Filippo Calandri. Trattato di aritmetica

Il facsimile riproduce fedelmente tutte le caratteristiche del codice originale Formato cm 12x17 240 pagine con 230 miniatureCarta speciale inalterabile nel tempoProfilatura delle pagine fedele all’originale Coperta in velluto con borchie e cantonali su entrambi i piattiCucitura e legatura eseguite a manoStampa realizzata a 7 colori, più oro e argento in polvereTiratura limitata a 999 esemplari numeratiIl cofanettoL’opera è racchiusa in un cofanetto in velluto blu con borchie e fermagli
Codice Membranaceo Ricc. 2669, conservato a Firenze, Biblioteca RiccardianaDatazione fine sec. XV, FirenzeQuando il destinatario di un prezioso codice è il giovane rampollo della casata più illustre di Firenze, lo splendore della miniatura del Quattrocento dona una veste superba ad ogni singolo dettaglio delle sue pagine. Il libro di abaco, con le tavole per le moltiplicazioni, le formule matematiche, gli elementi di geometria e tutti quei problemi che la pratica della mercatura imponeva di saper risolvere, in un volume degno di una biblioteca principesca.
Solamente nell’ambito delle città stato italiane della fine del secolo XV si può capire l’esistenza di un manoscritto come quello che Filippo Calandri dedicò al figlio di Lorenzo il Magnifico, Giuliano de’Medici. Difficilmente possiamo immaginare un membro di una qualsiasi delle antiche casate nobiliari, ed ancora meno di quelle reali di qualunque territorio europeo fuori dall’Italia, incaricare un precettore che istruisse nell’arte del commercio i suoi figli. D’altra parte, il testo appare senza firma e l’attribuzione a Filippo Calandri è stata ipotizzata grazie alla corrispondenza, persino nelle illustrazioni, con l’edizione a stampa fiorentina di un testo intitolato De aritmetica opusculum, uscito dalle botteghe di Lorenzo di Morgiani e Giovanni Thedesco da Magonza nel 1491. Il libro stampato è dedicato ad un giovanissimo Giuliano de’ Medici – che doveva avere all’epoca l’età di dodici o tredici anni – circostanza che ha fatto ulteriormente pensare a lui quale beneficiario del manoscritto.Possiamo dire che questo testo segna simbolicamente l’evoluzione storica dei Medici: dal grande splendore del regno di Lorenzo il Magnifico al declino della famiglia con i suoi eredi. L’incunabolo apparve, in effetti, il primo di gennaio dell’anno della morte del grande statista; dopo quest’avvenimento il potere passò al figlio Piero, il quale subì il rifiuto che la politica del padre aveva provocato tra le fazioni fiorentine. Dopo appena due anni fu deposto ignominiosamente. Il passaggio dal prezioso manoscritto, corredato da ricche illustrazioni nelle quali non manca la costosissima foglia d’oro, ad un prodotto a stampa molto più popolare coincide con il declino della famiglia Medici. Giuliano de’Medici dovette ricorrere all’aiuto di altri nobili di rango superiore, riparando alle corti di Urbino e Mantova, prima che un matrimonio vantaggioso gli assicurasse il futuro. Grazie alla sua unione con la giovane zia di Francesco I, ottenne il titolo di duca di Nemours.
Il volume è accompagnato da un volume di commento curato da Giovanna Lazzi, Direttrice della Biblioteca Riccardiana di Firenze, e da Maria Grazia Ciardi Duprè Dal Poggetto, Presidente della Società di Storia della Miniatura Lingue italiano e inglese.
I Riccardi, una delle più ricche e potenti famiglie fiorentine, in rapida ascesa dalla seconda metà del sedicesimo secolo, conobbero il momento di maggior prestigio quando nel 1659 i marchesi Gabriello e Francesco poterono acquistare dai Medici il Palazzo di Via Larga, per 40.000 scudi. Dopo opportuni restauri e ampliamenti vi trovò splendida sede l’intera collezione sia libraria che artistica. Ancora oggi si ammirano i magnifici scaffali intagliati e dorati così che la Riccardiana è in grado di evocare l’idea tangibile di una biblioteca patrizia della fine del XVII secolo, mantenuta perfettamente intatta in tutte le sue strutture.
Nato per accogliere e tramandare la memoria degli uomini, il libro così come oggi lo conosciamo è il risultato di un lungo processo di evoluzione durante il quale, per secoli prima del rivoluzionario avvento della stampa, è stato letteralmente "costruito" a mano in ogni suo elemento e il suo contenuto diligentemente trascritto, lettera per lettera, grazie al lavoro paziente dei copisti.Il vero antenato del nostro libro moderno è il codex, un assemblaggio di "pagine" riunite in fascicoli cuciti assieme, il cui uso si generalizza all’incirca dal IV secolo d.C. e il cui successo è legato all’impiego della pergamena, derivante dalla lavorazione delle pelli di animali quali il montone, il vitello o la capra e che resterà per oltre un millennio, fino all’arrivo della carta nel XIV secolo, la materia prima prediletta per la realizzazione del libro manoscritto. Durante tutto l’alto medioevo solo negli scriptoria ecclesiastici si produssero volumi manoscritti, soprattutto di cultura religiosa: la Bibbia con diversi commentari, i testi liturgici, le vite dei Santi, le opere dei Padri della Chiesa, ed ancora trattati di morale, ma anche un buon numero di autori classici, Aristotele, Platone, Plinio il Vecchio, Cicerone. Sul finire del XII secolo, la rinascita delle città, dei rapporti economico-sociali e il conseguente affermarsi di una nuova borghesia crearono una nuova e più massiccia domanda di cultura e di libri, la produzione dei quali uscì dall’ambito dei monasteri per dar vita a nuove corporazioni di scrivani e librai. Il mondo laico aveva diverse esigenze, oltre ai testi devozionali richiedeva opere di ogni genere, dalla filosofia alla matematica, dall’astronomia al diritto, ma anche i primi romanzi cavallereschi o gli affascinanti racconti di viaggio.Fra Trecento e Quattrocento, i Signori saranno fra i maggiori acquirenti di libri manoscritti, iniziando a collezionare volumi spesso riccamente miniati, destinati a formare le prime biblioteche aristocratiche e di Stato.La realizzazione di un manoscritto era un’operazione complessa che richiedeva lunghi tempi di lavorazione. La pergamena era un materiale costoso, talvolta raro; inoltre, per confezionare un codice di medie dimensioni, di pelli ne occorrevano parecchie. La pelle veniva immersa in bagni di acqua e calce, cosparsa di un gesso che ne assorbiva ogni residuo di grasso, stesa su un telaio per farla asciugare e seccare al sole e, infine, raschiata per eliminare ogni impurità. Una levigatura con pietra pomice serviva a renderla più sottile e liscia possibile, atta a ricevere gli inchiostri. Dopo questo trattamento, si ritagliava in fogli rettangolari a loro volta piegati a formare fascicoli, solitamente formati da quattro fogli. Terminata la scrittura e l’eventuale decorazione, i fascicoli venivano cuciti fra loro e protetti da una coperta fatta di assicelle di legno rivestite di pelle e rifinita con borchie e fermagli o, secondo la sontuosità del volume, ornata di oro, argento e persino pietre preziose. Del lavoro di scrittura si occupavano uno o solitamente più scribi, in età medievale quasi sempre monaci e monache che lavoravano sotto la supervisione di un magister, spesso anche bibliotecario. Lo scriptorium, dove i manoscritti venivano copiati, decorati e rilegati e dove il lavoro ferveva per molte ore al giorno, era solitamente una sala apposita del monastero, normalmente attigua alla biblioteca. Seduto su una panca, con un leggio di fronte dove appoggiare l’originale, il copista si serviva di semplici strumenti: un calamaio di argilla o di corno contenente l’inchiostro per la scrittura, la penna d’oca tagliata in punta secondo le necessità della grafia, una riga di legno ed uno stilo a mina di piombo per tracciare la rigatura e costruire la "gabbia" di scrittura. Eventuali errori durante la copiatura del testo venivano grattati via delicatamente con una sottile lama affilata. La decorazione - cornici, iniziali ornate, capoversi - era opera di specialisti in grado di stendere, oltre ai delicati colori vegetali, anche la polvere e la foglia d’oro per i particolari più preziosi.Per le scene miniate, spesso interveniva un artista che spesso poteva anche essere un laico di chiara fama. Il termine miniatura deriva dal "minium" nome che nell’età classica indicava il cinabro (solfuro rosso di mercurio) con cui si usava dipingere di rosso le iniziali dei codici decorati. Dall’XI secolo, si usò anche il termine "alluminare", cioè dare l’allume, riferendosi alle lacche ottenute per reazione chimica dalla combinazione di pigmenti vegetali o minerali con l’allume di rocca. Un codice manoscritto era dunque un oggetto particolarmente prezioso, spesso un vero capolavoro d’arte, che per lunghi secoli intere generazioni di artefici hanno pazientemente plasmato per garantire ai posteri la conservazione e la trasmissione del sapere.

Legatoria

La legatoria nei secoli ha seguito lo sviluppo dell’arte del libro. In Italia lavorano maestri artigiani che usano ancora oggi la tecnica della legatoria manuale tradizionale, nata come vera e propria arte tra il 1500 e 1700, realizzando raffinate legature frutto di una tradizione consolidata.

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