Codice Oliveriano I

Come attestato e garantito nel Colofon, il facsimile riproduce fedelmente tutte le caratteristiche dell’originaleFormato cm 17,5 x 24,5194 carteCopertina in pelle di colore rosso con fregi dorati sui piani e sul dorsoCarta speciale, inalterabile nel tempoStampa realizzata con retinatura non convenzionale a 9 colori (quadricromia, due colori complementari per la colorazione della carta e altri tre per le miniature: oro in polvere, fissaggio di vernice, oro in lamina trasferito a caldo)Profilatura delle pagine fedele all’originale Cucitura e legatura eseguite a manoCapitelli in cordaTiratura numerata e limitata a 1.000 esemplari
Codice Oliveriano IMs. I - Biblioteca Oliveriana, PesaroCommissionato da un ignoto e colto personaggio di fine Quattrocento, il prezioso codice e` un piccolo, raffinato gioiello nel panorama dei libri di devozione privata. Un frammento di una vicenda personale che si illumina, poco a poco, sfogliandone le pagine, alla luce della storia e dell’arte.
Nel tardo Quattrocento, quando ormai la produzione del libro a stampa andava prendendo sempre più piede e trovando una sua precisa autonomia, l’arte del manoscritto miniato era tuttavia ancora viva e fiorente. Il Codice Oliveriano I costituisce una testimonianza di quest’epoca "di transizione". Ignoto il committente e l’occasione per cui fu richiesto, ignoto anche lo scriptorium o il laboratorio dove fu realizzato, è solo da un’attenta analisi di ogni elemento intrinseco che del Codice Oliveriano I è stato possibile definire una probabile vicenda e collocarlo in un ambiente culturale. Numerato come primo nella sezione manoscritti della Biblioteca di Pesaro, è un volume membranaceo, composto da 194 carte vergate in una scrittura gotica su due colonne e impreziosito da miniature a piena pagina, fregi, piccole scene incorniciate, iniziali filigranate, ornate o istoriate, splendide nella vivezza dei colori e delle dorature. Rivestito da una coperta in marocchino rosso scuro con impressioni in oro, conserva i piatti, il dorso e le risguardie di una legatura settecentesca.Il volume si apre con un Kalendarium che riporta, per ogni giorno dell’anno, la corrispondente festività liturgica o la commemorazione di un santo. Ad ogni mese è dedicata una doppia pagina illustrata da scene ispirate alla vita quotidiana: le attività appropriate a una data stagione e i lavori che si svolgono nella campagna. Non è presente la figurazione delle costellazioni che solitamente completa le pagine dei calendari, sostituita in questo caso dal semplice segno zodiacale. Scorrono così dodici vivaci "quadri" in miniatura, ciascuno dei quali riporta una legenda esplicativa: da Gennaio dove si brinda e si banchetta, passando per Maggio che risveglia la natura e l’amore, via via per Agosto che vede legare i covoni del raccolto, per finire con Dicembre, quando si prepara la riserva di carne per l’inverno, solo per citarne alcuni.Segue una sezione scientifica contenente computi ecclesiastici, calcoli astronomici e tabelle relative all’uso del precedente Calendario, cui si aggiungono alcune norme sanitarie e pratiche mediche, con l’indicazione di quale sia la stagione più conveniente per effettuarle. Iniziano quindi le sezioni di argomento religioso che formano la parte più consistente del codice. Vi sono raccolti Salmi ed Inni Sacri, la presenza congiunta dei quali è una delle particolarità rilevanti dell’Oliveriano I, che rientra perciò in quella ristretta categoria che è stata definita dei "salteri-innari".Il codice ha avuto una genesi complessa. Le due sezioni dei Salmi e degli Inni nascono, infatti, originariamente separate: hanno pagine di aspetto diverso, con delle grafie differenti, sono numerate diversamente. Un carattere piuttosto evidente, però, le accomuna, costituito dagli splendidi fregi e dalle iniziali miniate che sono identici per tipologia e fattura in entrambe le sezioni. Dunque, si può affermare che, quando i due manoscritti vennero accorpati per formare il codice, si sentì l’esigenza di dargli una certa unitarietà d’insieme attraverso l’ornamentazione. Più di uno scriba concorse, in più anni, alla lavorazione del Codice Oliveriano I, lo si evince dalle differenze nella tracciatura dei caratteri gotici della scrittura, differenze che l’analisi paleografica ha fatto comunque risalire ad un unico ambiente dalla stessa educazione scrittoria. Ma quando e dove avvenne questa intricata vicenda? Per quanto riguarda la datazione, è nelle stesse pagine del codice che si rintracciano dei termini utili. Alla carta 148 recto, alla fine dei Salmi, il copista appose un colofon in versi nel quale lamenta la dura fatica del suo lavoro e, cosa per noi essenziale, segna la data di questo suo intervento al 1476. Di queste date originali ve ne sono altre tre nel corpo del codice, la più tarda delle quali è il 1480, ultimo termine di datazione.Per quanto riguarda, invece, la provenienza geografica, ci è di aiuto il Calendario nel quale abbondano festività in onore di santi commemorati in culti locali. Ciò costituisce una buona indicazione per stabilire nella Boemia la regione di provenienza del nostro codice. L’apparato ornamentale contribuisce, infine, a supportare questa indicazione. Vi si riscontrano elementi formali e iconografici che rivelano sorprendenti analogie con altri codici di ambiente boemo.I pittori che curarono l’apparato decorativo e le scene miniate del Codice Oliveriano I guardarono infatti, come a dei modelli, ai ricchi codici prodotti negli atelier della corte praghese, ma anche ad un celeberrimo capolavoro della miniatura: le Très Riches Heures du Duc de Berry realizzato per il fratello di Carlo V di Francia, entro il 1416, dai fratelli Limbourg.Rimangono però del tutto oscuri i dettagli circa la committenza. È però certo che il codice non fu mai adoperato per un uso liturgico. Appartenne invece alla sfera di libri di pietà privata: Salmi, Inni ed Orazioni che ogni buon cristiano doveva conoscere e recitare, accompagnati da un Calendario corredato da tutti i dati per l’utilizzo, oltre a quegli altri argomenti che il proprietario del codice, probabilmente un uomo di scienza, doveva reputare di una grande importanza.
Solo l’ausilio di una guida rigorosa e dettagliata rende possibile addentrarsi fra le pagine del Codice Oliveriano I per ricostruirne le vicende storiche. È per questo che al facsimile si unisce un volumetto di commento, che si rivela in questo senso uno strumento indispensabile. Aperto dalla presentazione di Antonio Brancati, Direttore della Biblioteca Oliveriana, il Commentario riporta due saggi di grande spessore tecnico e documentario, ad opera dei massimi esperti, Luisa Miglio e Cristoph Eggenberger.Ogni elemento del codice viene accuratamente analizzato: l’aspetto esteriore, la scrittura, i contenuti, l’apparato ornamentale e iconografico, per condurci a scoprire quel particolare momento storico e quell’ambiente culturale che hanno dato vita a questo piccolo gioiello.Caratteristiche:Formato cm 18 x 24,7105 pagine ca. Carta Grifo vergata avorioLegatura in mezza pergamena e specchi in carta stampataRisguardie in carta Grifo avorioUn elegante contenitore-espositore permette di custodire insieme il Codice e il Commentario
Tra il 1756 e il 1787, l’illustre archeologo e storico pesarese Annibale degli Abbati Olivieri Giordani, donò alla sua città la sua imponente raccolta di rare edizioni, manoscritti e pergamene (oltre ad una collezione di oggetti antichi e di raro materiale archeologico e numismatico), che andarono a costituire il primo, consistente nucleo della Biblioteca Oliveriana di Pesaro, degna di essere annoverata tra le più ragguardevoli delle Marche. Dispone, infatti, di oltre 2.000 pergamene, di più di 2.000 manoscritti spesso dotati di splendide miniature, e di oltre 300.000 volumi, tra cui 356 incunaboli e alcune migliaia di cinquecentine.Tra le pergamene oliveriane, le più antiche delle quali sono del XIII secolo, bisogna citare la grande carta nautica nota come "mappamondo di Pesaro", databile tra 1508 e 1510, e considerata dagli esperti uno dei documenti cartografici più preziosi pervenuti fino a noi. Tra gli incunaboli, il più prezioso è la Hipnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna, edita in Venezia da Aldo Manuzio nel 1499, una delle più belle tra quante videro la luce in Italia durante tutto il Rinascimento. Tra le cinquecentine, un numero consistente è costituito da quelle uscite dalla tipografia di Girolamo Soncino che, agli inizi del XVI secolo, portò l’arte della stampa a Fano e a Pesaro.Il CommentarioFormato cm 18 x 24,7105 pagine ca. Carta Grifo vergata avorioLegatura in mezza pergamena e specchi in carta stampataRisguardie in carta Grifo avorio
Nato per accogliere e tramandare la memoria degli uomini, il libro così come oggi lo conosciamo è il risultato di un lungo processo di evoluzione durante il quale, per secoli prima del rivoluzionario avvento della stampa, è stato letteralmente "costruito" a mano in ogni suo elemento e il suo contenuto diligentemente trascritto, lettera per lettera, grazie al lavoro paziente dei copisti.Il vero antenato del nostro libro moderno è il codex, un assemblaggio di "pagine" riunite in fascicoli cuciti assieme, il cui uso si generalizza all’incirca dal IV secolo d.C. e il cui successo è legato all’impiego della pergamena, derivante dalla lavorazione delle pelli di animali quali il montone, il vitello o la capra e che resterà per oltre un millennio, fino all’arrivo della carta nel XIV secolo, la materia prima prediletta per la realizzazione del libro manoscritto. Durante tutto l’alto medioevo solo negli scriptoria ecclesiastici si produssero volumi manoscritti, soprattutto di cultura religiosa: la Bibbia con diversi commentari, i testi liturgici, le vite dei Santi, le opere dei Padri della Chiesa, ed ancora trattati di morale, ma anche un buon numero di autori classici, Aristotele, Platone, Plinio il Vecchio, Cicerone. Sul finire del XII secolo, la rinascita delle città, dei rapporti economico-sociali e il conseguente affermarsi di una nuova borghesia crearono una nuova e più massiccia domanda di cultura e di libri, la produzione dei quali uscì dall’ambito dei monasteri per dar vita a nuove corporazioni di scrivani e librai. Il mondo laico aveva diverse esigenze, oltre ai testi devozionali richiedeva opere di ogni genere, dalla filosofia alla matematica, dall’astronomia al diritto, ma anche i primi romanzi cavallereschi o gli affascinanti racconti di viaggio.Fra Trecento e Quattrocento, i Signori saranno fra i maggiori acquirenti di libri manoscritti, iniziando a collezionare volumi spesso riccamente miniati, destinati a formare le prime biblioteche aristocratiche e di Stato. La realizzazione di un manoscritto era un’operazione complessa che richiedeva lunghi tempi di lavorazione. La pergamena era un materiale costoso, talvolta raro; inoltre, per confezionare un codice di medie dimensioni, di pelli ne occorrevano parecchie. La pelle veniva immersa in bagni di acqua e calce, cosparsa di un gesso che ne assorbiva ogni residuo di grasso, stesa su un telaio per farla asciugare e seccare al sole e, infine, raschiata per eliminare ogni impurità.Una levigatura con pietra pomice serviva a renderla più sottile e liscia possibile, atta a ricevere gli inchiostri. Dopo questo trattamento, si ritagliava in fogli rettangolari a loro volta piegati a formare fascicoli, solitamente formati da quattro fogli. Terminata la scrittura e l’eventuale decorazione, i fascicoli venivano cuciti fra loro e protetti da una coperta fatta di assicelle di legno rivestite di pelle e rifinita con borchie e fermagli o, secondo la sontuosità del volume, ornata di oro, argento e persino pietre preziose.Del lavoro di scrittura si occupavano uno o solitamente più scribi, in età medievale quasi sempre monaci e monache che lavoravano sotto la supervisione di un magister, spesso anche bibliotecario. Lo scriptorium, dove i manoscritti venivano copiati, decorati e rilegati e dove il lavoro ferveva per molte ore al giorno, era solitamente una sala apposita del monastero, normalmente attigua alla biblioteca. Seduto su una panca, con un leggio di fronte dove appoggiare l’originale, il copista si serviva di semplici strumenti: un calamaio di argilla o di corno contenente l’inchiostro per la scrittura, la penna d’oca tagliata in punta secondo le necessità della grafia, una riga di legno ed uno stilo a mina di piombo per tracciare la rigatura e costruire la "gabbia" di scrittura. Eventuali errori durante la copiatura del testo venivano grattati via delicatamente con una sottile lama affilata. La decorazione - cornici, iniziali ornate, capoversi - era opera di specialisti in grado di stendere, oltre ai delicati colori vegetali, anche la polvere e la foglia d’oro per i particolari più preziosi.Per le scene miniate, spesso interveniva un artista che spesso poteva anche essere un laico di chiara fama. Il termine miniatura deriva dal "minium" nome che nell’età classica indicava il cinabro (solfuro rosso di mercurio) con cui si usava dipingere di rosso le iniziali dei codici decorati. Dall’XI secolo, si usò anche il termine "alluminare", cioè dare l’allume, riferendosi alle lacche ottenute per reazione chimica dalla combinazione di pigmenti vegetali o minerali con l’allume di rocca. Un codice manoscritto era dunque un oggetto particolarmente prezioso, spesso un vero capolavoro d’arte, che per lunghi secoli intere generazioni di artefici hanno pazientemente plasmato per garantire ai posteri la conservazione e la trasmissione del sapere.

Legatoria

La legatoria nei secoli ha seguito lo sviluppo dell’arte del libro. In Italia lavorano maestri artigiani che usano ancora oggi la tecnica della legatoria manuale tradizionale, nata come vera e propria arte tra il 1500 e 1700, realizzando raffinate legature frutto di una tradizione consolidata.

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