Columella – De Re Rustica

Formato cm 21,5x28,5 219 carte n. 14 miniature Carta speciale inalterabile nel tempo Profilatura delle pagine fedele all’originale Legatura in pergamena con capitelli di corda Cucitura e legatura eseguite a mano Stampa realizzata con resinatura non convenzionale, a 6 colori e con impressioni di oro a caldo e in serigrafia Tiratura limitata a 500 esemplari numerati con numeri arabi e 30 esemplari con numerazione romana riservati alle istituzioni Il CommentarioA cura di Patrizia FormicaUn’elegante contenitore in forma di libro permette di custodire insieme il Codice e il Commentario
Columella - De Re Rustica Codice E 39 – Biblioteca Vallicelliana – Roma ll più completo trattato sull’agricoltura d’età romana composto da Lucio Giunio Moderato Columella, scrittore e proprietario terriero del I secolo d.c., è rimasto per secoli un caposaldo degli studi di agronomia. Riscritto in un codice rinascimentale di raffinatissima fattura, oggi rivive attraverso questa altrettanto preziosa edizione in facsimile. Una pergamena di qualità superiore accoglie gli eleganti caratteri di una scrittura "umanistica". La sobrietà delle pagine si illumina nelle vivaci scene miniate che aprono ogni capitolo e, come sfondo alle grandi iniziali in foglia d’oro, quadretti minutamente realizzati descrivono il lavoro dei campi in ogni sua attività.
Il codice E 39 contenente il De re rustica di Lucio Giunio Moderato Columella è uno dei tesori più preziosi custoditi dalla Biblioteca Vallicelliana di Roma. Dell’autore, trattatista del I secolo d.C. nato in Spagna e più tardi stabilitosi in Italia, non si hanno molte notizie. Il manoscritto vallicelliano E 39 è stato prodotto in Italia Centrale (probabilmente a Firenze) nella prima metà del XV secolo, è costituito da 219 carte, tutte di pergamena di altissima qualità, bianca, sottile e levigatissima e contiene i XII libri del De re rustica di L. Giunio Moderato Columella con una variante testuale, infatti, tra il libro II e il libro III si frappone il testo del De arboribus (unico libro superstite di un trattato precedentemente redatto dall’autore e dedicato ad Eprio Marcello). Non si trovano né nel manoscritto né in altre fonti inventariali in possesso della Biblioteca Vallicelliana tracce del percorso che ha portato questo splendido manufatto ad arricchire il patrimonio bibliografico della Congregazione filippina di Roma. L’unico elemento che possa rimandare ad un precedente possessore è la presenza di uno stemma sormontato dalla tiara pontificia lungo la cornice esterna di c. 1. Purtroppo lo stemma, per ragioni ignote, è stato ricoperto da un velo di colore azzurro. Al di sotto del colore aggiunto, si può intravedere il tronco della quercia aurea che campeggia nello stemma di Papa Sisto IV della Rovere, del quale si conosce il grande interesse di bibliofilo e che potrebbe esserne il committente. Nulla può confermarsi a riguardo, tranne che, alle origini del manoscritto vallicelliano, c’è la volontà di un committente d’eccezionale importanza, e questo rende ragione anche dello splendido apparato decorativo che fa del codice un unicum. La decorazione del manoscritto ha da sempre attirato l’attenzione degli storici dell’arte: già nel 1950 il codice fu esposto nella mostra Trésors des bibliothéques d’Italie organizzata dalla Biblioteca Nazionale di Parigi; fece poi una seconda apparizione nella Mostra storica nazionale della miniatura tenutasi a Roma nel 1953; infine è stato scelto anche per l’esposizione Vedere i classici, tenutasi presso la Biblioteca Apostolica Vaticana nel 1996.Si ipotizza un’origine fiorentina del codice, come sembrano dimostrare le miniature del frontespizio, dove è raffigurato l’autore con una cornice di bianchi girari, e quelle di tutte le iniziali ornate che si trovano all’inizio i ciascun libro; in esse l’immagine è autonoma dalla struttura della lettera che serve solo da cornice all’illustrazione.Il miniatore si muove sempre con il preciso intento di far sì che l’illustrazione esplichi il contenuto del libro, il che ci fa credere che egli, prima di essere sensibile costruttore di immagini, sia lettore colto ed attento. Le scene agresti miniate nelle iniziali sono riferite puntualmente al contenuto del testo che accompagnano, dal podere ideale, all’aratura, la cultura della vite, l’allevamento del bestiame fini all’apicultura e alla produzione dell’olio.
Il Facsimile è accompagnato da un volume di commento con saggi di Patrizia Formica, funzionario della Biblioteca Vallicelliana.
L’originale è conservato nella Biblioteca Vallicelliana, Piazza della Chiesa Nuova 18 – Roma.
Nato per accogliere e tramandare la memoria degli uomini, il libro così come oggi lo conosciamo è il risultato di un lungo processo di evoluzione durante il quale, per secoli prima del rivoluzionario avvento della stampa, è stato letteralmente "costruito" a mano in ogni suo elemento e il suo contenuto diligentemente trascritto, lettera per lettera, grazie al lavoro paziente dei copisti.Il vero antenato del nostro libro moderno è il codex, un assemblaggio di "pagine" riunite in fascicoli cuciti assieme, il cui uso si generalizza all’incirca dal IV secolo d.C. e il cui successo è legato all’impiego della pergamena, derivante dalla lavorazione delle pelli di animali quali il montone, il vitello o la capra e che resterà per oltre un millennio, fino all’arrivo della carta nel XIV secolo, la materia prima prediletta per la realizzazione del libro manoscritto. Durante tutto l’alto medioevo solo negli scriptoria ecclesiastici si produssero volumi manoscritti, soprattutto di cultura religiosa: la Bibbia con diversi commentari, i testi liturgici, le vite dei Santi, le opere dei Padri della Chiesa, ed ancora trattati di morale, ma anche un buon numero di autori classici, Aristotele, Platone, Plinio il Vecchio, Cicerone. Sul finire del XII secolo, la rinascita delle città, dei rapporti economico-sociali e il conseguente affermarsi di una nuova borghesia crearono una nuova e più massiccia domanda di cultura e di libri, la produzione dei quali uscì dall’ambito dei monasteri per dar vita a nuove corporazioni di scrivani e librai. Il mondo laico aveva diverse esigenze, oltre ai testi devozionali richiedeva opere di ogni genere, dalla filosofia alla matematica, dall’astronomia al diritto, ma anche i primi romanzi cavallereschi o gli affascinanti racconti di viaggio.Fra Trecento e Quattrocento, i Signori saranno fra i maggiori acquirenti di libri manoscritti, iniziando a collezionare volumi spesso riccamente miniati, destinati a formare le prime biblioteche aristocratiche e di Stato. La realizzazione di un manoscritto era un’operazione complessa che richiedeva lunghi tempi di lavorazione. La pergamena era un materiale costoso, talvolta raro; inoltre, per confezionare un codice di medie dimensioni, di pelli ne occorrevano parecchie. La pelle veniva immersa in bagni di acqua e calce, cosparsa di un gesso che ne assorbiva ogni residuo di grasso, stesa su un telaio per farla asciugare e seccare al sole e, infine, raschiata per eliminare ogni impurità. Una levigatura con pietra pomice serviva a renderla più sottile e liscia possibile, atta a ricevere gli inchiostri. Dopo questo trattamento, si ritagliava in fogli rettangolari a loro volta piegati a formare fascicoli, solitamente formati da quattro fogli. Terminata la scrittura e l’eventuale decorazione, i fascicoli venivano cuciti fra loro e protetti da una coperta fatta di assicelle di legno rivestite di pelle e rifinita con borchie e fermagli o, secondo la sontuosità del volume, ornata di oro, argento e persino pietre preziose. Del lavoro di scrittura si occupavano uno o solitamente più scribi, in età medievale quasi sempre monaci e monache che lavoravano sotto la supervisione di un magister, spesso anche bibliotecario. Lo scriptorium, dove i manoscritti venivano copiati, decorati e rilegati e dove il lavoro ferveva per molte ore al giorno, era solitamente una sala apposita del monastero, normalmente attigua alla biblioteca. Seduto su una panca, con un leggio di fronte dove appoggiare l’originale, il copista si serviva di semplici strumenti: un calamaio di argilla o di corno contenente l’inchiostro per la scrittura, la penna d’oca tagliata in punta secondo le necessità della grafia, una riga di legno ed uno stilo a mina di piombo per tracciare la rigatura e costruire la "gabbia" di scrittura. Eventuali errori durante la copiatura del testo venivano grattati via delicatamente con una sottile lama affilata. La decorazione - cornici, iniziali ornate, capoversi - era opera di specialisti in grado di stendere, oltre ai delicati colori vegetali, anche la polvere e la foglia d’oro per i particolari più preziosi. Per le scene miniate, spesso interveniva un artista che spesso poteva anche essere un laico di chiara fama. Il termine miniatura deriva dal "minium" nome che nell’età classica indicava il cinabro (solfuro rosso di mercurio) con cui si usava dipingere di rosso le iniziali dei codici decorati. Dall’XI secolo, si usò anche il termine "alluminare", cioè dare l’allume, riferendosi alle lacche ottenute per reazione chimica dalla combinazione di pigmenti vegetali o minerali con l’allume di rocca. Un codice manoscritto era dunque un oggetto particolarmente prezioso, spesso un vero capolavoro d’arte, che per lunghi secoli intere generazioni di artefici hanno pazientemente plasmato per garantire ai posteri la conservazione e la trasmissione del sapere.

Legatoria

La legatoria nei secoli ha seguito lo sviluppo dell’arte del libro. In Italia lavorano maestri artigiani che usano ancora oggi la tecnica della legatoria manuale tradizionale, nata come vera e propria arte tra il 1500 e 1700, realizzando raffinate legature frutto di una tradizione consolidata.

Scopri il mestiere dell'arte
Ti potrebbe interessare anche