L’Acerba di Cecco d’Ascoli

Formato cm 20x27,5 283 carte numerate Carta speciale inalterabile nel tempo Profilatura delle pagine fedele all’originale Coperta in pelle, con cantonali e borchie sui due piatti e chiusura con fermagli Cucitura e legatura eseguite a mano Stampa realizzata con retinatura non convenzionale, a 9 colori e con impressioni di oro a caldo e in serigrafia Tiratura limitata a 500 esemplari numerati con numeri arabi e 30 esemplari con numerazione romana riservati alle isituzioni
Ms Pluteo 40.52 - Biblioteca Mediceo Laurenziana, Firenze
Le meraviglie dell’universo racchiuse in un grandioso poema che testimonia la straordinaria complessità del sapere medievale. Riccamente illustrato, questo codice venne composto nella seconda metà del Trecento per un facoltoso committente. La qualità delle miniature, che si impongono libere ai margini del testo e a dividere i capitoli, è entusiasmante. La perfezione dell’edizione in facsimile riporta alla luce ogni particolare: dalla grana della pergamena alla delicatezza delle sfumature di colore, allo splendore dell’oro.
L’Acerba grandioso poema contenente, in cinque libri, tutta la scienza dell’epoca fu posto all’indice dopo la sua condanna. Il titolo completo è Acerba aetas, redatto in un volgare umbro-marchigiano arcaico è un poema in forma allegorica dove vengono trattate questioni naturali, quali la proprietà degli animali e delle pietre, descritti fenomeni naturali in una strana mescolanza di elementi positivi e fantastici, problemi filosofici, psicologici, etici e teologici. L’opera mira a cantare il cosmo, l’uomo e la natura intesi come perfetto congegno creato da Dio e dominabile dall’uomo, ma pur retto dalle forze misteriose dei pianeti e delle stelle ruotanti intorno alla terra. Tuttavia l’Acerba non va al di la delle teorie astrologiche comunemente accettate nel tardo Medioevo, è possibile invece, che la condanna del suo autore nasca dal commento del De Sphera di Giovanni Sacrobosco nel quale Cecco d’Ascoli proclamava l’incidenza degli astri sulla vita dell’uomo e affermava la possibilità di conoscere e prevederne le manifestazioni.
Il Facsimile è accompagnato da un volume di commento con saggi di Ida Giovanna Rao, funzionario della Biblioteca Medicea, e di Giordana Mariani Canova, docente di Storia dell’Arte Medievale e Storia della Miniatura all’Università degli Studi di Padova.Caratteristiche: Con saggi di Ida Giovanna Rao e Giordana Mariani CanovaUn elegante contenitore in forma di libro permette di custodire insieme il Codice e il Commentario
La Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze è una biblioteca pubblica statale afferente al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, centro di ricerca internazionale, specializzata nella conservazione, valorizzazione e tutela dei propri fondi manoscritti e rari a stampa. Il primato della Biblioteca Medicea Laurenziana, con i suoi circa 11.000 manoscritti, si basa sulla coincidenza di due fattori, ambedue straordinari: la specificità delle raccolte e la natura dell'edificio contenitore, progettato e in parte realizzato da Michelangelo Buonarroti. La storia della formazione di questa biblioteca - a partire dall'originario nucleo della Medicea privata - e del suo costante accrescimento è guidata, infatti, da principi coerentemente seguiti, individuabili nell' originalità dei testi, nella loro qualità filologica e nel pregio estetico dei supporti materiali.
Nato per accogliere e tramandare la memoria degli uomini, il libro così come oggi lo conosciamo è il risultato di un lungo processo di evoluzione durante il quale, per secoli prima del rivoluzionario avvento della stampa, è stato letteralmente "costruito" a mano in ogni suo elemento e il suo contenuto diligentemente trascritto, lettera per lettera, grazie al lavoro paziente dei copisti.Il vero antenato del nostro libro moderno è il codex, un assemblaggio di "pagine" riunite in fascicoli cuciti assieme, il cui uso si generalizza all’incirca dal IV secolo d.C. e il cui successo è legato all’impiego della pergamena, derivante dalla lavorazione delle pelli di animali quali il montone, il vitello o la capra e che resterà per oltre un millennio, fino all’arrivo della carta nel XIV secolo, la materia prima prediletta per la realizzazione del libro manoscritto. Durante tutto l’alto medioevo solo negli scriptoria ecclesiastici si produssero volumi manoscritti, soprattutto di cultura religiosa: la Bibbia con diversi commentari, i testi liturgici, le vite dei Santi, le opere dei Padri della Chiesa, ed ancora trattati di morale, ma anche un buon numero di autori classici, Aristotele, Platone, Plinio il Vecchio, Cicerone. Sul finire del XII secolo, la rinascita delle città, dei rapporti economico-sociali e il conseguente affermarsi di una nuova borghesia crearono una nuova e più massiccia domanda di cultura e di libri, la produzione dei quali uscì dall’ambito dei monasteri per dar vita a nuove corporazioni di scrivani e librai. Il mondo laico aveva diverse esigenze, oltre ai testi devozionali richiedeva opere di ogni genere, dalla filosofia alla matematica, dall’astronomia al diritto, ma anche i primi romanzi cavallereschi o gli affascinanti racconti di viaggio.Fra Trecento e Quattrocento, i Signori saranno fra i maggiori acquirenti di libri manoscritti, iniziando a collezionare volumi spesso riccamente miniati, destinati a formare le prime biblioteche aristocratiche e di Stato. La realizzazione di un manoscritto era un’operazione complessa che richiedeva lunghi tempi di lavorazione. La pergamena era un materiale costoso, talvolta raro; inoltre, per confezionare un codice di medie dimensioni, di pelli ne occorrevano parecchie. La pelle veniva immersa in bagni di acqua e calce, cosparsa di un gesso che ne assorbiva ogni residuo di grasso, stesa su un telaio per farla asciugare e seccare al sole e, infine, raschiata per eliminare ogni impurità. Una levigatura con pietra pomice serviva a renderla più sottile e liscia possibile, atta a ricevere gli inchiostri. Dopo questo trattamento, si ritagliava in fogli rettangolari a loro volta piegati a formare fascicoli, solitamente formati da quattro fogli. Terminata la scrittura e l’eventuale decorazione, i fascicoli venivano cuciti fra loro e protetti da una coperta fatta di assicelle di legno rivestite di pelle e rifinita con borchie e fermagli o, secondo la sontuosità del volume, ornata di oro, argento e persino pietre preziose. Del lavoro di scrittura si occupavano uno o solitamente più scribi, in età medievale quasi sempre monaci e monache che lavoravano sotto la supervisione di un magister, spesso anche bibliotecario. Lo scriptorium, dove i manoscritti venivano copiati, decorati e rilegati e dove il lavoro ferveva per molte ore al giorno, era solitamente una sala apposita del monastero, normalmente attigua alla biblioteca. Seduto su una panca, con un leggio di fronte dove appoggiare l’originale, il copista si serviva di semplici strumenti: un calamaio di argilla o di corno contenente l’inchiostro per la scrittura, la penna d’oca tagliata in punta secondo le necessità della grafia, una riga di legno ed uno stilo a mina di piombo per tracciare la rigatura e costruire la "gabbia" di scrittura. Eventuali errori durante la copiatura del testo venivano grattati via delicatamente con una sottile lama affilata. La decorazione - cornici, iniziali ornate, capoversi - era opera di specialisti in grado di stendere, oltre ai delicati colori vegetali, anche la polvere e la foglia d’oro per i particolari più preziosi. Per le scene miniate, spesso interveniva un artista che spesso poteva anche essere un laico di chiara fama. Il termine miniatura deriva dal "minium" nome che nell’età classica indicava il cinabro (solfuro rosso di mercurio) con cui si usava dipingere di rosso le iniziali dei codici decorati. Dall’XI secolo, si usò anche il termine "alluminare", cioè dare l’allume, riferendosi alle lacche ottenute per reazione chimica dalla combinazione di pigmenti vegetali o minerali con l’allume di rocca. Un codice manoscritto era dunque un oggetto particolarmente prezioso, spesso un vero capolavoro d’arte, che per lunghi secoli intere generazioni di artefici hanno pazientemente plasmato per garantire ai posteri la conservazione e la trasmissione del sapere.

Legatoria

La legatoria nei secoli ha seguito lo sviluppo dell’arte del libro. In Italia lavorano maestri artigiani che usano ancora oggi la tecnica della legatoria manuale tradizionale, nata come vera e propria arte tra il 1500 e 1700, realizzando raffinate legature frutto di una tradizione consolidata.

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