De Balneis Puteolanis

Come attestato e garantito nel Colofon, il facsimile riproduce fedelmente tutte le caratteristiche dell’originaleFormato cm 15,7 x 19,626 carte comprendenti 18 pagine miniate e 20 pagine di testoCarta speciale per codici lisciataI vari fogli sono intercalati da carta pergamina trasparenteStampa realizzata con retinatura non convenzionale a 6 colori con passaggio di doratura a caldoCopertina in pergamena, con capitelli in seta Tiratura in soli 1.200 esemplari numerati
De Balneis PuteolanisMs. 1474 - Biblioteca Angelica, RomaReminiscenze classiche e suggestioni della fantasia medievale, in un racconto che procede per parole ed immagini miniate, si fondono in un codice del XIII secolo dedicato al "Sol Mundi" Federico II.Una splendida testimonianza di quell’amore per scienza e bellezza coltivato alla corte del grande imperatore svevo.
Il De balneis Puteolanis è un trattato in forma di poema composto tra il 1211 e il 1221 da Pietro da Eboli – letterato presso la corte normanna e poi passato a quella sveva – che celebra le proprietà delle acque termo-minerali della zona tra Napoli, Pozzuoli e Baia, ed è dedicato a Federico II di Svevia.Il poema attesta l’importanza della pratica della balneoterapia nella medicina medievale, con riferimenti alla terminologia scientifica e al costume di vita che vi gravitava attorno. L’uso del bagno termale risale a periodi molto antichi. I romani ne stimavano le proprietà curative e, per soddisfarne la richiesta terapeutica, avevano creato diverse strutture che, dopo un periodo di oblio, dal 1200 in poi ripresero ad essere usate con regolarità. La frequentazione delle terme in età medievale implicava l’impiego di terapie elaborate che, allo stesso tempo, concedevano ampio spazio al rilassamento e allo svago. Nonostante in alcuni casi, come nella stazione di Pozzuoli nel XIII secolo, si usasse porre dei cartelli davanti ad ogni vasca per segnalare le proprietà curative delle fonti, la maggior parte dei malati, in larga misura agiati, ricorrevano alla consulenza di un medico. Vi era persino una vasta e accreditata letteratura specializzata, manuali che descrivevano l’insieme delle sorgenti italiane, con informazioni di ogni tipo, che riprendevano precetti di antichi medici come Galeno, Avicenna e Ippocrate. Il trattamento termale, che durava generalmente tre settimane, aveva luogo principalmente in primavera o in autunno, al riparo dagli eccessi del clima. Il bagno era alla base di ogni cura: nei primi giorni si cominciava con pochi minuti di immersione, per prolungare il tempo man mano che il paziente si abituava al calore delle acque, e vi si associava una serie di prescrizioni dietetiche e igieniche basate, per la maggior parte, sui principi tradizionali codificati dal Regimen Sanitatis della Scuola Medica Salernitana.Il codice 1474 della Biblioteca Angelica di Roma è un esemplare eccellente di produzione libraria di lusso, di carattere scientifico-divulgativo; perduto l’originale di mano di Pietro da Eboli, si tratta della copia più antica a noi giunta del De balneis Puteolanis.. I dati paleografici (la scrittura è una gotica italiana meridionale), uniti a quelli stilistici delle miniature, concorrono a far datare il volumetto alla fine degli anni Cinquanta del 1200 e ad attribuirlo ad una bottega napoletana. Risale dunque all’epoca di Manfredi (1232-1266), figlio di Federico II e, rispetto ai 35 epigrammi della versione originale, ne riporta solo diciotto che descrivono altrettanti "bagni" termali con le virtù attribuite ad ogni tipo di acqua; ciascun componimento è accompagnato da una miniatura a piena pagina, che illustra e amplifica il contenuto del testo. Il racconto figurato introduce una propria dimensione narrativa, mediata da allusioni a miti classici o a leggende medievali che emergono tra le righe dei componimenti e accentuata dalla mancanza di un riferimento più esplicito alle patologie e alle terapie che appaiono, brevemente, espresse in forma poetica. Dedicato a Federico II che apprezzava molto l’idroterapia e la pratica quotidiana del bagno, nel poema di Pietro da Eboli è possibile rintracciare diverse suggestioni. Tutto il lavoro appare, innanzitutto, imbevuto di classicismo. Traspare il tentativo, da parte dell’autore, di un recupero archeologico delle antiche strutture termali, di quelle maestose rovine che la tradizione medievale legava a miti e divinità pagane, e gli stessi epigrammi sono il frutto della conoscenza degli antichi testi medici di Galeno (II secolo d.C.) e Oribasio di Pergamo (IV secolo d.C.), oltre che delle iscrizioni latine presenti negli stabilimenti flegrei. Un riferimento adeguato per un testo dedicato a Federico II e alla sua corte che, com’è noto, diedero gran peso al ritorno alla classicità e, insieme, allo sviluppo della cultura letteraria e scientifica. L’Imperatore, particolarmente interessato alle scienze naturali, fu promotore della pubblicazione di numerose opere di varia materia scientifica, di cui volle assai curato anche l’aspetto estetico ed ornamentale.Dalla qualità delle immagini e dal registro stilistico usato, il miniatore del codice della Biblioteca Angelica sembra essere stato un artista operante nell’ambito dei soggetti sacri. E ciò ben si confà alle vivaci scene che illustrano un testo come il De balneis Puteolanis, se pensiamo che la mitologia popolare medievale associava alle località termali, fra acque sulfuree e vapori, addirittura l’immagine inquietante del Purgatorio.Dal momento in cui apparve, il De balneis ebbe un grande successo editoriale: se ne conoscono almeno 20 copie eseguite fra i secoli XIII e XIV, numerose edizioni a stampa quattrocentesche, oltre a volgarizzamenti in italiano e in francese.
L’ambiente culturale, la prestigiosa committenza, la personalità di un colto imperatore, la figura del dotto autore del trattato in forma di componimento poetico, la qualità e la scelta iconografica delle scene miniate che formano il corredo illustrativo del manoscritto.Per addentrarsi con competenza nella storia lontana di questa antica opera è necessaria una guida autorevole. Le ipotesi e le certezze documentate sul codice della Biblioteca Angelica De balneis Puteolanis sono state così raccolte in un volume di commento per accompagnare il facsimile.Curato da Silvia Maddalo, esperta di Conservazione dei Beni Culturali, il commentario analizza dettagliatamente una materia ricca ed affascinante, esponendola in un linguaggio chiaro e godibilissimo.Caratteristiche:Formato cm 15,7 x 19,6210 pagine ca. stampate su carta Grifo vergata avorioTesto in tre lingue: italiano, inglese, tedescoCopertina rigida rivestita in tela con dorso in pelleI volumi sono contenuti in un elegante cofanetto trasparente che permette di custodirli ed esporli insieme.
Alla biblioteca del convento romano di Sant’Agostino, il vescovo agostiniano Angelo Rocca (1546-1620) affidò la sua imponente raccolta di 20.000 volumi. Volle inoltre che la Biblioteca avesse una sede prestigiosa, proprie rendite, un regolamento e che fosse aperta a tutti, senza limiti di censo, cosa assolutamente innovativa per l’epoca. Al Vescovo, scrittore erudito e appassionato collezionista di edizioni pregiate, venne intitolata l’istituzione. Il prestigio della Biblioteca Angelica aumentò nel tempo e, insieme, si accrebbe la collezione di volumi.Durante il periodo delle controversie religiose, fra Riforma e Controriforma, la presenza nel convento dei principali sostenitori del pensiero agostiniano fece sì che nella Biblioteca si costituisse un fondo ancor oggi indispensabile agli studi su quella materia. Le vicende dei frati agostiniani in Angelica terminarono nel 1873, quando la Biblioteca passò allo Stato italiano. Oggi dipende dal Ministero per i Beni Culturali e Ambientali.Tra le sezioni speciali della Biblioteca Angelica, il fondo antico comprende più di 100.000 volumi editi dal XV al XVIII secolo; circa 24.000 documenti sciolti e 2.700 volumi formano il fondo dei manoscritti (il De balneis Puteolanis è da considerarsi fra quelli di maggior pregio); oltre 1.100 gli incunaboli, fra i quali il De Oratore di Cicerone, il primo libro stampato in Italia, a Subiaco, nel 1465, e un esemplare della prima edizione della Divina Commedia (Foligno, 1472); di grande valore sono anche le circa 5.000 cinquecentine, tra queste la prima edizione dell’Orlando Furioso (Ferrara 1521).
Nato per accogliere e tramandare la memoria degli uomini, il libro così come oggi lo conosciamo è il risultato di un lungo processo di evoluzione durante il quale, per secoli prima del rivoluzionario avvento della stampa, è stato letteralmente "costruito" a mano in ogni suo elemento e il suo contenuto diligentemente trascritto, lettera per lettera, grazie al lavoro paziente dei copisti.Il vero antenato del nostro libro moderno è il codex, un assemblaggio di "pagine" riunite in fascicoli cuciti assieme, il cui uso si generalizza all’incirca dal IV secolo d.C. e il cui successo è legato all’impiego della pergamena, derivante dalla lavorazione delle pelli di animali quali il montone, il vitello o la capra e che resterà per oltre un millennio, fino all’arrivo della carta nel XIV secolo, la materia prima prediletta per la realizzazione del libro manoscritto. Durante tutto l’alto medioevo solo negli scriptoria ecclesiastici si produssero volumi manoscritti, soprattutto di cultura religiosa: la Bibbia con diversi commentari, i testi liturgici, le vite dei Santi, le opere dei Padri della Chiesa, ed ancora trattati di morale, ma anche un buon numero di autori classici, Aristotele, Platone, Plinio il Vecchio, Cicerone. Sul finire del XII secolo, la rinascita delle città, dei rapporti economico-sociali e il conseguente affermarsi di una nuova borghesia crearono una nuova e più massiccia domanda di cultura e di libri, la produzione dei quali uscì dall’ambito dei monasteri per dar vita a nuove corporazioni di scrivani e librai. Il mondo laico aveva diverse esigenze, oltre ai testi devozionali richiedeva opere di ogni genere, dalla filosofia alla matematica, dall’astronomia al diritto, ma anche i primi romanzi cavallereschi o gli affascinanti racconti di viaggio.Fra Trecento e Quattrocento, i Signori saranno fra i maggiori acquirenti di libri manoscritti, iniziando a collezionare volumi spesso riccamente miniati, destinati a formare le prime biblioteche aristocratiche e di Stato.La realizzazione di un manoscritto era un’operazione complessa che richiedeva lunghi tempi di lavorazione. La pergamena era un materiale costoso, talvolta raro; inoltre, per confezionare un codice di medie dimensioni, di pelli ne occorrevano parecchie. La pelle veniva immersa in bagni di acqua e calce, cosparsa di un gesso che ne assorbiva ogni residuo di grasso, stesa su un telaio per farla asciugare e seccare al sole e, infine, raschiata per eliminare ogni impurità. Una levigatura con pietra pomice serviva a renderla più sottile e liscia possibile, atta a ricevere gli inchiostri. Dopo questo trattamento, si ritagliava in fogli rettangolari a loro volta piegati a formare fascicoli, solitamente formati da quattro fogli. Terminata la scrittura e l’eventuale decorazione, i fascicoli venivano cuciti fra loro e protetti da una coperta fatta di assicelle di legno rivestite di pelle e rifinita con borchie e fermagli o, secondo la sontuosità del volume, ornata di oro, argento e persino pietre preziose. Del lavoro di scrittura si occupavano uno o solitamente più scribi, in età medievale quasi sempre monaci e monache che lavoravano sotto la supervisione di un magister, spesso anche bibliotecario. Lo scriptorium, dove i manoscritti venivano copiati, decorati e rilegati e dove il lavoro ferveva per molte ore al giorno, era solitamente una sala apposita del monastero, normalmente attigua alla biblioteca. Seduto su una panca, con un leggio di fronte dove appoggiare l’originale, il copista si serviva di semplici strumenti: un calamaio di argilla o di corno contenente l’inchiostro per la scrittura, la penna d’oca tagliata in punta secondo le necessità della grafia, una riga di legno ed uno stilo a mina di piombo per tracciare la rigatura e costruire la "gabbia" di scrittura. Eventuali errori durante la copiatura del testo venivano grattati via delicatamente con una sottile lama affilata. La decorazione - cornici, iniziali ornate, capoversi - era opera di specialisti in grado di stendere, oltre ai delicati colori vegetali, anche la polvere e la foglia d’oro per i particolari più preziosi.Per le scene miniate, spesso interveniva un artista che spesso poteva anche essere un laico di chiara fama. Il termine miniatura deriva dal "minium" nome che nell’età classica indicava il cinabro (solfuro rosso di mercurio) con cui si usava dipingere di rosso le iniziali dei codici decorati. Dall’XI secolo, si usò anche il termine "alluminare", cioè dare l’allume, riferendosi alle lacche ottenute per reazione chimica dalla combinazione di pigmenti vegetali o minerali con l’allume di rocca. Un codice manoscritto era dunque un oggetto particolarmente prezioso, spesso un vero capolavoro d’arte, che per lunghi secoli intere generazioni di artefici hanno pazientemente plasmato per garantire ai posteri la conservazione e la trasmissione del sapere.

Legatoria

La legatoria nei secoli ha seguito lo sviluppo dell’arte del libro. In Italia lavorano maestri artigiani che usano ancora oggi la tecnica della legatoria manuale tradizionale, nata come vera e propria arte tra il 1500 e 1700, realizzando raffinate legature frutto di una tradizione consolidata.

Scopri il mestiere dell'arte
Ti potrebbe interessare anche