L’Exultet di Salerno

Come attestato e garantito nel Colofon, il facsimile riproduce fedelmente tutte le caratteristiche dell’originale.11 Stampe litografiche riproducenti gli 11 fogli dell’originaleCarta speciale delle Cartiere Miliani FabrianoStampa realizzata con retinatura non convenzionale con ritocchi di oro in polvereFustellatura di tutte le stampe per una perfetta riproduzione del taglio degli originaliLe Stampe sono applicate su 11 Tavole formato cm 57,5 x 92,5Tiratura in 1.000 esemplari numerati
Dipinto nella prima metà del XII secolo per accompagnare i riti del Sabato Santo, l’Exultet di Salerno è fra gli esemplari più belli di questa particolarissima tipologia di testo miniato, caratteristica dell’Italia Meridionale. La magnificenza delle sue grandi miniature accompagnava i Misteri pasquali con emozionante potenza e solennità.
"Exultet iam angelica turba coelorum! Exultet divina mysteria, et pro tanti regis victoria tuba intonet salutaris".Con queste parole iniziava il Praeconium Paschale, ossia il canto liturgico della veglia del sabato santo e dell’accensione del cero. Il diacono-cantore svolgeva dall’ambone il rotolo del canto, e i fedeli potevano guardare le scene miniate che, Biblia Pauperum, sostituivano l’atto della lettura ad occhi illetterati, e amplificavano visivamente messaggio e spirito dell’inno liturgico."Exultet" è l’intonazione che a tratti ricorre festosa per tutto il canto, ed Exultet sono chiamati, indicando una parte per il tutto, una specifica tipologia di testi manoscritti e miniati nell’Italia Meridionale dei secoli fra X e XIV. Inconfondibile l’aspetto di questi manufatti che hanno un’origine bizantina: si tratta di grandi fogli riccamente scritti, decorati e miniati, incollati insieme a formare un rotolo lungo diversi metri, in cui il testo scritto – con le notazioni musicali atte a cantarlo – veniva alternato a grandi scene dai preziosi colori, spesso vivacissimi, poste a rovescio rispetto al testo, per essere guardate dai fedeli in ascolto ai piedi dell’ambone. Degli Exultet rimangono, secondo le nostre conoscenze, trentuno esemplari di splendida fattura, e tra questi uno dei più celebri è senza dubbio l’Exultet del Duomo di Salerno, databile alla prima metà del XIII secolo. L’esemplare salernitano è certo fra i più belli per la ricchezza delle miniature a tutto campo dai colori splendenti, compartite secondo uno squisito gusto compositivo e uno stile pittorico aderente ai canoni bizantini declinati secondo il modulo svevo-normanno. Le scene dell’Exultet salernitano, incorniciate da fregi rosso e blu e anticamente intervallate dal testo scritto in carattere gotico maiuscolo, sono di vario contenuto: vi sono infatti rappresentazioni simboliche di ascendenza classica, scene bibliche, raffigurazioni storico-celebrative e di "attualità", ma anche scene di culto, secondo una mescolanza di livelli simbolici e culturali del tutto caratteristica.Così troviamo, l’uno accanto all’altro, la Terra rappresentata secondo moduli classici, Adamo ed Eva tratti dagli Inferi, un ritratto di Imperatore che molti studiosi identificano nel "Sol Mundi", Federico II, e ancora un’illustrazione della stessa benedizione del cero pasquale. Questo rendeva possibile ai fedeli guardare nelle immagini ciò di cui essi stessi facevano parte nell’assistere al rito, secondo un gusto del "guardare ed essere guardati", di sensibilità paradossalmente vicina alla nostra società dell’immagine.Questa modalità figurativa, piuttosto accentuata nel nostro Exultet, era comunque tipica in diversa misura di ogni esemplare, fino a renderne riconoscibile la provenienza e la datazione anche in base ad elementi di storia locale, personaggi politici e religiosi che si affacciano fra una scena sacra e l’altra. In un’Europa medioevale in cui il possesso di libri miniati testimoniava della ricchezza e della potenza economica e culturale, ma anche politica dei possessori, i tesori delle chiese e dei conventi comprendevano preziosi codici, gelosamente custoditi, e che venivano presentati all’ammirazione dei fedeli esclusivamente attraverso i riti e le festività. L’Exultet di Salerno fu esposto in Duomo anche quando le consuetudini liturgiche avevano da tempo decretato la modifica del rito pasquale e il lettore non svolgeva più il rotolo dall’ambone. L’uso continuato nei secoli ne causò un impietoso consumo che portò qualcuno, in epoca non precisata, a tagliare le parti di testo scritto fino a ridurre il rotolo ad una lunghezza di m 8,20 per una larghezza di cm 47, con 19 grandi scene su 11 fogli incollati l’uno di seguito all’altro. Un drastico ma necessario restauro infine, eseguito fra 1917 e 1918, separò le scene in fogli singoli, quali sono attualmente esposti nel Museo Diocesano di Salerno.
L’importanza della sede vescovile, la grande civiltà svevo-normanna, i riti di una liturgia ormai desueta, la qualità e la rarità iconografica delle scene miniate che formano il corredo illustrativo dell’Exultet di Salerno. Per addentrarsi con competenza nella storia lontana di questa antica e particolare opera è necessaria una guida autorevole. La storia, le ipotesi, i commenti relativi all’Exultet hanno bisogno di uno sguardo critico competente e di un approccio scientifico.Presentato da Giuseppe Zampino, il commentario analizza dettagliatamente l’opera, con un saggio di Guglielmo Cavallo sulla storia degli Exultet, ed un confronto stilistico fra l’esemplare salernitano e gli altri rotuli di Antonia D’Aniello, curatrice anche delle schede esplicative delle singole scene.Caratteristiche:Formato cm 24 x 3472 pagine stampate su carta Grifo velinaIllustrazioni a colori e in bianco e neroLe Tavole e il Commentario sono contenuti in un’elegante Cartella in tela, di cm 60 x 95, con una stampa applicata, che permette di custodirli insieme.
Il Museo Diocesano di Salerno costituito nel 1935, raccoglie argenti, ex voto, apparati liturgici, codici, tele, tavole e altri oggetti d’arte provenienti dal Tesoro della Cattedrale di Salerno, risplendente della devozione e della pietà di milioni di fedeli durante secoli e secoli di storia dell’edificio sacro. Custodito negli archivi della Cattedrale, ne fu tolto negli anni 1917-1918 per un ormai non differibile restauro che cercasse di conservare quel che rimaneva del rotolo. Il testo infatti, deperito in secoli e secoli di manipolazioni e periodiche esposizioni, si era consunto al punto di essere, in epoca imprecisata, tagliato e ridotto alle sole immagini e a poche residue righe di testo.Il colore e la pergamena inoltre, avevano subìto processi di alterazione con perdita di piccole zone pittoriche. Il restauro salvò le pitture ma divise il rotolo in 11 fogli che in occasione della Mostra Storica Nazionale della Miniatura (Roma, 1953), furono montate su cartone e racchiuse in apposite custodie di vetro e metallo, contenute nel Museo in armadi metallici.Il sisma del novembre 1980, che investì con violenza anche la città di Salerno, ha portato alla costruzione di una nuova sede museale dotando fra l’altro l’Exultet, nuovamente restaurato, di una nuova, più scientifica sistemazione.
Nato per accogliere e tramandare la memoria degli uomini, il libro così come oggi lo conosciamo è il risultato di un lungo processo di evoluzione durante il quale, per secoli prima del rivoluzionario avvento della stampa, è stato letteralmente "costruito" a mano in ogni suo elemento e il suo contenuto diligentemente trascritto, lettera per lettera, grazie al lavoro paziente dei copisti.Il vero antenato del nostro libro moderno è il codex, un assemblaggio di "pagine" riunite in fascicoli cuciti assieme, il cui uso si generalizza all’incirca dal IV secolo d.C. e il cui successo è legato all’impiego della pergamena, derivante dalla lavorazione delle pelli di animali quali il montone, il vitello o la capra e che resterà per oltre un millennio, fino all’arrivo della carta nel XIV secolo, la materia prima prediletta per la realizzazione del libro manoscritto. Durante tutto l’alto medioevo solo negli scriptoria ecclesiastici si produssero volumi manoscritti, soprattutto di cultura religiosa: la Bibbia con diversi commentari, i testi liturgici, le vite dei Santi, le opere dei Padri della Chiesa, ed ancora trattati di morale, ma anche un buon numero di autori classici, Aristotele, Platone, Plinio il Vecchio, Cicerone. Sul finire del XII secolo, la rinascita delle città, dei rapporti economico-sociali e il conseguente affermarsi di una nuova borghesia crearono una nuova e più massiccia domanda di cultura e di libri, la produzione dei quali uscì dall’ambito dei monasteri per dar vita a nuove corporazioni di scrivani e librai. Il mondo laico aveva diverse esigenze, oltre ai testi devozionali richiedeva opere di ogni genere, dalla filosofia alla matematica, dall’astronomia al diritto, ma anche i primi romanzi cavallereschi o gli affascinanti racconti di viaggio. Fra Trecento e Quattrocento, i Signori saranno fra i maggiori acquirenti di libri manoscritti, iniziando a collezionare volumi spesso riccamente miniati, destinati a formare le prime biblioteche aristocratiche e di Stato. La realizzazione di un manoscritto era un’operazione complessa che richiedeva lunghi tempi di lavorazione. La pergamena era un materiale costoso, talvolta raro; inoltre, per confezionare un codice di medie dimensioni, di pelli ne occorrevano parecchie. La pelle veniva immersa in bagni di acqua e calce, cosparsa di un gesso che ne assorbiva ogni residuo di grasso, stesa su un telaio per farla asciugare e seccare al sole e, infine, raschiata per eliminare ogni impurità.Una levigatura con pietra pomice serviva a renderla più sottile e liscia possibile, atta a ricevere gli inchiostri. Dopo questo trattamento, si ritagliava in fogli rettangolari a loro volta piegati a formare fascicoli, solitamente formati da quattro fogli. Terminata la scrittura e l’eventuale decorazione, i fascicoli venivano cuciti fra loro e protetti da una coperta fatta di assicelle di legno rivestite di pelle e rifinita con borchie e fermagli o, secondo la sontuosità del volume, ornata di oro, argento e persino pietre preziose. Del lavoro di scrittura si occupavano uno o solitamente più scribi, in età medievale quasi sempre monaci e monache che lavoravano sotto la supervisione di un magister, spesso anche bibliotecario. Lo scriptorium, dove i manoscritti venivano copiati, decorati e rilegati e dove il lavoro ferveva per molte ore al giorno, era solitamente una sala apposita del monastero, normalmente attigua alla biblioteca. Seduto su una panca, con un leggio di fronte dove appoggiare l’originale, il copista si serviva di semplici strumenti: un calamaio di argilla o di corno contenente l’inchiostro per la scrittura, la penna d’oca tagliata in punta secondo le necessità della grafia, una riga di legno ed uno stilo a mina di piombo per tracciare la rigatura e costruire la "gabbia" di scrittura. Eventuali errori durante la copiatura del testo venivano grattati via delicatamente con una sottile lama affilata. La decorazione - cornici, iniziali ornate, capoversi - era opera di specialisti in grado di stendere, oltre ai delicati colori vegetali, anche la polvere e la foglia d’oro per i particolari più preziosi. Per le scene miniate, spesso interveniva un artista che spesso poteva anche essere un laico di chiara fama. Il termine miniatura deriva dal "minium" nome che nell’età classica indicava il cinabro (solfuro rosso di mercurio) con cui si usava dipingere di rosso le iniziali dei codici decorati. Dall’XI secolo, si usò anche il termine "alluminare", cioè dare l’allume, riferendosi alle lacche ottenute per reazione chimica dalla combinazione di pigmenti vegetali o minerali con l’allume di rocca. Un codice manoscritto era dunque un oggetto particolarmente prezioso, spesso un vero capolavoro d’arte, che per lunghi secoli intere generazioni di artefici hanno pazientemente plasmato per garantire ai posteri la conservazione e la trasmissione del sapere.

Legatoria

La legatoria nei secoli ha seguito lo sviluppo dell’arte del libro. In Italia lavorano maestri artigiani che usano ancora oggi la tecnica della legatoria manuale tradizionale, nata come vera e propria arte tra il 1500 e 1700, realizzando raffinate legature frutto di una tradizione consolidata.

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