Il Libro d’Ore degli Sforza

Come attestato e garantito nel colofon, il facsimile riproduce fedelmente tutte le caratteristiche dell’originaleFormato cm 13,1 x 9,3800 pagine circaCoperta in velluto con fermagli in argentoCarta speciale inalterabile nel tempoProfilatura delle pagine fedele all’originaleCucitura e legatura eseguite a manoTiratura limitata a 980 esemplari numerati
Add. Ms 34294 - British Library, LondonUn sontuoso libro di devozione che testimonia l’immensa ricchezza della miniatura rinascimentale con una raffinatezza e una forza espressiva proprie delle grandi opere d’arte.Appartenuto a due nobildonne, della corte milanese degli Sforza prima e poi di quella d’Austria, fu donato infine all’imperatore Carlo V per celebrarne l’incoronazione.ESAURITO Il Libro d’Ore degli Sforza è stato pubblicato in un’unica edizione internazionale a tiratura limitata da Faksimile-Verlag Luzern di Lucerna. Per la rilevanza dell’opera originale e per la grande bellezza del facsimile, aderente ai criteri qualitativi dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Editalia ha voluto esserne distributore esclusivo per l’Italia.
In un’epoca in cui ogni opera dell’uomo era concepita come specchio di bellezza e perfezione, alla corte milanese degli Sforza, nell’ultimo ventennio del 1400, veniva commissionata una nuova, splendida opera d’arte. Un piccolo volume manoscritto, prezioso come un gioiello, riccamente illustrato con miniature sfavillanti di colori e d’oro, perché tenendolo sempre con sé ci si potesse immergere nella meditazione e contemplare ogni giorno lo splendore dell’arte, espressione divina.Composto di 698 fogli e vergato in scrittura gotica, contiene testi di uso devozionale privato, con preghiere, salmi, uffici particolari e altri testi di carattere religioso. Venne commissionato da Bona di Savoia, moglie di Galeazzo Maria Sforza, Duca di Milano dal 1466 al 1476, e madre di Gian Galeazzo, Duca dal 1476 al 1494.Al Libro d’Ore degli Sforza, il pittore di corte Giovan Pietro Birago (notizie 1471-1513) lavorò tra il 1486 e il 1495. Nello stile del Birago, attivo a Venezia prima di entrare alla corte degli Sforza, echeggiano i risultati dei maggiori artisti dell’epoca, quali Mantegna e Leonardo del quale fu contemporaneo al servizio dei signori di Milano, pur mantenendo una cifra stilistica propria, di grande eleganza e rigore.Oltre duecento illustrazioni compongono il ricco corredo iconografico di questo piccolo gioiello e testimoniano l’immensa ricchezza dell’arte della miniatura: tavole a piena pagina che hanno la raffinatezza e la forza espressiva delle opere d’arte di più grande formato, bordi decorati e sontuosi capilettera, una tavolozza dalle innumerevoli tonalità e sfumature, un’esuberanza di elementi decorativi e simbolici dal tono "profano" che fanno da contraltare alle scene della storia sacra.Il Birago era pittore apprezzato e stimato; come afferma orgogliosamente in una lettera, per quest’opera fu pagato 500 scudi, una somma piuttosto consistente per l’epoca.Alla morte del figlio, cui seguì l’insediamento di Ludovico il Moro, Bona tornò nella nativa Savoia ospite di suo nipote Filiberto II e, alla sua morte nel 1503, il manoscritto incompiuto venne ereditato da Filiberto, che moriva l’anno successivo.Il prezioso codice passò nelle mani della vedova, Margherita d’Austria, la quale nel 1506 si trasferì in Olanda come reggente del giovane nipote Carlo. Margherita, che fu una delle grandi promotrici del Rinascimento del nord Europa, volle ripristinare la parte del manoscritto che era stata rubata, e affidò l’opera al celebre miniaturista di corte degli Asburgo, Gerard Horenbout (1517ca.-1520), che modellò il suo stile nordico sull’esempio del Birago. Quasi al termine del lavoro dell’Horenbout, nel 1519, il nipote di cui Margherita era reggente salì al soglio imperiale: Carlo v, Imperatore del Sacro Romano Impero. Un suo ritratto compare in un medaglione dorato alla carta 213 recto, con la data del 1520 e il monogramma KR, ovvero Karolus Rex. Forse il Libro d’Ore fu giudicato un dono degno per celebrare la solenne incoronazione, ed entrò a far parte della biblioteca del grande sovrano.Il resto della storia si perde nella notte dei tempi, fino al 1871 quando il "connoisseur" e curatore inglese Sir J. C. Robinson, che era in Spagna alla ricerca di opere d’arte da acquistare, ebbe la fortuna di vederselo proporre da un Grande di Spagna e ne riconobbe subito l’enorme valore.Tornato in patria lo propose al British Museum, che ne rifiutò l’acquisto per l’alto prezzo, e lo cedette ad un ricco collezionista, John Malcom di Potalloch. Questi, nel 1893, lo lasciò infine alla British Library, dove è tutt’ora, inventariato come Add. Ms. (Additional Manuscript) 34294.Alcuni fogli dei fascicoli rubati al Birago (tra cui due pagine raffiguranti il mese di maggio e il mese di ottobre che componevano il calendario, elemento sempre presente nei libri d’Ore e nel nostro mancante), sono poi stati ritrovati, ed oggi sono conservati a Londra e a New York.
La riproduzione in facsimile delle Ore Sforza (Add. MS. 3429) della British Library è stata realizzata sotto il patronato diCommander Michael Saunders WatsonChairman of the British Library, LondonProf. Cesare VasoliPresidente dell’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, FirenzeFrançois AvrilConservateur en chef au Cabinet des manuscrits de la Bibliothèque Nationale, ParisProf. Dr. Alfred A. Schmidem. Präsident der Eidg. Kommission für Denkmalpflege, FribourgIl commentario del Libro d’Ore viene presentato al pubblico nell’edizione quadrilingue italiana, inglese, tedesca e francese. Curato da Mark L. Evans e Bodo Brinkmann, permette l’approccio generale e particolare alle Ore Sforza, con una guida alle singole sezioni del libro. Di particolare interesse sono le pagine antecedenti la sezione più prettamente analitica.Infatti, al racconto del romanzesco ritrovamento del libro in Castiglia da parte del connoisseur e curatore Sir John Charles Robinson, nel 1871, segue la storia dei rapporti fra Bona Sforza e Giovan Pietro Birago, e fra Margherita d’Austria e Gerard Horenbout, pagine importanti per capire il clima storico e culturale in cui nasce l’opera. Di seguito, il codice viene analizzato con il commento delle immagini per le singole parti devozionali del testo, al fine di meglio comprendere le scelte iconografiche e le motivazioni degli accostamenti fra testi e immagini, e fra testi e testi.Caratteristiche:Formato cm 13,1 x 9,3872 pagineCoperta in vellutoEdizione bilingue inglese, tedescaLe traduzioni italiana e francese sono raccolte separatamenteQuattro volumetti di formato cm 13,1 x 9,3 80 pagine ciascuno L’edizione distribuita per l’Italia da Editalia viene presentata in un elegante contenitore-espositore in plexiglass che permette di custodire insieme il Facsimile e i volumi di commento
Nato per accogliere e tramandare la memoria degli uomini, il libro così come oggi lo conosciamo è il risultato di un lungo processo di evoluzione durante il quale, per secoli prima del rivoluzionario avvento della stampa, è stato letteralmente "costruito" a mano in ogni suo elemento e il suo contenuto diligentemente trascritto, lettera per lettera, grazie al lavoro paziente dei copisti.Il vero antenato del nostro libro moderno è il codex, un assemblaggio di "pagine" riunite in fascicoli cuciti assieme, il cui uso si generalizza all’incirca dal IV secolo d.C. e il cui successo è legato all’impiego della pergamena, derivante dalla lavorazione delle pelli di animali quali il montone, il vitello o la capra e che resterà per oltre un millennio, fino all’arrivo della carta nel XIV secolo, la materia prima prediletta per la realizzazione del libro manoscritto. Durante tutto l’alto medioevo solo negli scriptoria ecclesiastici si produssero volumi manoscritti, soprattutto di cultura religiosa: la Bibbia con diversi commentari, i testi liturgici, le vite dei Santi, le opere dei Padri della Chiesa, ed ancora trattati di morale, ma anche un buon numero di autori classici, Aristotele, Platone, Plinio il Vecchio, Cicerone. Sul finire del XII secolo, la rinascita delle città, dei rapporti economico-sociali e il conseguente affermarsi di una nuova borghesia crearono una nuova e più massiccia domanda di cultura e di libri, la produzione dei quali uscì dall’ambito dei monasteri per dar vita a nuove corporazioni di scrivani e librai. Il mondo laico aveva diverse esigenze, oltre ai testi devozionali richiedeva opere di ogni genere, dalla filosofia alla matematica, dall’astronomia al diritto, ma anche i primi romanzi cavallereschi o gli affascinanti racconti di viaggio.Fra Trecento e Quattrocento, i Signori saranno fra i maggiori acquirenti di libri manoscritti, iniziando a collezionare volumi spesso riccamente miniati, destinati a formare le prime biblioteche aristocratiche e di Stato.La realizzazione di un manoscritto era un’operazione complessa che richiedeva lunghi tempi di lavorazione. La pergamena era un materiale costoso, talvolta raro; inoltre, per confezionare un codice di medie dimensioni, di pelli ne occorrevano parecchie. La pelle veniva immersa in bagni di acqua e calce, cosparsa di un gesso che ne assorbiva ogni residuo di grasso, stesa su un telaio per farla asciugare e seccare al sole e, infine, raschiata per eliminare ogni impurità. Una levigatura con pietra pomice serviva a renderla più sottile e liscia possibile, atta a ricevere gli inchiostri. Dopo questo trattamento, si ritagliava in fogli rettangolari a loro volta piegati a formare fascicoli, solitamente formati da quattro fogli. Terminata la scrittura e l’eventuale decorazione, i fascicoli venivano cuciti fra loro e protetti da una coperta fatta di assicelle di legno rivestite di pelle e rifinita con borchie e fermagli o, secondo la sontuosità del volume, ornata di oro, argento e persino pietre preziose. Del lavoro di scrittura si occupavano uno o solitamente più scribi, in età medievale quasi sempre monaci e monache che lavoravano sotto la supervisione di un magister, spesso anche bibliotecario. Lo scriptorium, dove i manoscritti venivano copiati, decorati e rilegati e dove il lavoro ferveva per molte ore al giorno, era solitamente una sala apposita del monastero, normalmente attigua alla biblioteca. Seduto su una panca, con un leggio di fronte dove appoggiare l’originale, il copista si serviva di semplici strumenti: un calamaio di argilla o di corno contenente l’inchiostro per la scrittura, la penna d’oca tagliata in punta secondo le necessità della grafia, una riga di legno ed uno stilo a mina di piombo per tracciare la rigatura e costruire la "gabbia" di scrittura. Eventuali errori durante la copiatura del testo venivano grattati via delicatamente con una sottile lama affilata. La decorazione - cornici, iniziali ornate, capoversi - era opera di specialisti in grado di stendere, oltre ai delicati colori vegetali, anche la polvere e la foglia d’oro per i particolari più preziosi. Per le scene miniate, spesso interveniva un artista che spesso poteva anche essere un laico di chiara fama. Il termine miniatura deriva dal "minium" nome che nell’età classica indicava il cinabro (solfuro rosso di mercurio) con cui si usava dipingere di rosso le iniziali dei codici decorati. Dall’XI secolo, si usò anche il termine "alluminare", cioè dare l’allume, riferendosi alle lacche ottenute per reazione chimica dalla combinazione di pigmenti vegetali o minerali con l’allume di rocca. Un codice manoscritto era dunque un oggetto particolarmente prezioso, spesso un vero capolavoro d’arte, che per lunghi secoli intere generazioni di artefici hanno pazientemente plasmato per garantire ai posteri la conservazione e la trasmissione del sapere.

Legatoria

La legatoria nei secoli ha seguito lo sviluppo dell’arte del libro. In Italia lavorano maestri artigiani che usano ancora oggi la tecnica della legatoria manuale tradizionale, nata come vera e propria arte tra il 1500 e 1700, realizzando raffinate legature frutto di una tradizione consolidata.

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