (1873) si consuma il tema dell’artista vittima dell’amore e della società, nel quale sono ravvisabili influenze della scapigliatura, mentre nel dittico Eros (1874) e Tigre reale (1875) l’obiettivo si sposta sull’eroe della mondanità. Nel 1874, però, Verga aveva anche pubblicato il «bozzetto siciliano» Nedda, in cui la parsimonia dei mezzi stilistici adibiti alla rappresentazione e la scelta di un argomento umile come la vicenda di una misera raccoglitrice di olive siciliana, inaugurano una nuova maniera, che trova compiuta espressione nei Malavoglia (1881), primo di una progettata serie di cinque romanzi (il ciclo dei Vinti). Nei Malavoglia sono chiari i cardini della nuova concezione veristica di Verga: da una parte l’individuazione di un punto di vista che consenta al narratore di calarsi nei fatti, lasciando che questi si producano da sé come per una fioritura naturale, cancellando la presenza dell’autore; dall’altra, il progetto di tipo balzachiano e zoliano del ciclo. Evitando di dar voce direttamente alle proprio reazioni etiche, ideologiche, affettive, lo scrittore persegue così l’obiettivo di orchestrare la materia sull’intonazione di una voce narrante che sappia restituire l’elementarità e insieme l’eloquenza del parlato, calando il lettore nel ritmo naturale del vissuto. Verga si immerge in tal modo nel mondo sociale di Aci Trezza, nella semplice e insieme conflittuale comunità di pescatori che ruota attorno ai protagonisti, i Toscano detti i Malavoglia, e si confronta con i miti di quell’umanità elementare. Negli stessi anni, poi, egli scrive anche alcune delle sue novelle più riuscite: la serie di Vita dei campi (1880), che comprende un’anticipazione di tono colloquiale dei motivi dei romanzo Fantasticheria, ed è dedicata ai «primitivi» (La lupa, Jeli il pastore) e ai dannati della terra (Rosso Malpelo), e la serie delle Novelle rusticane (1883), dove la materia si articola in un contesto di rapporti storico-sociali ed economici più evoluti, ma anche fortemente drammatici (Libertà) e ossessivi (Malaria, La roba). Alla maniera mondana e sentimentale va invece ricondotto il romanzo Il marito di Elena (1882), mentre le altre raccolte di novelle, Per le vie (1883), Vagabondaggio (1887), I ricordi del capitano d'Arce (1891), Don Candeloro e C.i (1894), attingono pure a una vena populista. Dalle novelle inoltre Verga traeva drammi: nel 1894 il grande successo di Cavalleria Rusticana inaugurava il verismo a teatro in quella tipica veste regionale tanto cara al repertorio di fine secolo. Minore fu la fortuna di altri drammi: In portineria (1885); La lupa (1896), iscritta però duraturamente nel repertorio passionale delle grandi attrici; Caccia al lupo (1901); Caccia alla volpe (1901). Del 1889 è il suo secondo capolavoro, Mastro don Gesualdo, già pubblicato in rivista l’anno precedente, ma con varianti significative. L’impianto narrativo, più ampio che nei Malavoglia, è quello di un romanzo di costume in cui il montaggio degli episodi è per successione di quadri, ognuno dei quali svolge un tema, senza che lo scrittore, fedele alla poetica dell’impersonalità, intervenga mai direttamente. Con Mastro don Gesualdo il dittico narrativo fondato sui due miti sociali della famiglia e della roba si era realizzato, lasciando però sospesa l’attuazione del grande ciclo dei Vinti: il successivo romanzo La duchessa di Leyra rimase incompiuto, mentre gli altri due previsti (L’onorevole Scipioni e L’uomo di lusso) non furono mai nemmeno iniziati. All’estrema attività dello scrittore appartengono invece un altro romanzo, Dal tuo al mio (1906), sarcastica e amara parabola dei conflitti sociali adattato subito dopo per il teatro, e alcune novelle. Gli ultimi anni Verga li trascorse a Catania, chiuso in uno scontroso e tenace riserbo. Ma, d’altro canto, la critica aveva già da tempo riconosciuto la sua assoluta grandezza di innovatore e il suo altissimo magistero d’artista. |
Hugo: I miserabili
Illustrazioni di: Carlo Cattaneo XXV tavole a colori Il contenuto I miserabili, il romanzo-fiume pubblicato da Victor Hugo nel 1862, sono una grandiosa e immensa epopea in prosa imperniata sulla parabola di ribellione e redenzione di Jean Valjean, un povero bracciante che della vita conosce soltanto le miserie, il quale, dopo esser stato condannato dalla legge per un furto irrisorio di pane a scontare una spropositata quantità di anni di galera (che aumentano anche per le sue ripetute, tentate evasioni), ormai indurito e incattivito nell’animo per l’ingiustizia subita, una volta uscito dalla prigione, viene, per così dire, toccato dalla Grazia, per via di un atto di straordinaria carità e umanità che gli usa Monsignor Myriel, vescovo di Digne, il quale, pur derubato da Valjean di due candelabri d’argento, non lo denunzia ma anzi testimonia in suo favore presso i gendarmi. Profondamente colpito da tanta generosità, da questo momento fino alla fine dei suoi giorni, Valjean, pur sempre braccato dal sagace commissario di polizia Javert e perciò costretto molto spesso a cambiar identità e domicilio, muterà vita, distinguendosi per un’innumerevole serie di gesti altruistici, di azioni caritatevoli e animate da un profondo senso della giustizia e del rispetto umano, tra le quali, solo per far qualche esempio, non si può non ricordare l’amorevole tutela posta sulla piccola Cosette, che egli adotterà come propria figlia e alleverà fino a vederla sposa felice, o la libertà generosamente concessa proprio al suo nemico e persecutore di sempre, Javert, condannato a morte dagli insorti durante i moti del 1832 come spia. Intorno a lui e alla sua vicenda, brulica poi tutta la Parigi dei «miserabili», che altri non sono se non le vittime di un ordinamento sociale ingiusto, tutti quegli umili e derelitti che son rimasti stritolati dagli ingranaggi della macchina civile; e, in questo senso, l’opera, che attinge ad una documentazione immensa e dettagliatissima, s’offre anche, indubbiamente, alla lettura, come un affascinante spaccato della storia sociale della Francia dalla Restaurazione a Luigi Filippo, e come un assai fedele specchio del disagio delle classi lavoratrici nei primi anni della monarchia «borghese» di Luigi Filippo d'Orléans, salito al trono con la Rivoluzione del luglio dei 1830. Impressionante labirinto narrativo di straordinario vigore fantastico ed anticonformista, suggestivo capolavoro romantico tutto primi piani e chiaroscuri, con colpi di scena drammatici e un senso del realismo portentoso, questo romanzo è anche, in conclusione, un’inesauribile galleria di ritratti di personaggi, maggiori o minori, che ruotano tutti attorno alla figura del protagonista; personaggi memorabili (quali, ad esempio, la povera Fantine, madre di Cosette, o il torvo Thénardier, o l’idealista Marius, o ancora l’allegro e vitalissimo monello Gavroche) che non mancheranno di affascinare e commuovere il lettore che ad essi si voglia accompagnare. Biografia dell’autore Victor Hugo, (Besançon 1802 – Parigi 1885). Figlio di un ufficiale dell’esercito, viaggiò al seguito del padre, in Italia, Corsica e Spagna. Si rivelò molto precocemente come talento poetico, vero e proprio «enfant prodige» letterario, e all’età di vent’anni era già, per così dire, il vate dei Borboni. Proprio del 1822 è infatti la pubblicazione della sua prima raccolta di Odi e poesie varie. In quegli stessi anni, sposò Adèle Foucher, amata sin dai tempi dell’adolescenza. Così, per sovvenire alle necessità della sua famiglia, produsse romanzi, Han d’Islande (1823), Nuove odi (1824) e articoli. Il riavvicinamento al padre, ex-generale napoleonico, preluse a scelte capitali: nasceva in lui il capo della scuola romantica. Il nuovo indirizzo è avvertibile già in Bug Jargal, romanzo su una rivolta dei negri di San Domingo, e nelle Odi e ballate (1826), in cui la figura di Napoleone è per la prima volta evocata. Ma la scelta decisiva si espresse in un testo teatrale, il Cromwell (1827), primo dramma storico romantico (la cui Prefazione contiene un tentativo di definizione del gusto dell’uomo moderno per il dramma, genere fondato sui contrasti, sulla compresenza di comico, tragico e grottesco) in cui Hugo adotta un verso nuovo, aperto alle libere risorse della prosa. Lo sperimentalismo è alla radice delle opere di questo periodo. La sua passione per l’oriente e per pittori come Delacroix trovò riscontro nella sua produzione degli anni 1825-28 e sfociò nella pubblicazione di Le Orientali (1828). Nel 1829 pubblicò l’opuscolo Gli ultimi giorni di un condannato a morte, in cui il problema della pena capitale è punto di partenza di una dottrina morale che nel socialismo utopistico trova già i primi supporti. Anche il teatro si apre alla riflessione politico-storica con Marion Delorme (1829), proibita dalla censura; e contro il teatro istituzionale, destinato alla ripetizione dei classici, Hugo promosse la battaglia di Ernani (1830), che segnò l’espugnazione del feudo conservatore della Comédie-Française da parte di tutta una generazione di romantici. Il 1830 fu per Hugo un anno ricco di eventi: colpo di stato di Luigi Filippo, cui pare aderisse; raffreddamento dei rapporti coniugali; inizio della redazione di Notre-Dame de Paris, pubblicata l’anno successivo: storia di una creatura bellissima, contesa da un gobbo e da un prete innamorato, che ruota intorno alla presenza viva di una cattedrale al centro di Parigi (segreta intenzione dell’opera era, infatti, quella di far scoprire ai lettori l’anima “vibrante” nei monumenti della città). Scoprendosi poi poeta-evocatore, capace di attingere ispirazione da qualsivoglia materiale, Hugo si produsse in due nuove raccolte: Foglie d’autunno (1831) e Canti del crepuscolo (1835), in cui s’alternano contenuti autobiografici e politici. Il teatro, s’arricchì di Il re si diverte (1832), la cui versione operistica sarà il Rigoletto di Verdi, Lucrezia Borgia (1833), Angelo, tiranno di Padova (1835), Ruy Blas (1838). Sempre più forte si faceva, intanto, la vocazione del poeta morale: in Claude Gueux (1834), il tragitto di un uomo dalla miseria alla ghigliottina diviene amara riflessione su una società produttrice di poveri e divoratrice di vittime innocenti. L’amore per Juliette Drouet, conseguenza della crisi coniugale, trovò posto accanto alla rielaborazione della tematica retorico-letterana. Le voci interiori (1837) e I raggi e le ombre (1840) mostrano come il linguaggio possa farsi facilmente in Hugo riscrittura della vita del poeta e fondamento di una morale sociale. Ogni avvenimento trova in Hugo un registro libero e puntuale: il ritorno delle ceneri di Napoleone sarà seguito dalla raccolta di poesie Il ritorno dell’Imperatore (1840); il viaggio sul Reno con Juliette sarà trascritto in una relazione accompagnata da disegni, nel libro Il Reno (1842). La morte della figlia e il fiasco de I burgravi (1842) sono indicati, di solito, come una cesura nella vita di Hugo e la causa del suo abbandono della poesia. In realtà, la carriera politica era al centro delle sue attenzioni, al pari dell’attività di accademico e pari di Francia. Il pensiero politico e sociale di Hugo si trovò così ben presto a confronto con la prova storica dei 1848. Le esitazioni, al sorgere della nuova repubblica, si sciolsero solo di fronte alla presidenza di Napoleone III e ben presto il suo rifiuto del regime si trasformò in aperta rivolta. Così, egli andò in esilio prima in Belgio, poi a Jersey e a Guernesey. Lontano dalla Francia, ridicolizzò l'imperatore in Napoleone il piccolo (1852) e appoggiò, finanziandoli, esuli e patrioti repubblicani. Nei Castighi (1853) la violenza del suo verbo risponde alla violenza del dittatore. L’opera dei Castighi continua nelle Contemplazioni (1856), in cui la sua scrittura si fa espressione morale della vita interiore, suo recupero memoriale e suo innalzamento in una dimensione mitica. Nel 1862 pubblicò I miserabili (1962) e l’accoglienza fatta al romanzo fu trionfale, e ciò non a caso: poiché essi rappresentavano il modello di quella che era la visione del mondo di un vastissimo strato di lettori, che nello spiritualismo di Hugo trovarono un punto di riferimento per la loro condotta morale e nella sua fantasia riconobbero i fantasmi della loro stessa immaginazione. Nel 1866 Hugo amplificò ancor di più il suo messaggio con I lavoratori del mare, opera ricca di immagini fantastiche e surreali, in cui la condizione proletaria diventa sempre più condizione romanzesca e lo scrittore si trova sempre più alla prova con la fatalità delle cose (il mare, la natura) e con la fatalità onnipresente del cuore umano. L’esilio, a cui Hugo si riteneva definitivamente condannato, ebbe improvvisamente fine nel 1870. Con la caduta di Napoleone III, lo scrittore rientrò trionfalmente a Parigi. La Comune, e la repressione che la seguì, divennero materia di storia e di mito in L’anno terribile (1872), proprio mentre la Francia conservatrice ne faceva oggetto di denigrazione. La rivoluzione dei comunardi ispirò poi indirettamente anche la creazione di un nuovo romanzo, Il novantatré (1874), centrato sulla rivoluzione francese e sulla repressione in Vandea, alla quale aveva preso parte suo padre. Hugo non tralasciò la poesia fino alla morte. Nel 1883 portò a termine, infatti, l’opera poetica a cui lavorava da decenni, La leggenda dei secoli, in cui la storia è assunta come immensa epopea mitologica attraverso una potente trasfigurazione simbolica, riccamente nutrita di allusioni metafisiche e religiose, sottintesi culturali, e magnificamente risolta in versi dalle straordinarie risorse verbali e ritmiche e dal possente impianto fantastico e visionario. Ed è proprio a queste qualità letterarie di Hugo che si deve, nonostante le fasi di declino della sua fama, una larga parte della sua indiscussa modernità. |
Dostojevskij: Delitto e castigo
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Indici e Percorsi di lettura
Fiabe, saghe e leggende, romanzi epici, racconti fantastici, misteri, sfide impossibili, ma anche episodi del quotidiano, percorsi dell’anima e grandi passioni.
In un’unica collana, composta da 40 volumi, con le illustrazioni di importanti artisti contemporanei, un’ampia e ragionata raccolta di capolavori classici e contemporanei della letteratura di tutto il mondo, espressamente studiata per accompagnare negli anni la crescita intellettuale dei bambini e dei ragazzi, e per riscoprire, da adulti, le radici della fantasia e della cultura.
L'opera
Le fiabe, i miti, i racconti, i romanzi: l’arte incantata del raccontare viene proposta ai giovani lettori, attraverso una solida selezione di grandi opere letterarie, classici senza tempo in grado di avvincere la mente e il cuore di lettori di ogni età; avvicinando bambini e ragazzi alle ricchezze inesauribili della lettura, ma aiutando anche gli adulti a scoprire o riscoprire un piacere senza tempo. Attraverso la letteratura, si raccontano complesse verità sull’anima; le vicende narrative, intessute delle più diverse esperienze e delle mille sfaccettature della vita sono il mezzo attraverso cui l’uomo esprime la sua sapienza istintiva e razionale delle cose del mondo, e tramanda un messaggio di vitalità e di speranza da una generazione all’altra.
La Mia Prima Biblioteca, è una proposta editoriale estremamente articolata che racchiude grandi opere della letteratura, classici di tutti i tempi e lavori di autori contemporanei ormai consacrati dalla critica e da un largo consenso di pubblico.
La Mia Prima Biblioteca si articola in quattro sezioni tematiche: il Sogno, La Fantasia, L’Avventura, La Vita. Ognuna di queste sezioni è costituita da dieci volumi in cui sono raccolte opere scelte in modo da soddisfare bisogni e capacità di comprensione di giovani lettori appartenenti a diverse fasce di età: (da sette anni all’età adulta). L’attenzione per le diverse fasce di età è presente in tutte le scelte de La Mia Prima Biblioteca: la grafica (i testi per i più piccoli utilizzano un corpo molto grande per facilitarne la lettura), le illustrazioni (sempre coerenti con il senso estetico e del colore delle diverse età), le traduzioni (tengono sempre conto delle diverse capacità di comprensione e della ricchezza del vocabolario di ogni età). Di grande importanza la veste grafica ed editoriale, studiata per avvicinare i giovani lettori al gusto del bel libro e, attraverso illustrazioni di mano di artisti e illustratori di altissimo livello, al piacere dell’arte e dell’immagine. Un 41° volume dedicato ai genitori si propone come guida e accompagnamento alla lettura dei singoli volumi, approfondendo le motivazioni educative e pedagogiche dell’Opera, perché il momento della lettura diventi un momento d’incontro fra adulti e ragazzi.
Illustrazioni
Da sempre parole e immagini hanno camminato su binari paralleli. L’uomo comunica con quello che vede e i pensieri stessi non sono che il tentativo di dare dei contorni visibili alle idee. Nella narrazione, lo scrittore lavora con le immagini per dare vita a un mondo che prima non esisteva. Così ogni frase, ogni termine che leggiamo ci concede il tempo di mettere a punto un luogo, scegliere un colore, un’atmosfera o persino le caratteristiche fisiche di un personaggio. È questo che porta gli scrittori a comporre accurate descrizioni e a lasciare segnali che consentano al lettore di costruire un proprio cammino. In molti casi l’incontro tra scrittura e immagine ha fatto nascere interessanti esperimenti; pittori, incisori, illustratori, si sono di volta in volta misurati con le parole, nella difficile arte di tradurle in qualcosa di concretamente “visibile”; avvicinandosi al mondo evocato con una narrazione nella narrazione.
Artisti e illustratori
Vittorio Apperti
Storie di animali di Jean de La Fontaine
Ugo Attardi
Don Chisciotte della Mancha di Miguel de Cervantes
Giuseppe CascianiSogno di una notte di mezza estate, La tempesta, La dodicesima notte, Racconto d’inverno di William Shakespeare
Walter Casiraghi
Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne, Viaggi meravigliosi per mari e per monti del barone di Münchhausen di G. A. Bürger, Le prodigiose avventure di Tartarino di Tarascona e Tartarino sulle Alpi di Alphonse Daudet, La guerra dei mondi e La macchina del tempo di H. G. Wells, La fine dell’eternità e Cronache della galassia di Isaac Asimov
Attilio Cassinelli
Fiabe italiane
Carlo Cattaneo
Racconti di E.A. Poe, Racconti notturni di E. T. A. Hoffmann, I miserabili di Victor Hugo
Lorena Chiuppi
David Copperfield di Charles Dickens
Bruno D’Arcevia
Capitani coraggiosi e Kim di Rudyard Kipling
Alessandro Ferraro
Le avventure di Tom Sawyer di Mark Twain, Tifone di Joseph Conrad
Paola FormicaAlice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio di Lewis Carrol, Il mago di Oz di L. F. Baum, Le avventure di Pinocchio, Pipì o lo scimmiottino color di rosa e Giannettino di C. Collodi, I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift
Annamaria Galaverni
Mastro Don Gesualdo di Giovanni Verga, Il giornalino di Gian Burrasca e Ciondolino di Vamba, Cuore di Edmondo de Amicis, Scurpiddu di Luigi Capuana, Delitto e castigo di F. Dostoevskij, Il castello di Otranto di H. Walpole, Frankenstein di Mary Shelley, Lo strano caso del Dottor Jekyll e di Mister Hide di Louis Stevenson
Luigi Ghersi
Moby Dick o la balena di Hermann Melville
Elena GiorgioPiccole donne di Louisa May Alcott, Storie proprio così per bambini di Rudyard Kipling, Bambi di Felix Salten, Il giardino segreto e Il piccolo Lord di F. H. Burnett
Nino la Barbera
Peter Pan nei giardini di Kensington e Peter Pan e Wendi di G. M. Barrie
Felice Ludovisi
Fiabe orientali
Claudio Monteleone
I tre moschettieri di Alexandre Dumas, Il romanzo di Sigfrido, I cavalieri di re Artù e Parsifal a cura di Diego Valeri, Il richiamo della foresta e Zanna bianca di Jack London, I misteri della jungla nera di Emilio Salgari, L’ultimo dei Mohicani di J. F. Cooper
Anna Mucciarelli
Ivanhoe di Walter Scott
Franco Mulas
Robinson Crusoe di Daniel Defoe
Maria Alessandra Scandella
Le avventure di Cipollino, Gelsomino nel paese dei bugiardi e La freccia azzurra di Gianni Rodari, I libri della giungla di Rudyard Kipling, Heidi di Johanna Spyri, Fiabe europee
Medhat ShafikQuo vadis di H. Sienkiewicz e Ben Hur di Lewis Wallace
Fiorello Tosoni
Il giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne, L’isola del tesoro di R. L. Stevenson
Piano dell'opera
- Andersen, Grimm, Perrault, Wilde: Fiabe europee
- C. Collodi: Le avventure di Pinocchio
- La Fontaine: Storie di animali
- Rodari: Le avventure di Cipollino
- Fiabe orientali: Le mille e una notte
- Barrie: Peter Pan nei giardini di Kensington
- Basile, Straparola, Nerucci, Zanazzo: Fiabe italiane
- Diego Valeri : Il romanzo di Sigfrido, I cavalieri di Re Artù, Parsifal
- Shakespeare: Sogno di una notte di mezza estate. La tempesta. La dodicesima notte. Racconto d’inverno.
- Cervantes: Don Chisciotte della Mancha
- Salten: Bambi, una storia della foresta. Kipling: Storie proprio così per bambini
- Kipling: I libri della giungla
- Carroll: Alice nel paese delle meraviglie. Attraverso lo specchio. Baum: Il mago di Oz
- Bürger: Viaggi meravigliosi per mari e per monti del Barone di Münchhausen. Daudet: Le prodigiose avventure di Tartarino di Tarascona. Tartarino sulle Alpi
- Swift: I viaggi di Gulliver
- Verne: 20.000 leghe sotto i mari
- Walpole: Il castello di Otranto. Shelley: Frankenstein. Stevenson: Lo strano caso del Dr. Jeckill e Mr. Hyde
- Wells: La guerra dei mondi, La macchina del tempo
- Asimov: Cronache della galassia, La fine dell’eternità
- Poe: Racconti. Hoffmann: Racconti notturni
- Defoe: Robinson Crusoe
- London: Il Richiamo della foresta. Zanna Bianca
- Verne: Il giro del mondo in ottanta giorni. Stevenson: L’isola del tesoro
- Kipling: Kim, Conrad: Tifone
- Scott: Ivanhoe
- Salgari: I misteri della jungla nera
- Dumas: I tre Moschettieri
- Cooper: L’ultimo dei Mohicani
- Sienkiewicz: Quo Vadis, Wallace: Ben Hur
- Melville: Moby Dick
- Spyri: Heidi
- Burnett: Il giardino segreto. Il piccolo Lord
- Vamba: Il giornalino di Gian Burrasca. Ciondolino
- Twain: Le avventure di Tom Sawyer. Kipling: Capitani coraggiosi
- De Amicis: Cuore, Capuana: Scurpiddu
- Dickens: David Copperfield
- Verga: Mastro Don Gesualdo
- Hugo: I miserabili
- Dostojevskij: Delitto e castigo
- Indici e Percorsi di lettura
